Rispunta il price cap ma è mezzo fasullo. L’Europa si accorda solo sul petrolio
Commissione prona a Berlino: tetto interno all’Ue, limitato al gas usato per l’elettricità. Assist Opec ai russi: produrrà meno barili.

Sono numerose le incognite con cui si aprirà domani a Praga la riunione informale tra i leader dell’Unione europea. Il nodo dell’energia è infatti sul tavolo e le spaccature tra i vari Stati membri sembrano difficili da ricomporre.

Al centro dell’attenzione resta ovviamente la questione del tetto del gas, su cui è intervenuto il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. «I prezzi elevati del gas fanno lievitare i prezzi dell’elettricità. Dobbiamo limitare questo impatto inflazionistico del gas sull’elettricità ovunque in Europa. Per questo motivo siamo pronti a discutere un tetto al prezzo del gas utilizzato per generare elettricità. Questo tetto sarebbe anche un primo passo verso una riforma strutturale del mercato dell’elettricità», ha dichiarato davanti al Parlamento europeo. «Dobbiamo considerare i prezzi del gas anche al di là del mercato dell’elettricità. Un simile tetto ai prezzi del gas deve essere concepito in modo adeguato a garantire la sicurezza dell’approvvigionamento. E si tratta di una soluzione temporanea per far fronte al fatto che il Ttf, il nostro principale parametro di riferimento per i prezzi, non è più rappresentativo del nostro mercato, che oggi comprende più Gnl», ha proseguito la von der Leyen. «Abbiamo diminuito il nostro consumo di gas di circa il 10%. Dobbiamo fare di più ma è un dato importante. Le forniture di gas russo sono diminuite fino ad arrivare al 7,5% del gas di gasdotti», ha aggiunto.

Il portavoce della Commissione europea, Eric Mamer, ha specificato che l’esecutivo di Bruxelles sta pensando a «un price cap sul gas utilizzato per generare elettricità» e a «un cap sull’energia scambiata in Europa fin tanto che stiamo lavorando a una riforma dell’indice Ttf». Mamer ha inoltre sottolineato che, nel suo intervento all’Europarlamento, la von der Leyen «non ha menzionato un price cap al gas importato dalla Russia». Al momento, la linea sostenuta principalmente da Italia e Spagna pare quindi essere finita in un vicolo cieco. Tutto questo, mentre i rapporti di forza sembrano giocare a favore della Germania, che – insieme a Belgio e Lussemburgo – è notoriamente contraria a un tetto al gas importato dall’esterno dell’Ue. Una Germania che, per l’ennesima volta, si sta ritrovando con una Commissione europea particolarmente accondiscendente.

Se sul gas si registra titubanza, non altrettanto avviene per quanto riguarda il petrolio. Il Coreper ha raggiunto un accordo per una nuova tornata di sanzioni contro la Russia: una tornata che include anche il price cap al greggio di Mosca. La mossa europea si configura come una risposta ai referendum illegali appena tenutisi nelle regioni ucraine occupate dalle truppe del Cremlino. «Le nuove sanzioni dell’Ue non danneggiano gli interessi dell’Ungheria poiché sono state concesse esenzioni da qualsiasi nuova sanzione dell’Ue che avrebbe violato gli interessi dell’Ungheria e messo in pericolo la sicurezza del nostro approvvigionamento energetico», ha detto ieri il ministro degli Esteri ungherese, Péter Szijjártó. Da rilevare inoltre che, su pressione belga, dal pacchetto di sanzioni è stato escluso in extremis il gigante russo dell’estrazione diamantifera Alrosa. Segno che, a dispetto della retorica europeista, gli egoismi nazionali sono duri a morire.

Nel frattempo, la situazione internazionale resta significativamente problematica. Ieri, l’Opec Plus ha reso noto che, a partire da novembre, ridurrà la produzione di petrolio di due milioni di barili al giorno. In particolare, la decisione è stata presa «alla luce dell’incertezza che circonda le prospettive economiche e del mercato petrolifero globale». Secondo il Washington Post questa mossa potrebbe favorire la Russia, aiutandola a finanziare ulteriormente l’invasione dell’Ucraina. Dall’altra parte, un tale taglio rischia di provocare un incremento dei costi energetici in Occidente e, specialmente, negli Stati Uniti, dove si terranno le elezioni di metà mandato il prossimo 8 novembre. «L’aumento dei prezzi dell’energia potrebbe anche indebolire la determinazione di altri Paesi, che hanno sostenuto l’Ucraina nel tentativo di respingere la Russia dopo l’invasione di febbraio», ha sottolineato il Washington Post. Tra l’altro, secondo Cnn, Joe Biden aveva effettuato pressioni su Kuwait, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti proprio per scongiurare un simile taglio alla produzione. Una situazione complessiva che denota come l’attuale presidente americano (contrariamente al predecessore) stia scontando una progressiva perdita di influenza sul Medio Oriente, a (pericoloso) vantaggio di Mosca e Pechino.

Ma l’Ue si ritrova anche con un problema a Sud. La Turchia ha infatti siglato con il governo di Tripoli un’intesa nel settore degli idrocarburi. «L’accordo che abbiamo appena firmato mira a consentire la cooperazione tra società turche e società libiche in aree come l’esplorazione e la perforazione con un’intesa win-win nelle nostre giurisdizioni marittime sia a terra che in mare», ha affermato il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu. L’intesa ha provocato la reazione di Bruxelles. Il portavoce Ue, Peter Stano, ha dichiarato che, pur prendendo atto dell’accordo tra Tripoli e Ankara, esso si basa sul controverso memorandum d’intesa Turchia-Libia del 2019: un memorandum che, ha proseguito Stano, «viola i diritti sovrani di Stati terzi, non rispetta il diritto del mare e non può produrre conseguenze legali per Stati terzi». Ankara continua a spadroneggiare nel Mediterraneo. Bruxelles e Washington facciano qualcosa.

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