Compagni che sbagliano, anche in redazione. Compagni che invecchiano e regalano buoni consigli non potendo più offrire cattivi esempi. Siamo al giustificazionismo postumo, a un «Vent’anni dopo» senza un Alexandre Dumas padre nei paraggi. È ciò che accade in questi giorni attorno a un libro interessante, Il tempo delle Mani Pulite scritto da Goffredo Buccini (Editori Laterza), firma del Corriere della Sera, che ripercorre la rivoluzione giudiziaria in Italia dal punto di vista giornalistico. E che nei commenti del sistema mediatico rappresenta un lavacro, un «punto e a capo» rispetto alla stagione che inaugurò l’alleanza strutturale fra la stampa e i magistrati. E la nascita del partito delle Procure.
Ventinove anni fa, al tempo degli Unni, l’autore stava sul campo di battaglia al quarto piano della Procura di Milano, era un formidabile cronista, un passo avanti agli altri, autore con Gianluca Di Feo dello scoop dell’avviso di garanzia all’allora premier Silvio Berlusconi mentre presenziava un vertice Onu a Napoli sulla criminalità organizzata. Come se domenica, durante gli incontri del G20, fosse stato indagato Mario Draghi per disastro ambientale e traffico illecito di rifiuti tossici. Oggi Buccini avverte la necessità di storicizzare e prendere le distanze da se stesso, di scrivere che «noi cronisti di Mani pulite eravamo supereroi del nostro fumetto».
L’immagine di un narcisismo collettivo mai scalfito merita una spiegazione più completa: «In parte su di noi aveva ragione Berlusconi. Quando si è lamentato che i giornalisti sono tutti comunisti ci è andato vicino», sottolinea in un’intervista a Huffington Post. «È indubbio che la mia generazione si è formata a sinistra. Il gruppo di ragazzini che seguivano i fatti di Palazzo di giustizia, tutti fa i 28 e i 33 anni, era fortemente orientato a sinistra. Cresciuto in ambienti politici, universitari, liceali di sinistra. Un grande brodo di coltura dove più o meno si pensava che Craxi fosse un manigoldo, Ligresti un imprenditore della piovra, gli andreottiani tutti marci. Così quando segui un’inchiesta che ti racconta esattamente questo, tu pensi: hai trovato la verità, non c’è altra verità da cercare». Summa teologica dell’outing: «Non abbiamo guardato in tutte le direzioni perché quella direzione corrispondeva a una nostra formazione culturale. Errore gravissimo». E infine, facendo venire un brivido a chi legge: «Dopo i primi suicidi avremmo dovuto lavorare diversamente».
Allora il collettivo dei piccoli Gavroche con la Montblanc collaborò alla fine della Dc e del Psi, al salvataggio del Pci e alla liquidazione della Prima repubblica. Mica paglia, direbbe Walter Chiari. Una categoria in soccorso dei nuovi potenti per una libbra di notizia, di carriera. Direttori che si accordavano ogni sera sui titoli da sparare il giorno dopo in prima pagina. Una categoria che non si faceva problemi nello sbertucciare e ostracizzare i pochi che avanzavano perplessità, convinti da qualche buona lettura che «nel secolo breve i pericoli sono sempre arrivati dai fanatici e mai dagli scettici». (Eric Hobsbawm).
Leggendo il libro si coglie un latente senso di autoassoluzione che sconfina nel conformismo, il recupero di qualcosa che appartiene definitivamente al passato. Buccini centra la ricostruzione storica ma siamo costretti a dargli una cattiva notizia sull’oggi: quel meccanismo è vivo e vegeto, funziona ancora. Gli eskimo di redazione continuano a penzolare da attaccapanni affollati e arrivano da molto più lontano. Durante Mani pulite non avvenne niente di nuovo rispetto al dominio del giornalismo militante degli anni di piombo quando Giorgio Bocca (con dieci, cento imitatori) scriveva che le Brigate rosse erano «sedicenti» e il progetto di una società comunista «un delirio». Anche allora il giornalismo italiano si addormentò dentro la comfort zone del progressismo salvifico nella speranza di farsi trovare sul marciapiede al sole nel giorno della rivoluzione.
C’è un prima e un dopo, ma i supereroi di carta sono sempre lì, con volti diversi ma con gli stessi riflessi condizionati, a dare una mano alla sinistra di potere. Quando un anno e mezzo fa – in piena pandemia, con centinaia di morti al giorno – Pd e Movimento 5 stelle hanno pianificato l’attacco alla Lombardia per mutare gli assetti politici (il momento più squallido dell’intera emergenza), hanno trovato nei media il portentoso alleato di sempre. Nessun distinguo, nessuna contestualizzazione. L’ospedale in Fiera era «uno spreco immondo», le morti al Pio Albergo Trivulzio «una strage nascosta», il pronto soccorso di Alzano Lombardo «la pistola fumante». Editorialisti di fama, commentatori da talk show, semplici cronisti hanno azzannato con ferocia chi stava in trincea. Michele Serra arrivò a prendersela con la laboriosità della gente che moriva e con il cielo di Lombardia. Se non si è replicato lo scempio, il merito non è stato di direttori, capiredattori o «mozzi», ma dei magistrati questa volta più prudenti, più professionali.
L’eskimo in redazione (cit. dal sempre attuale pamphlet di Michele Brambilla) è ancora lì, accanto a computer e scanner. Accompagna inchieste a senso unico che sembrano dossieraggi, con tanto di agente provocatore, a poche ore dalle elezioni. Addobba scandali fasulli ma funzionali, sempre alla stessa parte politica, come quello di Luca Morisi. Ma non c’è da preoccuparsi, sono solo compagni che sbagliano. Lo ammetteranno fra 20 anni, convinti di aver vissuto dentro un fumetto.
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