La Libia è di nuovo sull’orlo di una guerra civile. Che di là dal Mediterraneo si ammazzino, potrebbe anche non interessarci. In fondo è già successo e non ci siamo dati troppa pena. In Siria sono anni che si uccidono fra loro e la faccenda non sembra riguardarci. In Israele il conflitto è permanente e noi non di rado abbiamo solidarizzato con gli aggressori, che non sono gli israeliani, come qualcuno pensa, ma coloro che tirano missili sui civili e si fanno esplodere in mezzo alla gente.
Dunque, visto che siamo stati indifferenti di fronte a questi conflitti, compreso quelli nell’Est Europa, è probabile che dinnanzi a quello che sta per scatenarsi dalle parti di Tripoli reagiremo con un’alzata di spalle.Il problema è che, a differenza della guerra in Siria o di quella fra israeliani e palestinesi, fra russi e ucraini, la Libia ci riguarda e per molti motivi. Che il comandante Khalifa Haftar bombardi il quartier generale di Fayez Al Serraj, leader di un governo che piace all’Occidente, ma non a egiziani e sauditi, può apparire una faccenda lontana, da osservarsi come un regolamento di conti fra opposte e poco interessanti fazioni. In realtà, nonostante le ragioni della guerra civile possano sembrare ai nostri occhi totalmente indecifrabili, lo show down in atto a Tripoli è una vicenda che dovremmo osservare con attenzione. In particolare dovrebbe seguirla Sergio Mattarella, non soltanto perché il presidente della Repubblica è anche il capo delle Forze armate e dunque avrebbe il compito di tenere gli occhi puntati su qualsiasi conflitto, per di più se vicino a noi. Ma anche perché se in Libia si combatte è anche un po’ per colpa del suo predecessore, il quale oltre a essere stato il peggior capo dello Stato degli ultimi vent’anni (negli ultimi trenta se la gioca con Oscar Luigi Scalfaro) è anche colui che ha dato un contributo fondamentale alla destabilizzazione di Tripoli. A distanza di anni dall’intervento dei Paesi occidentali a favore della cosiddetta primavera libica e contro il regime di Muhammad Gheddafi, intervento che fu fortemente sponsorizzato da Giorgio Napolitano, credo che sia evidente a chiunque abbia un grammo di cervello che far fuori il colonnello sia stato un disastro. Infatti, se Francia, Stati Uniti, Gran Bretagna e Italia decisero di bombardare l’esercito del rais per evitare che il regime massacrasse civili inermi, a otto anni dalla morte di Gheddafi si può dire che aver rovesciato il regime del colonnello non è servito a nulla. Di certo non è bastato a salvare delle vite umane, perché dal giorno della caduta del rais in Libia si registra un bagno di sangue. La nazione è in mano a bande di predoni e di estremisti, adeguatamente finanziati da alcuni Paesi arabi e da alcuni Paesi occidentali. La Francia, tanto per parlare chiaro, a Tripoli e dintorni ha giocato sporco sin dall’inizio, cioè dai tempi della presidenza Sarkozy. E anche adesso che parlano i cannoni, non pare avere intenzioni di tirarsi indietro. Anzi. L’interesse ovviamente non è dettato da motivi umanitari, ma da interessi assai più bassi, legati al petrolio, dato che i pozzi sono da sempre in mani italiane. E proprio per questa ragione riteniamo che la guerra civile che si sta combattendo a Tripoli non possa essere ignorata.
Non esiste, infatti, solo la ricaduta migratoria che ogni scontro armato causa e che, nel caso della Libia, produrrebbe sbarchi in massa come avvenuto nel recente passato. Che l’instabilità di Tripoli e dintorni alimenti la fuga di decine di migliaia di africani era un fenomeno che soltanto Genio Scalfari e Gas Lerner, due sostenitori dell’intervento militare contro Gheddafi nel 2011, potevano ignorare. È ovvio che se a Tripoli si combatte le persone scappano. E visto che in genere si fugge per stare meglio, è probabile che i profughi preferiscano fare rotta verso l’Italia che dirigersi a Sud, in Ciad o in altri posti simili. Dunque, se in Libia si spara occorre prepararsi, prima di essere travolti da un’invasione come è già accaduto in passato.
Tuttavia, non ci sono solo i migranti che scappano dalle pallottole, c’è anche il petrolio, che poi è la ragione vera per cui si combatte. Certo, volendo si può far finta di essere anime belle, disinteressate agli affari e all’oro nero. Ma siccome già ci facciamo prendere per il naso dall’Europa, sarebbe il caso di evitare di essere presi in giro anche in Africa. Noi non abbiamo materie prime, ma in compenso sappiamo estrarle. E questo può dar fastidio a chi vorrebbe prendere il nostro posto, francesi per primi. Dunque, siccome le guerre non si combattono solo con il fucile, ma anche con la politica economica, forse sarà il caso che il presidente delle forze armate batta un colpo. Il suo predecessore ci indusse ad appoggiare una guerra che era contro i nostri interessi, Mattarella potrebbe darsi da fare per evitarne una facendo per una volta gli affari nostri. Visto che il presidente si è incaricato di far da paciere con la Francia dopo la gaffe di Luigi Di Maio, cerchi di mettere qualche buona parola per una causa che questa volta ci sta davvero a cuore. O l’interesse nazionale è solo quello che piace all’Europa?
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