• Bankitalia: «Con lo spread italiani più poveri di 85 miliardi». Però, come Bruxelles, non sembra segnalare i veri rischi: banche greche in pericolo, italiane in crisi di credito, derivati a Parigi e Berlino e fine del Tltro.
  • Il 13 dicembre il board della Bce dovrà prendere decisioni di sostegno del credito.

Lo speciale contiene due articoli

Mentre si discute sul menù che a Bruxelles attende stasera il premier Giuseppe Conte, e il presidente Jean Claude Juncker, l’Europa boccia l’Italia ma lascia porte e finestre aperte nel tentativo pressante di far modificare la manovra. Soprattutto con l’intento di far rivedere il 2,4% di deficit e far capire all’elettorato italiano che i gialloblù non mantengono le promesse elettorali. La missione è tanto chiara quanto è impari il confronto con le lettere inviate alle altre due nazioni europee che hanno ricevuto una bocciatura pur senza una promessa di procedura d’infrazione. Roma vive un suo particolare impasse e Bankitalia anche ieri ha tenuto a precisare che il calo dei titoli di Stato ha reso le famiglie più povere di 85 miliardi e che ovviamente ci «sono rischi dalla bassa crescita». Ciò non toglie che valga la pena segnalare ciò che nemmeno Bankitalia fa, cioè che c’è un treno in arrivo pronto a schiantarsi sul Vecchio Continente. A rischiare di farsi male è soprattutto il comparto bancario. Non solo quello italiano.

Gli istituti greci hanno perso in Borsa più o meno il 60% a partire dallo scorso maggio. Piraeus Bank è quella che ha registrato il mese scorso la perdita più ampia, il -20% in una sola seduta quando è stata annunciata la necessità di trovare 500 milioni di euro sul mercato dei bond subordinati Tier2.

La Vigilanza bancaria Ue ha chiesto misure di ricapitalizzazione entro l’anno e un piano per poter ridurre del 60% entro il 2021 i crediti deteriorati, che ammontano a 88 miliardi di euro pari alla metà del Pil ellenico. Vanno male anche National bank of Greece e Alpha Bank. Eppure l’Eurogruppo lo scorso giugno, alla vigilia della fine della cura della Troika, aveva annunciato con un certo entusiasmo: «Atene è fuori dalla crisi». Peccato che non basti un documento per tirare una linea e far quadrare i conti. Nonostante ciò Bruxelles non sembra preoccuparsi della tempesta sul Pireo. Così come non vuole affrontare la necessità di rivedere una larga serie di parametri legati al riciclaggio portato a galla dalla bomba Danske bank.

Duecentotrenta miliardi di dollari, in gran parte provenienti dalla Russia, «sarebbero passati attraverso la filiale estone della banca danese e girati a Deutsche bank, JPMorgan e Bofa per essere immessi, puliti, nel sistema finanziario internazionale», ha rivelato l’altro giorno La Repubblica. Le rivelazioni arrivano dall’ex capo dell’unità di Danske Bank che si occupava delle operazioni finanziarie nei Paesi Baltici. E 150 miliardi di dollari in particolare sarebbero «passati per la Deutsche Bank, circa due terzi del totale, ha precisato il whistleblower inglese», ha aggiunto il quotidiano di Largo Fochetti. Nessuna conferma e nessuna smentita. Il che conferma che la cosa è grossa e nasconda uno schema del quale in molti dovevano essere a conoscenza. L’Ue non può ignorare la necessità di ristrutturare il sistema se non si vuole perdere ulteriore credibilità.

Lo farà? Forse no, dal momento che a oggi non ha preso in mano nemmeno il tema dei derivati che ha colpito il sistema bancario tedesco e pure quello francese. Certo in tutto questo baillame sono previste sberle anche e in un certo senso soprattutto per le banche italiane. A giugno del prossimo anno gli istituti tricolore dovranno tagliare del 50% l’importo dei finanziamenti agevolati della Bce che vanno sotto il nome di Tltro (Targeted longer term refinancing operation) in base ai criteri di Basilea III. Ciò significa che già dal prossimo anno il costo della raccolta delle banche salirà esponenzialmente e dovrà essere tamponato con nuove emissioni di debito. Il sistema bancario italiano è penalizzato dallo spread a 300 punti rispetto al bund tedesco e quindi sarà vittima di un gap sostanziosi rispetto alel colleghe delle altre nazioni Ue.

Serviranno ricapitalizzazioni? Probabilmente sì. Se lo spread scenderà saranno meno penalizzate, ma in goni caso anche con differenziale sui 200 punti (pre insediamento dei gialloblù) il problema si sarebbe posto ugualmente. Se ne preoccupa l’Ue? No. Come non sembra cogliere i segnali di crisi dell’economia di Berlino (sotto pressione per via di Donald Trump) e nemmeno di quella parigina. Il caso dell’arresto di Carlos Goshn, ad di Reanult e Nissan a Tokyo è emblematico. Siamo di fronte a un nuovo fronte di guerra commerciale, stavolta con il Giappone. Vedremo se anche stavolta l’unico a cogliere i segnali sarà Mario Draghi. Lo capiremo dalle mosse durante la riunione del 13 dicembre. Così come vedremo se il crollo improvviso del greggio (viaggia sui 50 dollari) farà scendere l’inflazione e si trasformerà in una ottima scusa per la Bce. Potrà prolungare la politica monetaria e sostenere le banche di tutte Europa.

Claudio Antonelli

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