Nei processi di integrazione sociale una componente fondamentalissima per la loro riuscita è il numero dei soggetti da integrare. Si può girare intorno a questo tema quanto si vuole ma, volenti o nolenti, le cose stanno così. Ci deve essere una proporzione – non cercatela, per carità con l’intelligenza artificiale – tra coloro che devono integrarsi e il numero di chi deve ricevere questi soggetti da integrare. Il vocabolario ci dice che il termine integrazione, da un punto di vista sociale, significa l’assimilazione di un individuo da parte di un gruppo, di un ambiente. Il contrario, ovviamente, è l’emarginazione, la ghettizzazione, l’isolamento fino alla segregazione. Se il numero degli individui da integrare è troppo alto o addirittura si avvicina al numero degli individui con i quali integrarsi, o addirittura supera questo numero – cioè sono più quelli da integrare che quelli che devono ricevere – allora le cose si fanno complicate, spesso molto complicate, di frequente impossibili.
In questo senso va valutata, secondo me, la proposta del ministro dell’Istruzione e del merito Giuseppe Valditara (tema sul quale si era espresso anche il ministro Matteo Salvini sostenendo che il numero massimo degli studenti stranieri nelle classi dovrebbe essere del 20%), che, con un post, ha affermato che se si intende assimilare gli stranieri ai valori fondamentali della Costituzione, ciò può avvenire con maggior facilità se nelle classi la maggioranza sarà di alunni italiani, in modo che essi studino in profondità l’italiano stesso, ove non lo conoscano già, e possano approfondire la storia, la letteratura, l’arte e la musica italiane. Valditara ha sottolineato che questa è la direzione nella quale intende muoversi. Questione di numeri e basta? No, questione di numeri legati alla valutazione di un rapporto positivo tra persone che vengono da esperienze, da religioni, da usi e da costumi diversi. È vero che tutte sono persone, indistintamente, senza gerarchie, senza nessuno scarto di qualità fra le une e le altre e anche di potenzialità (che è ciò che più conta), ma è pur vero che per unire persone con diversità culturali derivanti dalle loro famiglie occorre tempo, impegno e anche una realistica, indispensabile, imprescindibile considerazione delle cifre.
Del resto, c’è un esperimento facile che potete fare tutti ed è quello dell’integrazione delle vostre mani. Provate a inserire le dita di una delle due mani nelle dita dell’altra mano e stringetele come nel segno della preghiera: esse si integrano perfettamente perché le dita di una mano sono dello stesso numero delle dita dell’altra. È una integrazione perfetta perché è alla pari. È un ragionamento di una semplicità assoluta, non sarebbe così se la mano destra avesse dodici dita e la mano sinistra ne avesse sette. Non sarebbe un’integrazione, sarebbe un groviglio.
Fatte le dovute differenze tra dita e persone, regge comunque il fatto che numeri «realistici» consentirebbero un’integrazione più feconda di tutti i valori umani che ogni persona porta con sé, di qualsiasi colore sia la sua pelle. Quando una classe italiana contiene quasi il 50% di studenti figli di stranieri, soprattutto nelle scuole primarie, e nel caso non raro in cui questi non conoscano bene la lingua italiana – figurarsi la cultura – che spesso è quasi impedito dai genitori stessi di apprendere, ebbene, come fanno quei professori e quei maestri o maestre a compiere questa opera di integrazione così impegnativa e da molti considerata invece come qualcosa di assolutamente semplice e naturale? È tutt’altro che semplice: richiede umanità, preparazione pedagogica e culturale. Queste due componenti non sono cose da poco, non sono questioni scontate.
Del resto, poi interviene il buon senso, chiunque capisce che integrarsi, anche solo con un’altra persona, richiede un cammino, non è un automatismo. Chi lo considera tale pecca di mancanza di conoscenza delle dinamiche che animano la relazione fra persone. Essa si va costruendo col tempo, con le dovute premure. È così da sempre. Risulta persino pedante discutere sulla necessità che i numeri di coloro che si devono integrare debbano essere inferiori a quelli di coloro che devono accogliere questa integrazione e a loro volta integrarsi. Perché non si parte mai dalla considerazione dettata da un umanesimo realista e non da un umanesimo dettato da considerazioni astratte e ideologiche? Se lo facessimo tutto risulterebbe più semplice.
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