Viaggio alla scoperta della capitale dell’Ungheria che è un immenso cantiere dove la storia si fa identità, monumenti di impareggiabile fascino e memoria delle atrocità del comunismo.
Perfino il ponte delle Catene che guada il Danubio, primo cordone ombelicale tra Buda arroccata sulla collina e Pest, la pianura ricca, è un cantiere. Emerge diafano il profilo di guglie e pinnacoli del Parlamento con l’immensa cupola. Quando lo hanno pensato era la rivendicazione della grandezza e della fierezza dell’Ungheria secondo territorio dell’impero, ma in cerca incessante d’indipendenza.
Dovevano tornare i tempi di Santo Stefano, il re santo, delle 12 tribù magiare, della città amatissima da Sissi l’imperatrice ribelle, dovevano tornare i giorni della fierezza che anche i romani, che pure hanno lasciato eredità immense, furono costretti a rispettare. L’Ungheria ha un tricolore rovesciato, sarà per questo che pullula d’italiani. Strano: ce la raccontano come la terra dei diritti soffocati, come l’usbergo dell’autocrate Viktor Orban. Sulla piazza del Parlamento da cui pendono due bandiere con un enorme buco nel mezzo a tutta prima senza ragione domina la statua equestre di Ferenc Rakoczi, principe di Transilvania; nel Settecento guidò gli ungheresi alla ribellione contro gli Asburgo fino a farsi re. Lo coccolavano le altre monarchie europee sperando di trarne vantaggio. Tre secoli dopo per gli ungheresi è ancora un eroe nazionale. Sul basamento in marmo rosso di Verona è inciso: «Cum Deo pro patria e libertate». Forse se Orban vince le elezioni un motivo profondo c’è. Lo sguardo di bronzo di re Francesco è puntato su una fenditura al lato della piazza; c’è una balaustra in ferro e una sola scritta traforata: 1956. Nessun clamore, nessuna enfasi: non serve. A Budapest sanno tutti dove conducono quei gradini da scendere come in una cripta. Lì sotto il semibuio è rotto da una striscia rossa di luce-sangue. Alle pareti foto in bianco e nero, nicchie nel pavimento con abiti laceri e filmati che vanno di continuo. C’è una donna, anziana e composta che guarda lo schermo e stilla lacrime pesanti: lei c’era il 24 ottobre del 1956. In quella piazza c’era anche sua madre. È finita sotto i cingoli di un carrarmato sovietico. Quelli che un presidente della Repubblica italiana definì allora, salvo poi pentirsi mezzo secolo dopo, «portatori di pace». Giorgio Napolitano si sbagliava evidentemente, ma i portatori di pace fucilarono 3500 civili. E non sbagliano mai mira. A Budapest se lo ricordano. Penzola nella cripta una bandiera ungherese consunta da un fuoco vecchio: ha un enorme buco, è la cannonata di un tank sovietico. Ora si capisce tutto: forse anche perché Viktor Orban vince le elezioni. Anche se la cosa dispiace a Bruxelles che taglia i fondi all’Ungheria rea di ritardare leggi anticorruzione o soprattutto rea di varare norme che non piacciono alla comunità Lgbt. Ma a Budapest non ci fanno caso. Vivono in una città bellissima e vivace, che corre sulle gambe di migliaia e migliaia di ragazzi. Fanno i camerieri, studiano. I figli dei ricchi hanno macchine potenti, le figlie scollature importanti. Ma li ritrovi tutti inginocchiati dentro una chiesa immensa: Santo Stefano. Pregano sul serio. Si ha l’impressione che questi ragazzi scandiscano la loro vita sul ritmo di un metronomo: confessione, impegno, trasgressione. E magari hanno ancora a disposizione l’ascensore sociale. Forse vetusto, ma bellissimo come la funicolare che dalla riva sinistra del Danubio ingombra di battelli che promettono crociere da sogno o da un’ora – qui tutto è in vendita – sale con ottocentesca leggiadra lentezza sulla piazza del castello.
Immensa la piazza, immenso il castello. Lì c’è la residenza del presidente della Repubblica, ma è una palazzina stile neoclassico. Niente di tronfio anche se ci abita Orban che come il caffè, qui Illy batte Starbucks, più a Bruxelles lo mandano giù più in patria si tira su. Ed è ovvio che poi vota a vantaggio di chi lo protegge: Mosca e Pechino. Il castello invece è enorme, possente. Manco a dirlo c’è tanta arte italiana là dentro. Ma oggi neppure un’impresa sulla spianata di Buda dove le gru paiono una foresta d’acciaio e di progetti, di quattrini e di revanchismo. Hanno deciso di ricostruire tutto ciò che la seconda guerra mondiale aveva distrutto. Un cantiere immenso, uno sforzo finanziario gigantesco, una prova di forza. Sono migliaia e migliaia di metri quadrati da tirare su.
Forse è un modo per farsi un Pnrr a uso e consumo dell’identità ungherese. Buda, il villaggio si potrebbe ancora dire, è raccolta in una fiera e al tempo stesso gaia intimità. Trascorre una vita di aristocratica ritrosia nonostante i turisti la invadano e i negozi di souvenir la involgariscano. Ma forse lì risiede l’anima più profonda di questa città crocevia d’acqua e di tratturi, stazione di transumanze eterne ai confini dell’Europa. Si va appena oltre a bearsi dei bastioni dei pescatori. È un artificio in pietre candidissime – dialoga con il gugliato lucore del palazzo del Parlamento sulla sponda opposta del Danubio – di fine ottocento neogotico con sette torri a ricordo delle tribù magiare che si insediarono nei Carpazi. È tappa irrinunciabile per il turista che ormai abituato agli stilemi disneiani cerca tra quei cappelli di fata in calcare le tracce di chissà quale strega. A vederlo con gli occhi a-culturali del nostro contemporaneo pure il Parlamento potrebbe essere la dimora di ghiaccio di Elsa, la principessa di Frozen. Perché Budapest è così: apparenza magnifica, ma comprensione ostica perché bisogna pigliarci confidenza con la storia e la ragioni profonde del suo esistere ed essersi conformata in capitale di una terra che va ben oltre i confini di uno Stato. Lì accanto c’è un segno bellissimo e tangibile di questa fiera stratificazione di cui a Bruxelles errando tengono poco conto, di cui chi continuamente agita il fantasma di Orban ignorandola si dimentica e finisce per non capire. È la bellissima chiesa gotica Nostra Signora Assunta della Collina del Castello. Un altro simbolo dell’identità di Budapest. La chiamano semplicemente la chiesa di Mattia, per dire che qui col potere c’è una confidenza basata sull’appartenenza. Era il Corvino re di Ungheria, e qui un altro re aveva consolidato la dinastia magiara: Bela IV. Se girando per Roma si chiedesse a qualcuno di ricordare i sette re della nostra capitale avremmo delle sorprese, qui di Bela sanno tutto tutti e di Corvino pure. Anzi se scoprono che sei italiano ti raccontano dei suoi rapporti con gli artisti fiorentini. E si capisce che per gli ungheresi che si sentono quasi europei dell’est noi siamo i quasi europei del sud. Perché questo quasi è il tema che si respira oggi in questa citta dove sta il 20% della popolazione ungherese. Sono in espansione: il governo ha alzato i salari del 10% (la paga oraria supera i 9 euro e 50) il pil cresce quest’anno dell’8,7%, il debito pubblico sta sotto il 77% del pil che è poca cosa se misurato col nostro (meno di un decimo) ma è cresciuto costantemente a ritmi del 4% negli ultimi dieci anni con l’export che fa il più 10%. La paura si chiama inflazione al 9% e forse svalutazione del fiorino. Il sollievo la flat tax al 9%. È un economia all’antitesi del modello di Maastricht, ma a giudicare dal tasso di occupazione e dagli investimenti immobiliari funziona. L’Europa congela i finanziamenti. Allora Budapest guarda sempre più a Est. I miliardi sono quelli cinesi e russi, forse sarebbe meglio interrogarsi se conviene davvero emarginare Viktor il cattivo. Anche quando era la seconda capitale di Francesco Giuseppe non amava risalire contro corrente il Danubio.
Orban si è fatto dare il gas da Putin e lo paga in rubli, si è aperto alla Cina che qui investe in maniera massiccia. Si calcola non meno di 20 miliardi di dollari. Arrivano le fabbriche per produrre batterie, arrivano gli investimenti su una ferrovia che non serve all’Ungheria – da Budapest a Belgrado- ma fa molto comodo a Pechino perché da lì fa passare le merci che arrivano al Pireo diventato cinese dopo che l’Europa ha voluto la spoliazione della Grecia. Orban il cattivo sta trasformando Budapest nell’hub di Pechino e Xi Jinping non fa mancare afflusso di capitali. Bank of China ha raddoppiato la sede in piazza Jozef Nador (altro luogo magico di Pest) da dove parte la via dello shopping zeppa di firme anche italiane. Da lì si arriva al teatro dell’Opera. Meraviglioso. Doveva essere autarchico nei materiali e negli artigiani. È ricchissimo di marmi di Verona e di Carrara, le stoffe sono fiorentine e le statue dei nostri compositori sono ovunque. Una curiosità: qui Cavalleria Rusticana di Pietro Mascagni è stata replicata per cento volte in cinque anni e la prima fu diretta dal grande compositore livornese in persona. Venerano Verdi e amano alla follia Puccini. Come peraltro Gucci. Di tedesco ci sono solo le auto, ma quelli ricchi davvero parcheggiano sul lungo Danubio in una città pulitissima e dove gli homeless si contano sulle dita di una mano soprattutto Lamborghini e Bentley. Per i turisti c’è la metropolitana che funziona perfettamente e dove gettare una carta a terra è reato. E si vede. La polizia sorveglia, ma a sentire una certa vulgata dovrebbe essere ovunque. No, la cappa di compressione di diritti non si avverte. Forse perché quando sono stressati vanno alle terme. Glielo hanno insegnato romani, poi ci hanno pensato i turchi a mantenere l’abitudine. Le terme di Budapest sono tra le sette meraviglie del mondo: il bagno Kiraly, il Rudas o il bagno Veli Bej.
Lo stabilimento Szechenyi risale alla fine dell’800 è tra il barocco e l’art nouveau. Uno spettacolo, al pari di vedere la città dalla ruota panoramica: altissima si staglia in mezzo a piazza Erzsébet tér dove si affacciano gli alberghi di lusso per gli uomini d’affari. Anche Budapest ha un’anima nera. Si trova nel ghetto ebraico, alla sinagoga la seconda più grande fuori da Gerusalemme (la prima è quella di New York). L’architettura è bellissima, il peso della storia difficilmente sopportabile. Sono stati 400.000 gli ebrei ungheresi deportati: furono massacrati tra Brikenau e Dachau nel 1944. L’Ungheria era alleata di Hitler, nell’ultimo anno di guerra gli zelanti nazisti di Budapest offrirono il loro tributo al terrore. Rastrellavano le campagne, a Budapest rinchiusero gli ebrei nel ghetto: 3.000 morirono di freddo, 200.000 si salvarono perché i sovietici arrivarono prima che lo stermino fosse compiuto. Undici ani dopo torneranno con i carri armati per compiere il secondo scempio: quello comunista. È una citta che lascia cicatrici. Per togliersele il poso c’è: il caffè New York (non è lontano dal ghetto). E’ il più bello del mondo: stucchi, specchi, divanetti rossi, enormi cristalli e la musica che c’è sempre come in tutta Budapest dove si mangia in un locale chic con meno di 30 euro, si sta in un hotel 5 stelle con 180 euro a notte e si compra un attico in pieno centro a meno di 2.000 euro al metro quadrato. Sono arrivati gli italiani della Boscolo a salvare il caffè che era l’alcova della principessa Sissi e a ridargli uno splendore unico. A Budapest gli italiani vanno forte, forse perché ci considerano quasi europei. È la magia del tricolore, anche se il loro è rovesciato.
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