«Il Piemonte deve prendere a modello il Veneto di Zaia. I malati devono essere curati fuori dall’ospedale». Ferruccio Fazio un virus l’ha già affrontato: si chiamava H1N1, e lui era ministro della Salute nel governo Berlusconi. Primario di medicina nucleare del San Raffaele di Milano, oggi è sindaco di Garessio, tremila abitanti in provincia di Cuneo: il virus ha bussato alle porte del paesino, ma non è riuscito a dilagare, specialmente nelle case di riposo. Qualche giorno fa ha accettato di guidare la task force anti Covid della Regione Piemonte, dove i numeri non sono incoraggianti.
Chi glielo ha fatto fare?
«In realtà mi ero ritirato a Garessio per godermi la pensione, per andare in montagna. Poi l’altro giorno mi ha telefonato il presidente della Regione Cirio. Ho compreso che avevano bisogno, e ho accettato».
Qual è il suo compito?
«Devo affiancare l’unità di crisi già attiva. Analizzare la situazione, vedere se le soluzioni sono adeguate, e proporre dei correttivi».
La sua è una delle regioni più colpite. Il Piemonte, dopo la Lombardia, è il secondo malato d’Italia. La provincia di Torino ha superato in termini di contagi quella di Bergamo. Come si spiega?
«È mancato il territorio, anche nelle Rsa. Negli anni, con i tagli alla sanità, i soldi sono venuti meno. E quelli che c’erano li hanno messi negli ospedali».
È questo l’errore?
«Quando un malato si acutizza non dev’essere mandato automaticamente in ospedale, come avviene qui adesso. E dopo la degenza, in ogni caso, si deve tornare nella comunità, in strutture vicino casa».
Non c’è una carenza di medici di base?
«I medici di base ci sono. Il problema è che hanno preso codici bianchi e verdi e li hanno messi tutti a carico del 118. Risultato: prima sono esplosi i pronto soccorso, e poi gli ospedali».
Volete anche voi il modello Zaia?
«Dobbiamo seguire il modello Zaia, ma io non mi occupo di ciò che riapre o non riapre».
E quindi, come lo interpreta?
«Valorizzare il territorio. Isolare i casi positivi e i loro contatti, eseguire i tamponi. Al limite anche gestendo i casi polmonari allo stato iniziale, diagnosticandoli con ecografia e trattandoli con eparina».
Ma rivoluzionare la sanità territoriale avrà un costo insostenibile.
«Tenere in piedi l’ospedale costa enormemente di più. I medici generici sul territorio ci sono già, in Veneto stanno risparmiando milioni grazie alle loro scelte. Una giornata in lungodegenza costa 100 euro. Una giornata di ricovero ospedaliero ne costa 700».
Perché così tanto?
«Ogni volta che si va in ospedale devo pagare il centro trasfusionale, l’anatomia patologica, l’istologia, tutti i servizi collegati».
A Garessio il suo modello casalingo di contenimento del virus sembra aver funzionato: come ha fatto?
«È un modello casereccio. Ho applicato in piccolo quelle buone pratiche che raccomandavo alle regioni quand’ero al ministero».
È andato casa per casa a misurare la febbre a tutti?
«Ma no. Ho riunito i medici di base e ho dato loro istruzioni precise. Chi presentava febbre, o difficoltà respiratoria lieve, o mancanza di gusto e olfatto, io lo consideravo comunque contagiato. E questo senza fare tamponi, anche perché non ne avevamo».
E poi?
«E poi li mantenevamo in isolamento. Non avevamo la certezza che fossero positivi, ma li abbiamo isolati comunque».
Così facendo anche la Rsa locale ha contenuto i danni?
«L’abbiamo chiusa subito, i primi sospetti sono stati isolati immediatamente. Una pratica che a livello regionale non è stata attuata».
In effetti in Piemonte la metà dei nuovi positivi arriva dalle Rsa. L’ordine dei medici regionale dice che i morti si potevano evitare. Condivide?
«Non so rispondere, e non rientra nei miei compiti. Nella fase due, ci preoccuperemo di fare riforme strutturali nelle Rsa: devono esserci sezioni, percorsi e turni blindati, separati completamente».
Come si è mosso il governo centrale?
«Non voglio giustificare nessuno, il Piemonte non era pronto ad affrontare la crisi del Covid. Come del resto non lo era nessuno. Però, se devo dare la responsabilità a qualcuno la do al governo centrale».
Perché?
«Perché sulla questione dei tamponi era il governo che, per tempo, doveva dare indicazioni alle regioni. E poi nessuno si è preoccupato di aumentare il numero dei laboratori per le analisi. L’organizzazione centrale ha avuto falle evidenti».
C’è stato un cortocircuito tra Roma e le Regioni?
«Non posso dirlo, io non c’ero. Però la sanità in Italia è materia concorrente. Nel momento di massima emergenza, il governo poteva avocarla a sé completamente. Invece l’ha fatto, ma non del tutto, ha lasciato le cose a metà. Tamponi inclusi».
In che senso?
«Il governo ha detto alle Regioni: siamo nei guai, io ti dico cosa devi fare, ma sui tamponi te la devi sbrigare da solo. No, caro mio, non funziona così».
Indecisione? Timidezza?
«Chiamiamola così».
Quindi chi è andato per conto suo ha fatto la scelta giusta?
«Zaia è andato in controtendenza, è stato bravo, e infatti è l’unico che l’ha sfangata. Ma non avrebbe mai potuto farlo, senza un sistema sanitario preparato alle spalle».
Gli ospedali dedicati ai malati Covid non servono?
«Non credo che gli ospedali dedicati siano una soluzione. Ma questa è una mia opinione personale».
Avverte un pregiudizio contro la Lombardia e la sua sanità?
«Assolutamente sì. La sanità lombarda è eccellente. Ce l’hanno con la sanità privata? Se non era per il San Raffaele e l’Humanitas, non avrebbero avuto le terapie intensive sufficienti. La sanità privata ha salvato la Lombardia».
E quindi il problema dov’è?
«Sempre lo stesso. Il problema non è nel privato, ben vengano le convenzioni. Il problema è essere troppo ospedalocentrici. Io lo dicevo sempre a Formigoni, e lui ogni volta si arrabbiava».
Ha colto toni eccessivi contro il Nord che produce? Come se qualcuno volesse vendicarsi? Quasi un razzismo anti-settentrione?
«È umano. L’eterna lotta tra terroni e polentoni, no?».
Questi attacchi la offendono, da piemontese?
«Ma figuriamoci, siamo uomini di mondo. Ci mancherebbe altro. Ognuno fa il suo mestiere, e io resto pragmatico».
Il governatore campano De Luca ha minacciato di chiudere i confini della sua regione…
«De Luca? Un paravento mica da poco».
Ma perché il virus ha colpito proprio il Nord italia?
«Sono sincero, non lo so. Forse perché si vive di più in spazi chiusi, dove il virus prolifera più facilmente. Poi al Nord ci sono più collegamenti con l’estero, occasioni di contatto, pensiamo alle fiere industriali. Ma le mie sono solo ipotesi».
Sembra ci sia confusione anche tra gli esperti. Persino i virologi ogni tanto litigano tra di loro.
«Facevano a gara ad andare in televisione. Si davano le gomitate. Nessuno è immune alla vanità».
Ormai se non fai parte di una task force non sei nessuno.
«Alla mia età avrei evitato volentieri. Ma era una questione di spirito di servizio».
La sua esperienza, da ministro, con l’influenza aviaria è servita a qualcosa?
«Questa è una malattia molto contagiosa. Io ho 75 anni e non ho mai visto niente del genere. Forse solo la spagnola è paragonabile a Covid in quanto a gravità. L’H1N1 era molto cattiva ma meno contagiosa, e poi avevamo un grande vantaggio: il vaccino».
Arriverà una seconda ondata?
«Probabile, ma speriamo tutti di sbagliarci. Il problema è che di questa bestia sappiamo veramente poco: non sappiamo se dà immunità, quanto dura, se rende immuni al primo passaggio o al secondo. Dunque anche immaginare una futura immunità di gregge, adesso non ha molto senso».
Quando ne usciremo?
«Temo che la vita non sarà più la stessa. E comunque, ci vorranno anni. E poi una volta sconfitta l’epidemia, nessuno ci assicura che non ne possa arrivare un’altra».
Si potrà andare in spiaggia?
«Ma sì, è soprattutto al chiuso che ci sono problemi. Basta evitare gli assembramenti. E i due metri di distanza dovremo rispettarli per un bel po’».
Ha il dubbio che il virus possa essere uscito per sbaglio da un laboratorio cinese?
«È una bufala. Come per l’aviaria, sono gli animali che trasmettono il virus all’uomo. Il guaio è la promiscuità dei mercati asiatici, dove si mangia di tutto, dai pipistrelli alle iguane».
La prima cosa che farà passata l’emergenza?
«Su questo non ho dubbi: non vedo l’ora di tornare alle mie piste da sci e alle mie immersioni».
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