«Chi la fa, l’aspetti» è un detto di sempre micidiale attualità, perché ha un ragione biologica: la natura umana contiene una innata capacità di ferocia, senza la quale non saremmo riusciti a superare il paleolitico. Finché gli uomini sono inseriti in una tranquilla routine, gentilmente ammantati da quella che possiamo chiamare buona educazione o ipocrisia borghese a seconda dei punti di vista, questa innata capacità se ne resta tranquilla e buona. Nel momento in cui l’idiota di turno destabilizza il sistema, una volta assaggiato il frutto proibito del sangue, saranno in molti a riscoprire i dannati piacere della ferocia. Riusciranno a resistere solo coloro che hanno valori molto forti, ma questi difficilmente sono la maggioranza, quindi, prima di prendere a calci l’ipocrisia borghese, pensiamoci.
C’è poi una precisa ragione antropologica che giustifica il motto «chi la fa, l’aspetti». Una volta che qualcuno ha stabilito che si possono ammazzare i civili, il concetto passa anche agli avversari, perché la guerra è una forma di intimità, con un inevitabile scambio di usi e costumi, armi e idee. Nessuno può scendere in battaglia contro un nemico feroce senza imbarbarirsi molto, quindi è il caso di pensarci prima di scendere in battaglia ed è necessario disporre di regole d’onore granitiche, o prima o poi arriveranno le foto delle atrocità commesse dai propri soldati.
C’è infine una ragione spirituale che giustifica il motto «chi la fa, l’aspetti». Una volta aperte le porte al male, il male entra nel mondo, perché il Male esiste, e una volta che si è alimentato il suo fuoco, l’incendio non è più controllabile.
È molto chiaro, nella mente degli storici e degli sceneggiatori degli innumerevoli film sull’argomento, quanto Hitler odiasse gli ebrei. È molto meno noto quanto odiasse i polacchi, destinati a essere sterminati dopo gli ebrei, sottoposti a vessazioni gravissime. Ancora poco messo a fuoco è quanto il caporale austriaco detestasse i tedeschi, e in particolare quanto odiasse l’esercito tedesco, la Wehrmacht.
nessuna pietà
Hitler ha mandato milioni di uomini a conquistare la propria morte per una vittoria impossibile, ha mandato le mosche a conquistare la carta moschicida e gliel’ha fatta conquistare con particolare ferocia, così, quando il momento dell’inevitabile resa dei conti è venuto, non c’è stata pietà. Non c’è stata pietà per gli uomini delle SS e della Luftwaffe, castrati e accecati quando cadevano vivi nelle mani dei sovietici, non c’è stata pietà per gli uomini della Wehrmacht, affamati e morti di stenti in Siberia, o nei campi di prigionia alleati, e non c’è stata pietà per i civili. Il memorandum di Darmastadt raccoglie testimonianze e foto.
Negli innumerevoli film sull’argomento, i tedeschi sono rappresentati sempre come cattivi, spesso stupidi, ma comunque forniti di cibo sufficiente e divise pulite. In realtà l’inverno sovietico si abbatté su soldati affamati, infestati dai pidocchi e privi di equipaggiamenti adeguati. La «guerra lampo» aveva funzionato in maniera spettacolare per Belgio e Francia, in Russia venne meno bene. L’incredibile stazza della nazione sovietica non fu tenuta presente. Prima del generale inverno c’è il caporale autunno: la campagna tedesca doveva terminare in estate, in autunno tutta la Russia diventa un’unica distesa di fango in cui i panzer affondavano. Poi arrivò l’inverno. Convinti di vincere una guerra lampo, i soldati tedeschi non avevano l’equipaggiamento invernale. Quando finalmente lo ricevettero, realizzarono che era l’equipaggiamento dell’inverno tedesco. L’inverno russo è molto più freddo. Spesso vestiti in maniera inadeguata, i tedeschi sottraevano calzature e abiti ai civili, un’ulteriore ferocia che pagavano cara quando, catturati dai sovietici, avevano addosso le prove del furto.
Flagello reciproco
I tedeschi che dovettero subire l’amputazione dei piedi o di dita delle mani per il freddo è enorme, come il numero di soldati morti di congelamento o tifo petecchiale. Gli scarponi chiodati sono un ottimo sistema per causare congelamento, dato che i chiodi sono di ferro e il ferro è un ottimo conduttore di temperatura. Gli scarponi dei tedeschi erano di cuoio chiodato e del numero giusto. Quelli dei sovietici erano di feltro, materiale corretto, ed erano di due numeri più grandi, quindi c’era lo spazio per paglia o carta che trattenendo l’aria sono pessimi conduttori di calore, e c’era spazio perché i piedi, gonfiandosi per il freddo, non rischiassero la gangrena.
Le mosche lanciate a conquistare la carta moschicida stavano quasi per prendere Mosca, avrebbero potuto farcela, ma il loro capo, che in fondo li odiava, è evidente, li fermò per mandarli a prendere Stalingrado. La città fu trasformata in macerie annerite con un tipo di bombardamento talmente violento da causare le cosiddette tempeste di fuoco, il primo bombardamento di questo tipo. Poi anche la Germania fu flagellata da bombardamenti di quel tipo, il più atroce quello di Dresda. Una volta presa la città, dalla quale Stalin non aveva evacuato i civili, cominciò questa battaglia terrificante casa per casa, anzi maceria per maceria. Stalin però aveva enormi riserve di uomini e materiale bellico. Alla fine ebbe il sopravvento. Gli uomini della sesta armata tedesca agli ordini del generale Von Paulus tenevano Stalingrado, a Nord e a Sud c’erano i rumeni, peggio armati e nettamente meno motivati. L’Armata rossa sfondò a Nord e a Sud aggirando la sesta armata.
fame, stenti e pidocchi
Innumerevoli libri raccontano la battaglia, particolarmente ricco è La disfatta del Terzo Reich. La battaglia di Stalingrado, di Andrea Marrone, che racconta anche della disastrosa storia dell’Armir, il contingente italiano che Mussolini aveva voluto mandare in Russia a tutti i costi, insistendo con Hitler. L’unica cosa da fare sarebbe stata sfondare l’accerchiamento e arretrare il fronte, invece Von Paulus chiese ordini Berlino e l’ordine folle fu di restare. Nella trappola rimasero anche una settantina di italiani, uno solo di loro è tornato a casa. La loro storia è raccontata in Noi moriamo a Stalingrado di Alfio Caruso. Per un periodo l’aeronautica tedesca riuscì a rifornire Stalingrado con un ponte aereo, sia pure insufficiente, poi questo divenne impossibile. I soldati di Stalingrado morirono di fame e di stenti e mangiati vivi dai pidocchi, flagellati dalla dissenteria e dal tifo petecchiale esattamente come gli internati dei campi di concentramento. Quando finalmente la sesta armata si arrese, i soldati tedeschi furono trasferiti con marce durissime in Siberia, con tassi di mortalità molto simili a quelli delle marce della morte con cui erano stati trasferiti a Ovest gli ebrei ungheresi e quelli di Auschwitz quando il campo fu evacuato.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >