«Andropausa», la serie Netflix che mescola dramma e commedia

Su Netflix da venerdì 7 ottobre, la serie sceneggiata da Engin Günaydın parte da lì, da quella parola, da quella diagnosi della quale la televisione non ha mai detto granché, con il merito di affrontare con un linguaggio di mezzo, non stupido, non autorale, un argomento raro nell’ambito della narrazione televisiva e cinematografica.

Il titolo non ha eguali: Andropausa, breve, lapidario, una sola parola perché il rischio equivoci possa essere scongiurato. Quando Engin Günaydın, sceneggiatore turco, si è trovato a decidere come ribattezzare la propria serie televisiva, la stessa della quale ha voluto essere anche protagonista, la scelta è caduta su un termine che potesse racchiudere tutto, una condizione umana che è condizione dell’anima e motore del racconto. Andropausa, su Netflix da venerdì 7 ottobre, parte da lì, da quella parola, da quella diagnosi della quale la televisione non ha mai detto granché. Yusuf, modista sulla cinquantina, se l’è sentita ripetere più volte, in un giorno come tanti. Il suo corpo aveva cominciato, progressivamente, a dare forfait, immobile di fronte alle richieste della mente. Yusuf cercava, il suo corpo tradiva. «Andropausa» è la parola che ha spiegato tutto, dando un nome a quel declino inarrestabile. E, parimenti, sostanziando un’ossessione. Avrebbe cambiato vita, Yusuf, sarebbe tornato a governare il proprio corpo e, più di tutto, avrebbe reso felice sua moglie, madre dei suoi due figli. Così, nella serie Netflix, sei puntate disponibili nel formato cofanetto, la diagnosi di andropausa si trasforma nell’occasione di una vita. È il cambiamento che Yusuf cerca. Vorrebbe fare quel che ha sempre rimandato, convinto – come tanti, come troppi – di aver davanti a sé l’immensità del tempo. Una casa, una nuova dimensione, pure un nuovo aspetto. Yusuf vorrebbe diventare altro da quel che è stato, e Andropausa – a mezza via tra il serio e il faceto – restituisce questo: il desiderio di un uomo disperato, reso matto e vivo da una diagnosi di impotenza, sullo sfondo i suoi legami familiari. Andropausa, storia tragicomica di una crisi di mezza età, ricama sul riscatto di Yusuf una vicenda volutamente intricata. Yusuf, costretto fino ai cinquant’anni a condurre una vita modesta, ha deciso di trasferirsi con la moglie nella casa che ha sempre sognato, in riva al mare. Ma la sorella e il cognato ne ostacolano i piani, mentre Mahmut Timuçin, padrone dell’immensa villa di cui Yusuf sogna di poter essere un giorno proprietario, nasconde oltre lo sfarzo lati oscuri. Foschi. Piccoli elementi torbidi che contribuiscono a portare Andropausa fuori dai generi canonici. Lo show, racconto di una depressione, mescola toni e stili. Senza grande ambizione, senza ardire, cioè, a dare chissà quale interpretazione dell’esistenza, chissà quale consiglio morale. Li mescola e basta, con l’unico scopo di strappare una risata e – nel miglior caso – un pensiero a chi guardi. Cosa, questa, che può dirsi riuscita. Andropausa, cui va il merito di aver affrontato con un linguaggio di mezzo, non stupido, non autorale, un argomento raro nell’ambito della narrazione televisiva e cinematografica, è una visione piacevole. Un buon modo, quantomeno, di arrivare a sera e svuotare la testa.

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