seveso 1976 diossina
Un agente della polizia statale affigge cartelli di avvertimento nella città di Seveso, in Italia, a seguito della contaminazione della zona da parte di una nube tossica fuoriuscita da una fabbrica locale che produceva l'erbicida esaclorofene (Getty Images)

Cinquant’anni fa, il caso dell’Icmesa a Seveso. I radicali ci piombarono sopra per sdoganare l’eliminazione dei bambini nel ventre materno. E la ebbero vinta…

Prima la paura: il 10 luglio 1976, a Meda (città della Brianza al confine con Seveso), dall’azienda di proprietà svizzera Icmesa, fuoriesce una nube di diossina. Si tratta di una sostanza artificiale estremamente tossica che, in poco tempo, si diffonde nell’aria.

È da poco passato mezzogiorno. L’estate è calda. Si abbassano le tapparelle e si chiudono le veneziane per cercare un po’ di refrigerio. È sabato. La settimana è ormai passata e si pensa solo al riposo. Alle 12.28, però, il sistema di controllo del reattore chimico A101 destinato alla produzione di triclorofenolo dell’Icmesa va in avaria. E forse non può essere diversamente. Da settimane infatti sta lavorando più del dovuto. L’azienda deve rispondere a una domanda elevata. Produce diserbanti, fungicidi e battericidi, di cui c’è un gran bisogno. Il reattore sta lavorando più del solito. Viene lasciato libero solamente il sabato e la domenica.

Eppure quel giorno qualcosa va storto. In poco tempo la temperatura e la pressione del reattore cominciano a salire. Forse non è stato avviato il sistema per il raffreddamento. Il termometro si alza rapidamente. Il limite massimo di 170 gradi viene superato. È come un ticchettio. 180, 190, 200. Fino a 250 gradi. La diossina è pronta a fuoriuscire. Il disco di rottura non regge alla pressione. Cede. La sostanza tossica si sprigiona. Un operaio, che quel sabato si trova al lavoro, sente un fischio provenire dal reattore. Comprende che qualcosa non va. Avvisa subito i suoi superiori, mentre avvia manualmente il sistema di raffreddamento.

Le particelle salgono nell’aria. Creano una nube rossastra e densa che, col vento, inizia a muoversi. La gente guarda il cielo con il naso all’insù. «Che succede all’Icmesa?», inizia a chiedersi. Qualcuno esce per strada. Vuole capire. Respira e sente un odore acre, che brucia, entrare nelle narici. Gli occhi cominciano a lacrimare. Anche loro ardono a contatto con l’aria. Nessuno sa bene cosa sia successo. Quattro giorni dopo, in Svizzera, c’è la conferma: la diossina è uscita dallo stabilimento. Le autorità italiane però non vengono informate. Qualcosa non va. Le piante marciscono. Gli animali iniziano a morire. Sulla pelle delle persone emergono i primi rash cutanei. Il 15 luglio i sindaci di Seveso e Meda emettono una prima ordinanza. È emergenza. Non si sa bene cosa sia successo ma nessuno deve mangiare la frutta e la verdura che ha amorevolmente coltivato nel proprio orto. Lo stesso vale anche per gli animali. Fondamentale lavarsi bene le mani. Perché si capisce che nell’aria c’è qualcosa, anche se non si sa cos’è.

Il 19 luglio finalmente l’azienda svizzera che controlla l’Icmesa ammette la fuoriuscita di diossina. Due giorni dopo lo ammette anche il Laboratorio provinciale di igiene e profilassi. La paura diventa realtà. Il comune di Seveso, quello più colpito, viene diviso in tre aree. Uno scenario da guerra, o quasi. Anche se in questo caso il nemico non si vede più. La nube si è depositata. È come un morbo che intacca tutto ciò che tocca. Inizia l’evacuazione. Ma mentre gli abitanti di Seveso abbandonano la città c’è chi arriva. C’è chi sente l’odore del sangue, di un’occasione che non può essere sprecata. Arriva da fuori e non ha nulla a che fare con quei «paolotti», così Eugenio Corti ha descritto la gente della Brianza nel suo Il cavallo rosso. I foresti fanno politica e si fanno chiamare Radicali

Dopo il 68 hanno un obiettivo: legalizzare l’aborto in Italia. Per loro è una battaglia di civiltà. «L’utero è mio e lo gestisco io», urlano le loro donne. Che a quanto pare, oltre al proprio, vorrebbero gestire anche l’utero altrui. A Seveso raggiungono le donne in gravidanza. Mostrano loro i bambini che, a causa della diossina, hanno la pelle rovinata. Se quello accade a chi è più forte, cosa può succedere all’esserino che culli nella pancia? Non lo sai. Non lo puoi sapere. Meglio allora farlo sparire. Non vorrai mica mettere al mondo un mostro? Non a caso, Indro Montanelli scrive sul Giornale: «Il rischio è per i bambini, non per la madre: si tratta di aborto eugenetico, e non terapeutico». La propaganda radicale è martellante. Emma Bonino presenta un’interpellanza in Parlamento. Chiede che le donne di Seveso possano abortire legalmente. Richiesta accolta. Il 7 agosto 1976, il Ministro della sanità Luciano Dal Falco e quello della giustizia Francesco Paolo Bonifacio, ottengono il consenso del presidente del Consiglio, Giulio Andreotti, per autorizzare l’aborto terapeutico per le donne della zona che ne avessero fatto richiesta. Ma, come aveva scritto Montanelli, non si tratta di aborto terapeutico. È eugenetica, nella sua essenza più pura. La politica cede. La diga è rotta. Di lì a poco l’aborto sarà legalizzato in tutta Italia.

Basta una piccola fiamma per scatenare un grande incendio. C’è però chi tiene la barra a dritta. Chi si ostina a dire che la vita va sempre vissuta, anche quando è un rischio. Anche quando non sai bene chi stai portando in grembo. È il cardinale di Milano, Giovanni Colombo. Chiede innanzitutto di non credere «a tutte le voci allarmistiche, spesso incontrollate, spesso manipolate con intendimenti interessati e faziosi». E poi trova una soluzione, soprattutto grazie alla generosità di tanti coniugi di Seveso, «che si sono dichiarati pronti ad adottare un bambino nato deforme, invitiamo tutte quelle coppie che si sentono di fare altrettanto a darne indicazione a noi o ad altri».

Nasceranno tutti sani i bambini concepiti in quegli anni. Almeno quelli a cui viene data la possibilità di farlo. Il ragionamento è semplice: non si può rispondere alla paura con la morte. Non si può reagire con la fuga di fronte al rischio. Non si può essere irrazionali di fronte alla realtà. Una posizione completamente diversa rispetto a quella dei radicali, che puntano sull’emotività e il terrore. Anni dopo, quei bambini ormai diventati adulti, si presenteranno in Vaticano con delle magliette bianche e un grande striscione. Su di esse erano scritte solamente tre parole: «Grazie cardinal Colombo». Ancora una volta la vita aveva vinto sulla morte.

vanni colombo

«Non fatevi prendere dalla paura»

L’omelia del cardinale di Milano, monsignor Giovanni Colombo, in visita nella città piegata, è una lezione sulla speranza. E su come ripartire grazie all’umiltà e alla verità.

Sono passati cinquant’anni esatti da quel 10 luglio 1976. Cinquant’anni in cui il ricordo è sbiadito. Troppo spesso è stato volutamente dimenticato. Quasi che il caso diossina fosse una vergogna. Quasi che quella nuvola rossiccia avesse lasciato il marchio sulla pelle di chi lo ha vissuto.

Eppure, in quei giorni, quando l’aria era invasa da un nemico invisibile, c’è stato qualcuno che ha saputo mantenere la barra a dritta, utilizzando fede e ragione. Quel qualcuno è il cardinale di Milano, monsignor Giovanni Colombo. Fu lui a battersi, come abbiamo raccontato, affinché i più piccoli venissero tutelati. Fu lui a a chiedere alle famiglie di non credere «a tutte le voci allarmistiche, spesso incontrollate, spesso manipolate con intendimenti interessati e faziosi». Non c’era infatti carità in chi proponeva l’aborto facile. C’era solamente un piano politico, da realizzare sulla pelle altrui. Non a caso, venticinque anni dopo la sua morte, il cardinale Colombo venne ricordato così da monsignor Renato Corti: «Quell’incidente (la diossina a Seveso, Ndr) fece emergere il suo coraggio in difesa della vita nascente. Di fronte alle forti spinte di allora in favore dell’aborto disse con chiarezza: “Rispettate i nascituri vi presterò sostegno io stesso”». E così fece in quegli anni il cardinale di Milano. Mentre, anche all’interno della Chiesa, c’era già chi cominciava ad aprire al mondo, monsignor Colombo continuava a parlare come aveva insegnato il Vangelo: «Sì sì, no no». Nessun cedimento etico. Nessuna bugia. Nessun tentativo di cambiare il bene con il male e viceversa.

Fu sempre lui, meno di un mese dopo il disastro dell’Icmesa, a raggiungere Seveso. Avrebbe potuto restare a Milano, ben distante da ogni possibile pericolo. Invece no. Decise di raggiungere quella località per dimostrare che la vita poteva ripartire. Anzi, che doveva ripartire. «La vita continua», proprio come recitavano i manifesti, realizzati in quei giorni, che fecero il giro d’Italia. Quella visita è uno dei punti chiave della mostra organizzata dal centro culturale don Mezzera, Comunione e liberazione Seveso, la Comunità pastorale San Pietro da Verona e il Centro Ambrosiano di documentazione e studi religiosi, con il patrocinio del Comune di Seveso. La mostra, intitolata «Seveso 1976-2026: una speranza per vivere», ricorda quel 1976 e, in particolare, l’omelia del cardinale Colombo. Un’omelia pensata per infondere speranza. Per dare un senso al futuro, anche quando questo pare parecchio incerto. «Non lasciatevi prendere dalla paura. Diffondete la speranza. Non credete a tutte le voci allarmistiche, spesso incontrollate, spesso manipolate con intendimenti interessati e faziosi. L’Eucaristia che celebriamo e di cui ci nutriamo ci fa tutti fratelli e come tali dobbiamo comportarci, non solo a parole ma anche a fatti. Ciascuno si impegni a fare tutto quello che può per aiutare chi è nel bisogno. Le nostre comunità cristiane diano testimonianza operosa di fraternità. Vi ripeto, infine, una parola del Signore: “Non si turbi il vostro cuore, non si spaventi, credete in Dio e in me credete. Io sono con voi”. Io sento che la consolazione è più vicina di quello che si possa pensare. Preghiamo con fiducia perché sia veramente così». dice il cardinale Colombo. E fu realmente così. I cattolici, in particolare i giovani, si diedero da fare. Con speranza contro ogni speranza, così come era stato insegnato loro. In primo luogo dal loro cardinale. Che non si spende solamente a parole. Ma anche, e soprattutto, coi fatti. Come ricorda l’esposizione, che è possibile visitare a Seveso, «il cardinale Colombo invita a sostenere economicamente e moralmente le famiglie degli sfollati, mette a disposizione il Seminario di San Pietro Martire (che, a giudizio delle autorità, risulta indenne dalla diossina), e indice per il 12 settembre una giornata di preghiera e di condivisione». È sempre da un appello del cardinale che viene aperto, a fine 1976, l’Ufficio Decanale di assistenza e coordinamento (Udac) che si occupa di salute, lavoro e occupazione, educazione e scuola, supporto agli sfollati, rapporti con la politica. A tenerlo vivo sono una trentina di volontari, che sentono il desiderio di fare la loro parte. Del resto, proprio pochi giorni dopo il disastro dell’Icmesa il cardinale aveva richiamato «gli uomini del nostro tempo a pensieri e a propositi di verità e umiltà. E la prima verità è che l’uomo, creato a immagine di Dio, riceve da Lui il mondo con il compito di custodirlo, di sottometterlo e di perfezionarlo con cura saggia, con alacrità operosa e con cuore grato. L’impegno umano, le capacità scientifiche e le abilità tecniche alla fine si ribalterebbero contro l’uomo stesso, quando disconoscessero la presenza creatrice di Dio nell’universo e si contrapponessero al suo sapiente disegno. Il progresso diventa fatalmente un idolo soffocatore del vero bene dell’umanità, se non è congiunto alla rettitudine della coscienza che supera l’orgoglio e vince l’avidità».

Ed è proprio da qui che Seveso è ripartita dopo quel 1976.

Immagine di manifestanti durante una marcia di protesta in occasione del primo anniversario della fuoriuscita di diossina dallo stabilimento industriale ICMESA di Seveso (Getty Images)

«Noi cattolici subito in campo perché la vita continua sempre»

Il volontario Ambrogio Bertoglio: «Di fronte alla nube, intervenimmo partendo dalle cose più semplici: dare ai bambini uno spazio dove giocare senza preoccuparsi. E creare un giornale, “Solidarietà”, per informare i cittadini».

Ambrogio Bertoglio stava per compiere trent’anni quando la diossina colpì Seveso. Come visse quel giorno?

«Ero vicepresidente del consorzio sanitario di zona, che rappresentava l’inizio della riforma sanitaria. I primi giorni si diceva che era successo un incidente, ma nulla di più. Si brancolava nel buio. Quando poi è arrivato un funzionario che ha parlato di diossina, ci siamo mossi e ci siamo resi conto che era un veleno potente, legato anche alla sostanza arancio usata in Vietnam. Erano gli anni di Piombo, di continue manifestazioni, con Brigate Rosse e Prima linea».

Pensare al peggio, in quei giorni era facile. Un attentato era nell’ordine delle cose, ma così sarebbe stato troppo. «Fortunatamente» si tratta «solo» di un incidente. Come avete reagito?

«Noi cattolici eravamo molto presenti a Seveso. Avevamo una scuola d’unità, il gruppo d’acquisto solidale con decine di famiglie che acquistavano insieme. Noi trentenni eravamo il punto di riferimento del paese. Abbiamo parlato subito con l’arcivescovo, che ha avuto l’idea di una giornata di solidarietà per la gente di Seveso e ci ha chiesto di non rimanere inermi».

Come avete reagito?
«Abbiamo pensato di aprire un luogo fisico, con tanti ragazzi di 17 e 18 anni, che si sono dati disponibili. Era in centro a Seveso, in via Arese. La prima cosa che la gente ha notato è che i bambini non potevano più giocare perché non si sapeva dove fosse la diossina. Bisognava allontanare i bambini e portarli in luoghi sicuri, come Besana Brianza e Monza. Abbiamo così iniziato a fare gli animatori, a fare la spesa e a farli mangiare. Le Acli avevano le loro colonie e li abbiamo portati anche lì. Più di 1500 persone erano state allontanate da Seveso e ricollocate nei Paesi limitrofi: abbiamo organizzato dei turni per raggiungerle».

Attorno al caso Seveso però c’è stato anche un grave problema di informazione…

«Le autorità erano latitanti e le prime pubblicazioni sono state fatte mesi dopo. Noi, di fronte a quel silenzio, abbiamo pensato di fare un giornale, che si chiamava Solidarietà, che è uscito per un anno e mezzo ogni quindici giorni».

Cosa vi ha ha spinto a fare tutto questo?

«Abbiamo fatto tutto secondo il principio che «la vita continua», come nel manifesto che avevamo realizzato in quei giorni del Settantasei. Lo avevamo preparato come giudizio sintetico per i nostri paesi, ma poi si è diffuso in tutta Italia ed è stato commovente».

A qualcuno però i cattolici non piacevano…

«Le nostre azioni non piacevano a chi sosteneva l’aborto. Qui, a Seveso, sono arrivate le femministe e i radicali che dicevano: “Donna hai un mostro nella pancia”. Si sono così piantati davanti ai consultori per fare una pubblicità angosciante. Il tentativo era di aprire un pertugio all’aborto terapeutico. Per alcuni, il caso Seveso era un’opportunità politica da cogliere al volo. Il ragionamento era: “Se hai un mostro nella pancia e sei angosciata, noi ti diamo una terapia”. Che era l’aborto. Il cardinale Colombo però diceva il contrario. Chiedeva alle donne di andare avanti con la gravidanza. Per questo lo hanno preso in giro in lungo e in largo, deridendolo e accusando anche noi di voler minimizzare tutto».

E queste attività dei cattolici com’erano accolte dai sevesini?
«Il 12 settembre del 1976 abbiamo fatto una grande manifestazione in seminario con persone di tutta la Brianza che si sono radunate per un momento di festa. Erano presenti più di 5.000 persone, come testimoniano anche le fotografie dell’epoca. Questa storia però non è stata raccontata».

Perché secondo lei si è cercato di nascondere il ruolo dei cattolici in questa storia?

«Non solo all’epoca, ma ancora oggi. Anche recentemente c’è stato un servizio molto bello in cui raccontavo ciò che abbiamo fatto. Però, dopo le riprese, hanno accuratamente tagliato il soggetto del mio discorso: il mondo cattolico. Questo è il clima: puoi fare tutto quello che vuoi basta che non dici che sei cattolico».

E invece ci sono stati apprezzamenti inaspettati?

«Marzio Marzorati, che è un ambientalista del territorio, ha detto che il nostro manifesto “La vita continua” lo aveva fatto arrabbiare, ma ora riconosce che era una modalità per costruire un punto di unità tra la gente affinché non ci si perdesse a vicenda. È la verità. Quella nostra presenza, agli occhi di molti osservatori, è stata riconosciuta. Hanno compreso che abbiamo creato un centro autorevole, in grado di non disperdere nulla. È quello che abbiamo voluto raccontare anche nella mostra “Seveso 1976-2026: una speranza per vivere”».

Doveva essere un paese che sembrava destinato a morire, mentre invece le cose sono andate diversamente e, poco alla volta, è rinato…

«Lo diceva spesso l’ex sindaco Francesco Rocca: questo Paese era destinato a morire sconfitto dalla nube. Poi è arrivato Fratel Ettore, poi è stata aperta la scuola Frassati, poi Natur&, poi la scuola di musica Marziali. Nel tempo sono nate delle realtà che hanno segnato il territorio e che sono state dei centri positivi. Non sono nate né per merito né per demerito della diossina, ma questo paese che sembrava dovesse morire è riuscito a rinascere. Questa presenza ha cercato di agire con realismo e con una creatività mai vista. La reazione del 76 non era solo una cosa di Comunione e liberazione, era una cosa di tutti i fedeli che, vivendo attorno al seminario, si sono messi al servizio di questa realtà fatta di parrocchie e associazioni che, miracolosamente, hanno sostenuto l’ufficio decanale, che era una presenza concreta che ha generato tante realtà».

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