Emma Bonino, morta oggi a Roma all’età di 78 anni, è stata una delle figure più divisive della politica italiana del dopoguerra. Radicale per vocazione prima ancora che per tessera, ha trasformato i diritti civili in militanza permanente: aborto, eutanasia, carceri, immigrazione, lotta alla pena di morte. Con il metodo imparato accanto a Marco Pannella: disobbedienza civile, referendum, digiuni, provocazione pubblica.
Nata a Bra nel 1948, entrò alla Camera nel 1976. Da allora attraversò le istituzioni: deputata e senatrice, vicepresidente del Senato, commissaria europea dal 1995 al 1999, ministro nel governo Prodi e poi ministro degli Esteri con Enrico Letta. Fu tra le protagoniste delle campagne contro le mutilazioni genitali femminili, per la Corte penale internazionale e contro la pena di morte.
Aborto e legge 194: la battaglia che ha segnato la sua storia politica
Ma il nome di Bonino resta legato soprattutto all’aborto. Nel 1975, quando l’interruzione di gravidanza era ancora reato, si autodenunciò dopo l’attività svolta con il Cisa, il Centro d’informazione sulla sterilizzazione e sull’aborto, e fu arrestata. Quella campagna precedette la legge 194 del 1978. Bonino ha sempre sostenuto che l’obiettivo fosse sottrarre le donne alla clandestinità. Negli anni successivi ha difeso la piena applicazione della 194, contestato l’obiezione di coscienza troppo estesa e sostenuto l’aborto farmacologico. Ha anche precisato di non considerare «l’aborto, di per sé» un diritto, ma uno strumento della libertà di scegliere se diventare madre.
Qui si concentra la critica più profonda alla sua eredità. Per il mondo pro life e per una parte della cultura cattolica, la battaglia radicale non si limitò a depenalizzare l’aborto: contribuì a trasformarlo da dramma da prevenire a simbolo di autodeterminazione. I suoi oppositori le hanno rimproverato di avere costruito il racconto quasi esclusivamente attorno alla volontà della donna, lasciando sullo sfondo il concepito, e di avere oscurato quella parte della stessa 194 che parla di tutela della vita umana fin dal suo inizio e di sostegno alla maternità.
La contestazione riguarda anche il linguaggio. Dove Bonino vedeva libertà, i critici hanno visto la riduzione di un conflitto morale a un diritto individuale. Dove i Radicali rivendicavano la fine della clandestinità, il fronte antiabortista ha denunciato la normalizzazione di una pratica che interrompe una vita nascente. Bonino è così diventata, agli occhi dei suoi avversari, il volto di una cultura in cui il desiderio dell’adulto rischia di prevalere sulla fragilità di chi non ha voce.
Diritti civili e autodeterminazione: il lascito di una figura che ha diviso l’Italia
È questa contraddizione a spiegare perché sia stata insieme celebrata e contestata come poche altre figure della Repubblica. Ha costretto l’Italia a discutere di libertà prima nascoste. Ma su aborto e fine vita ha incarnato una visione dell’autodeterminazione che molti giudicano incompleta perché separata dal limite, dalla responsabilità e dalla tutela del più debole. Il suo lascito resta quello di una protagonista: non pacificata, non unanimemente celebrabile, impossibile da ignorare.