Accade fin troppo spesso: quando i regimi finiscono, chi li ha sostenuti (o guidati) si affretta a cancellare le tracce, e se ne ha il potere prova addirittura a riscriverne la storia.
Dunque non stupisce che ciò accada anche con la Cattedrale sanitaria, anche perché tutti i suoi più ferventi profeti e fedeli (salvo rarissime eccezioni) hanno mantenuto ruoli di primo piano e prebende, e certo non difettano di pulpiti da cui predicare. È il caso dell’ex ministro Roberto Speranza, che durante la pandemia si è distinto per la ritrosia alle interviste. Taceva, il responsabile della Salute. Evitava accuratamente le domande dei giornalisti sulla spinosa questione del piano pandemico mancante, o sulla vergognosa vicenda del report curato da Francesco Zambon per l’Oms e repentinamente censurato per non indisporre il governo allora in carica. Evitava di esternare, Speranza, a meno che non si trovasse in presenza di interlocutori compiacenti tipo Fabio Fazio, uno che al massimo domandava se non fosse pericoloso spedire nelle scuole piccoli untori non vaccinati.
Ora, però, Speranza parla, e anche con notevole frequenza. Ma sempre con gli amici, mai con qualcuno che lo interroghi a fondo su tutto ciò che ancora non torna nel racconto pandemico. E con gli amici il caro Roberto si permette addirittura di pontificare e tenta di mescolare le carte, di pervertire i fatti al fine di costruire un racconto che lo assolva dalle numerose colpe accumulate. Così ha fatto ieri, parlando con Repubblica, esibendo una certa coerenza e soprattutto una bella dose di faccia tosta.
Il potente messaggio della lunga intervista concessa al giornale progressista era il seguente: «È tempo di pensare alle vite degli italiani». Ed è curioso che sia proprio lui ad affermare una cosa del genere. Lui che ha obbligato migliaia di persone a rimanere senza lavoro e senza stipendio, lui che ha costretto i bambini ad abbandonare le attività sportive perché non vaccinati, lui che ha approvato le chiusure definite dal suo guru di riferimento, Walter Ricciardi, misure prese per «cieca disperazione». Roberto Speranza, fautore della campagna di vaccinazione più violenta di tutti i tempi, portabandiera di due esecutivi fra i più intolleranti di sempre, adesso si preoccupa delle nostre vite. Per salvare la sinistra, dice, bisogna «mettere al centro la questione sociale». Ovvero «le vite degli italiani: quelli che non ce la fanno da sempre e quelli che nella crisi si sono impoveriti».
Ma di quale crisi sta parlando, esattamente? L’ex ministro sembra riferirsi a qualche sfortunato evento naturale o a un perfido scherzo del destino. Solo che questa «crisi» a cui si riferisce ha contribuito (e non poco) a crearla lui. Fino a prova contraria, sui lockdown che hanno quasi ammazzato la nostra economia c’era pure la sua firma. E così sulle numerose e inutili misure restrittive prese negli anni appena trascorsi a danno di imprese e cittadini. Certo, non gli si può attribuire ogni responsabilità. Ma esattamente dove stava, il nostro, quando si metteva in pratica l’impoverimento coatto della nazione? Era impegnato a scrivere l’ennesimo libro da ritirare prima dell’uscita? A noi risulta che fosse al governo, e con un ruolo apicale.
Eppure lui non demorde, e prosegue a cianciare. Spiega che bisogna «aggredire sul serio le diseguaglianze, difendere il lavoro, batterci per scuola e sanità pubbliche, essere terribilmente concreti». Ah, ma pensa: si vuol battere per la sanità pubblica, lui. Vuole addirittura difendere il lavoro. Ma che bravo, un vero progressista. Peccato che, poche righe dopo, nella stessa intervista, dichiari che il governo attuale – permettendo ai medici sospesi di tornare al lavoro – ha «voluto strizzare l’occhio alla base no vax, un pezzo del loro elettorato verso il quale hanno un occhio di riguardo». Non solo.
Speranza aggiunge pure di essere preoccupato, perché a causa della fine di (alcune) restrizioni voluta dal nuovo esecutivo «sono diminuite le prenotazioni per la quarta dose dei vaccini». Ecco come difende il lavoro e la sanità pubblica, il nostro eroe: spingendo per l’ennesimo booster inutile (o addirittura dannoso) e sbuffando perché un manipolo di professionisti ingiustamente sospesi può ora ritornare in servizio.
Intendiamoci: non che dall’uomo ci aspettassimo uscite diverse. Ma forse il punto sta proprio qui, nell’irritazione che suscita lo spettacolo della reiterazione delle balle. A nessuno, sia chiaro, dev’essere impedito di parlare, e di certo non a Speranza.
Però che egli si permetta, oggi, di sdottoreggiare sul futuro della politica, le diseguaglianze e i bisogni reali della popolazione, beh, francamente è troppo. Sconfitto dal voto e dalla Storia, l’ex ministro non s’accontenta di averla fatta franca, e di essersi guadagnato un posticino in Parlamento, dove non gli verrà mai a mancare lo stipendio che lui ha sottratto ad altri.
No, egli pretende di dare lezioni. Si comporta come se il passato non esistesse, come se le sue responsabilità non esistessero. Blatera di migranti e diritti umani, fa la predica alla destra, prova persino a occultare il pietoso fallimento del suo partitino, Articolo Uno, e gongola perché entrerà a far parte «della costituente della nuova sinistra».
A questo punto, visto che i progressisti sono così in crisi da chiedere suggerimenti a chiunque, ci permettiamo di fornire un piccolo contribuito pure noi. Volete occuparvi dei problemi reali degli italiani? Eccone uno: Roberto Speranza.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >