- Lavagne elettroniche e dispositivi distribuiti a pioggia ma senza gli assistenti capaci di farli funzionare. E i bonus per la formazione sono usati per regalare libri e tablet.
- «Si tira a campare con la buona volontà di qualche docente». La segretaria Cisl Scuola Maddalena Gissi denuncia la mancanza di laboratori e personale. «Ma attenti: le lezioni in aula restano insostituibili».
Lo speciale comprende due articoli.
Lezioni a distanza, uso delle piattaforme online al posto delle classi. In questi giorni di emergenza coronavirus con la decisione del governo di chiudere tutte le scuole non si sente parlare d’altro, come se, all’improvviso, il Paese si fosse svegliato dal torpore tecnologico, scoprendosi digitale. Ed ecco le «google-classroom», insegnanti in chat con gli alunni o in diretta streaming, la creazione di gruppi Facebook e di classi virtuali. Il ministro per l’Innovazione, Paola Pisano, parla di «una grande opportunità per spingere il Paese verso il digitale, per puntare sulle nuove tecnologie».
Ma dietro le parole c’è una realtà che ancora fa fatica a sintonizzarsi con le soluzioni informatiche.
Le lavagne interattive sono presenti quasi dappertutto, come pure i laboratori e i pc. Cioè i soldi sono piovuti a pioggia, nell’arco di un ventennio: da tanto il tema è dibattuto e cavalcato da ogni governo. Peccato che manchino coloro che sanno usare questi strumenti che così restano abbandonati in un angolo, o chiusi a doppia mandata. Perché bisogna proteggerli dai furti, altro grande problema. Da un recente rapporto dell’Agcom sulla digitalizzazione della scuola, emerge che poco più della metà degli insegnanti usa gli strumenti digitali in maniera sporadica, mentre il 47% ne fa un uso quotidiano. Dal 2017 a oggi sono stati finanziati dal ministero dell’istruzione, tramite fondi strutturali o fondi di bilancio relativi al Piano nazionale per la scuola digitale, 39.685 ambienti didattici digitali anche dotati di dispositivi per la didattica a distanza.
Ma quanti di questi laboratori funzionano? L’annuale rapporto di Skuola.net sull’uso delle tecnologie in classe ci dice che le aule computer, pur essendo presenti in 9 istituti su 10, solo nel 39% dei casi vengono usate frequentemente (nel 21% tutti i giorni e nel 18% almeno una volta alla settimana); il 17% accende i pc una volta al mese. Ma deve preoccupare il fatto che il 34% (che al Sud sale al 52%) non abbia mai usato il laboratorio, pur avendolo a disposizione.
Che cosa tiene lontani gli studenti da quella che dovrebbe essere la nuova frontiera dell’apprendimento? Non è certo svogliatezza o mancanza di interesse. Il problema è la mancanza di assistenti tecnici. Come spiega la Cisl scuola, spesso gli strumenti digitali e informatici rimangono inutilizzati perché gli insegnanti non possono essere affiancati da esperti che si occupano della manutenzione o che intervengono in caso di problemi. Così nell’incertezza, preferiscono chiudere a chiave i laboratori o servirsene di tanto in tanto.
Il grande tema è quello della formazione dei docenti. Matteo Renzi lanciò la Carta del docente, operazione costata finora 1 miliardo di euro ma con scarsi risultati per l’aggiornamento degli insegnanti che però hanno goduto di libri, teatri, cinema, concerti, musei, computer e tablet pagati dallo Stato. A partire dall’anno scolastico 2016-2017, ogni 12 mesi nelle tasche di 750.000 insegnanti sono arrivati 500 euro. I confini di spesa erano talmente ampi che solo un quarto dei fondi, cioè 250 milioni di euro, secondo fonti sindacali, è stato impiegato per corsi di formazione. Il resto, da 4 anni, gli insegnanti preferiscono utilizzarlo per attività ricreative o per comprare tablet, pc e libri, magari per regalarli a qualcuno che con la scuola ha poco a che fare. È stata effettuata una verifica se la Carta va a beneficio solo del docente o se ci sono stati abusi? Non risulta.
Eppure, qualcuno avrebbe dovuto insospettirsi se solo il 20% dell’importo era utilizzato per la formazione. Il ministero dell’Istruzione fa sapere che lo scorso anno questa percentuale è salita al 30%, ma questo dato mette insieme la formazione con i libri, che possono anche non riguardare i temi della didattica. Quindi è difficile capire se gli insegnanti spendono di più in corsi o in libri e, per questi ultimi, quanti sono su tematiche legate alla scuola.
Secondo l’ultima rilevazione del ministero, negli ultimi due anni solo il 47% dei docenti della scuola primaria ha fatto una formazione specifica sugli strumenti digitali. Una percentuale che arriva al 56% per la secondaria di primo grado e scende di nuovo al 48% per la secondaria di secondo grado. Solo il 43% degli insegnanti delle medie ha seguito corsi sull’uso pedagogico delle nuove tecnologie.
Pc e tablet restano gli acquisti più amati. Eppure, secondo il sondaggio di Skuola.net sono ancora in maggioranza quelli che non utilizzano alcun device per la didattica frontale: in media il 58%, nel Mezzogiorno addirittura il 78%.
Anche la lavagna multimediale interattiva, la Lim, diffusa, secondo il ministero dell’Istruzione, nel 91,95% delle scuole, nel 17% (secondo il sondaggio) non è utilizzata. Nel Mezzogiorno il 32% dei ragazzi sostiene che nella propria classe la Lim c’è ma è perennemente spenta. In generale, a livello nazionale, il 44% l’accende tutti i giorni (54% al Nord), il 16% almeno una volta alla settimana e il 10% una volta al mese.
Influisce molto la difficoltà di connessione. Dal rapporto dell’Agcom emerge che il 3% delle scuole non ha una rete wifi e appena l’11,2% ha una connessione superiore a 30 Mbps. Un 13% può sfruttare solo la copertura presente in alcune aree comuni della scuola o nei laboratori, ma comunque è insufficiente a sostenere la navigazione di più utenti. Il 31%, invece, si deve accontentare di una connessione tramite il cavo lan.
La scarsa alfabetizzazione digitale e la difficoltà nella connessione influenzano anche la programmazione didattica. Non tutti gli insegnanti sfruttano la rete per cercare materiale utile alla didattica.
Per affrontare l’emergenza coronavirus, il ministero dell’Istruzione ha pubblicato sul proprio sito due call per tutti quegli istituti che vogliono effettuare le lezioni a distanza e si stanno attivando per evitare buchi nella continuità dell’anno scolastico. Ma solo una percentuale minoritaria, come si è visto, è in grado di far propria questa alternativa. Anche chi è attrezzato, le scuole di eccellenza, non potranno reggere a lungo questa situazione.
Finora una sola scuola ha attivato per le primarie e le medie la didattica a distanza. Si tratta della Ungaretti di Melzo che ha riunito un gruppo di docenti coinvolgendo circa 700 studenti del primo ciclo scolastico. Le lezioni a orario prestabilito e ridotto rispetto alla normalità si svolgono tramite incontri in streaming tra insegnanti e alunni. Ma si tratta di un caso singolo.
La ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina ha parlato di una task force che andrà a fare formazione ai docenti, ma non ha detto come e in quali tempi. Inoltre, l’adesione al progetto delle lezioni a distanza sarà su base volontaria in quanto il contratto di categoria non prevede che gli insegnanti siano tenuti a svolgere questa attività. A meno che non vi siano delibere del collegio dei docenti. E comunque anche in questo caso dovrebbero avere a disposizione tutta la tecnologia necessaria . Non sono tenuti a utilizzare la fibra o l’Adsl privata. E infine come farebbero a seguire le lezioni i ragazzi di famiglie sprovviste di connessione e di un computer?
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