Allarme green pass tra le piccole imprese. «Perderemo operai e mancano sostituti»
Per Unioncamere, alle Pmi basta dover sospendere due o tre dipendenti per collassare: «E in giro c’è carenza di personale»

Secondo Unioncamere, già a settembre e prima quindi prima che il green pass diventasse obbligatorio per i lavoratori, il 36% della forza nazionale si reperiva con grandi difficoltà. Pallottoliere alla mano, in Italia su un fabbisogno di 526.250 lavoratori, 189.450 si trovano con grande fatica. Da quando, dal 15 ottobre, esibire il green pass diventerà una condizione necessaria per lavorare, la situazione diventerà ancora peggiore e molte aziende italiane rischieranno il collasso.

Il dato arriva dall’indagine chiamata Progetto Excelsior, che le Camere di commercio realizzano mensilmente sul territorio parlando con gli imprenditori italiani e che non fa presagire nulla di buono per gli imprenditori italiani.

Il mercato del lavoro, insomma, non si è fatto trovare pronto a soddisfare le esigenze della ripresa economica. A ciò si aggiunga che il green pass obbligatorio comporterà molti problemi pratici per i datori di lavoro. In primis quello di sostituire la forza lavoro che non ha la certificazione verde per un limitato periodo di tempo. In molti casi sarà infatti difficile, se non impossibile, sostituire un dipendente con un altro.

«Il 93% delle aziende italiane ha meno di dieci dipendenti e se anche solo due o tre dipendenti non potranno lavorare perché senza green pass, molte compagnie non potranno andare avanti e il sistema si fermerà. Le grandi imprese hanno maggior facilità nel venire fuori da queste situazione ma per le piccole e micro imprese sarà un disastro. A questo si aggiunga che, ad oggi, non si trova forza lavoro qualificata e nemmeno quella non qualificata», dice Mario Pozza, vicepresidente nazionale di Unioncamere e presidente di Unioncamere Veneto. «È una situazione che conosciamo da tempo e che abbiamo ben visto in estate in Veneto con la carenza di cuochi, camerieri, baristi e operatori del mondo del turismo e della ristorazione».

I motivi della carenza di personale spiega Pozza sono diversi. Di certo, il reddito di cittadinanza non è stato un aiuto in questo senso, dice il vicepresidente di Unioncamere. «Molti di coloro che hanno perso il lavoro e hanno percepito il sussidio statale oggi preferiscono andare avanti così e arrotondare facendo lavoro sottobanco», dice. «Unioncamere, del resto, è composta da imprenditori che quotidianamente vedono questa situazione». Oltre al problema del reddito di cittadinanza c’è anche quello di chi ha cambiato del tutto mestiere perché non più intenzionato a svolgere certe professioni come il caso ad esempio degli autotrasportatori, spesso troppo poco pagati in relazione alla scarsa qualità della vita che viene offerta dalla professione.

«L’unica soluzione», dice Pozza, «è rendere obbligatorio il green pass. La strada del tampone ha un costo e non è sostenibile sul lungo periodo». In effetti, c’è anche questo problema. Anche se a prezzi calmierati, farsi un tampone ogni 72 ore è una soluzione impraticabile sia per il datore di lavoro che non può pagare per tutti ogni tre giorni che per il dipendente che, spesso, guadagna troppo poco per sostenere il costo di un test. Così succede che molti preferiscono non lavorare piuttosto che prendere 1.300 euro al mese e spendere centinaia di euro al mese in test anti Covid. «Sarà un effetto che vedremo sicuramente», dice Pozza, «c’è tanta gente che preferisce stare a casa piuttosto che sobbarcarsi tutti questi problemi».

Ci sono poi anche imprenditori che hanno scelto di pagare di tasca propria i tamponi per la forza lavoro, ma si tratta di un costo enorme per il sistema. Un problema che si va ad aggiungere a una situazione in cui il costo delle materie prime è alle stelle, così come quello dell’energia.

Secondo l’indagine mensile di Unioncamere, aggiornata a settembre, tra i quasi 190.000 lavoratori di cui ci sarebbe bisogno, i più richiesti sono quelli della logistica, i venditori, gli operai delle catene di montaggio, chi si occupa di ricerca e sviluppo, installatori, tecnici per l’assistenza post vendita, personale amministrativo, fino ad arrivare a chi opera nella direzione generale, nelle risorse umane e nei servizi informativi.

Da Unioncamere ci si domanda, inoltre, chi avrà la responsabilità del controllo della certificazione verde. A due settimane dall’obbligo del green pass non è ancora chiaro. A rigor di logica, dovrebbe essere il datore di lavoro ma, soprattutto nelle piccole aziende, non sempre il titolare è presente. «Che il governo prenda una decisione», dice Pozza. «Questa situazione così non può andare avanti. Le istituzioni devono fare qualcosa. A meno che non ci siano motivazioni di salute specifiche, l’unica soluzione è rendere il vaccino obbligatorio, se no non ne esce».

Insomma, ad aggiungersi alle mille preoccupazioni che devono affrontare gli imprenditori, ora ci si mette anche l’obbligo di certificazione verde. Ormai il conto alla rovescia è partito e gli occhi guardano tutti al 15 ottobre.

Al momento le difficoltà e i punti interrogativi sono molti più dei presunti benefici di una norma che, fino a fine anno, darà più di qualche grattacapo ai datori di lavoro. La speranza è che gli imprenditori siano abbastanza forti da superare anche questo ennesimo ostacolo. Se così non dovesse essere, al numero dei contagiati si aggiungerà quello di chi non riesce ad arrivare a fine mese, un club che negli ultimi tempi è diventato sempre più affollato e per cui si fa sempre troppo poco.

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