«Alberi sradicati su enormi letti di ferro. Così celebro la vita»
Nel riquadro Ida Harm
L’artista padovana Ida Harm: «Il pubblico ha amato la nostra installazione, imponente nei volumi, ma allo stesso tempo leggera come una carezza».

Ida Harm, alias Vera Bonaventura (Padova, 1975) è un’artista padovana. Muove i primi passi dipingendo alberi e paesaggi, con mostre che trovano spazio in Italia, Austria e Francia. Un primo bilancio di questo percorso viene raccolto nel volume autoprodotto Back To The Roots (2015). Inizia ad ampliare la ricerca utilizzando anche fotografia, video e installazioni di vario tipo, unendosi a Roberto Mainardi fonda Officinadidue che opera in tutta Italia con progetti d’arte ambientale per spazi privati e pubblici; hanno esposto le loro opere in orti Botanici, a Merano e a Padova, in musei di Arte Contemporanea, in parchi d’arte quali ArteSella, in giardini, festival e centri culturali. In questi giorni debutta a Roma 350mt, installazione per Wide alle Industrie Fluviali.

Partiamo dall’ultima novità: che cos’è 350 mt?

«Industrie Fluviali (ex industria della lana, oggi hub culturale sulle rive del Tevere) ci ha chiesto di pensare a un’opera identitaria da installare nei loro ambienti. I due elementi, lana e fiume, ci hanno subito colpito per la loro natura, la carica simbolica, l’estetica, le possibilità comunicative. Volevamo evidenziare la connessione tra questi due luoghi in una sintesi organica e abbiamo iniziato da un dato: calcolare la vicinanza tra i due luoghi, tra Tevere e Industrie Fluviali. 350 metri, li abbiamo voluti rappresentare con una corda di pari lunghezza rivestita di lana cardata blu che si dipana per l’edificio partendo dall’ingresso, scorrendo come un fiume carsico per soffitti, muri, pavimenti, andando a lambire gli ambienti dell’edificio e immergersi in un masso raccolto dal Tevere. Il valore intrinseco e più profondo di 350metri è ri-cordare la dipendenza dai fiumi. Completa l’opera un sonoro che ogni mattina e sera per un minuto, fa ascoltare lo scorrere delle acque del fiume per non s-cordare, come scrive il professor Stefano Fenoglio, che “siamo una specie fluviale”».

Avete ideato e realizzato un percorso installativo in un’isola (Albarella) alle foci del Po durante il Covid. Ad esempio, sono curioso di sapere come nasce L’attesa, installazione che ha visto un enorme letto di ferro ospitare una quercia sradicata. Che reazioni ci sono state da parte dei visitatori?

«Roberto si forma nell’officina del padre, un fabbro, conosce e sa lavorare diversi materiali: non lo spaventano i pesi, le grandi dimensioni, il lavoro di forza. Il lettone della sughera (otto metri di lunghezza per due d’altezza) ovvero L’attesa è stato un lavoro di questo genere che ha coinvolto mezzi pesanti, squadre di operai, fucine. Nel suo complesso è leggero come una carezza. Si rivolge con estrema cura a una sughera morta ma ancora in piedi che abbiamo adagiato su un letto, un giaciglio fatto su misura. Nell’anno del centenario della nascita di Beuys (2021) abbiamo deciso di piantarle attorno, come un abbraccio, sette lecci. La gente l’ha amata da subito andando oltre gli stereotipi che durante il Covid ad alcuni ricordava un letto di ospedale e la malattia. Telmo Pievani scrisse, a proposito, che “opere come questa stimolano la nostra biofilia”. A volte pensiamo a quelle popolazioni umane che non conoscono la parola natura poiché ne sono talmente compartecipi, immersi, da non riuscire a osservarla o percepirla al di fuori di sé stessi. Non raggiungeremo mai più quello stato di completezza».

Un’altra installazione è stata Bomba di semi per i giardini del castello di Trauttmansdorf a Merano: di cosa si tratta?

«Ci è stato chiesto di elaborare un’opera per la conclusione del decennio di ricerca promosso dall’Onu sulla biodiversità. Il report che ne uscì era piuttosto impressionante e i temi di vastissima portata, difficili da condensare in un lavoro artistico. Ci venne in aiuto un seme di Trachelospermum jasminoides! Si posò fra le pagine del nostro diario e riflettemmo sulla volatilità dei semi e la loro forza vivifica, quiescente, migrante. Seedbombing è stata collocata nella serra dei giardini Trauttmansdorf e prevedeva dei grandi ovuli in vetro incastrati nel terreno nudo e arido proprio come delle mine o delle bombe ma riempite di semi bianchi di gelsomino, lunaria e pioppo. Un sonoro si attivava periodicamente con un bombardamento aereo che sfondava soffitto e pareti della serra. Volevamo riassumere la stretta connessione fra crisi climatica e crisi migratoria in un delicato equilibrio fra noi e l’ambiente, o la distinzione fra la forza vegetativa e la forza distruttrice umana».

E poi c’è stato L’urlo di Vaja ad ArteSella, un percorso sonoro per tentare di capire cosa accadde in quelle cinque ore nel quale vennero abbattuti e sradicati 14 milioni di alberi.

«Eravamo nella Val Belluna, a Feltre. Volevamo capire, ricostruire e restituire al pubblico quell’uragano, dargli la massima espressività. Tuttavia, Vaia aveva già scolpito un paesaggio e lasciato un’impronta così forte che ogni linguaggio ci sembrava effimero per evocare la sua forza. Ci vennero in mente le parole dell’ecologista Bernie Krause (“un’immagine vale 1.000 parole, ma un suono vale 1.000 immagini”) e concepimmo la nostra prima scultura sonora: un’opera invisibile che fu collocata a Feltre, prima, quindi ad ArteSella, per tutto l’anno. Il pubblico era letteralmente chiuso al buio dentro Malga Costa per rivivere collettivamente ciò che ognuno aveva vissuto da solo tra le mura di casa. Inserimmo anche i ceppi degli abeti rossi devastati ad aggiungere un profumo di legno e resine. Piacque molto e fu richiesta in tante altre occasioni come ad esempio alla sezione Bloom curata dal paesaggista Antonio Perazzi al Festival del Design di Milano».

Come può operare l’arte dunque ai nostri giorni? Perché fare arte e parlare di natura?

«I nostri lavori attingono a radici più profonde di quanto non dicano le opere. Ci siamo interrogati spesso sul valore dell’arte e del nostro lavoro. Siamo convinti che per noi oggi sia urgente scuotere, muovere all’azione, dare conoscenza, infastidire anche. Cerchiamo che sia un’arte utile, partecipativa oltre che etica e accompagnata da scritti e didascalie riportanti dati scientifici e informazioni di botanici, zoologi, biologi, sociologi. Il nostro lavoro artistico tenta di esprimere ciò che gli scienziati ripetono con numeri e proiezioni. È chiaro che è una scelta difficile da portare avanti nel campo delle arti visive, ci proviamo».

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