Senza volerlo lei, caro Monti, ha confessato il golpe del 2011
Mario Monti (Ansa)

Caro Mario Monti, le scrivo questa cartolina perché ho letto il suo ricordo di Napolitano e ho fatto un salto sulla sedia. Non che l’ex presidente della Repubblica, parlandone da vivo, da queste parti riscuotesse molte simpatie.

Per come siamo, infatti, riesce difficile dimenticare chi appoggiò i carri armati sovietici in Ungheria e le altre peggio nefandezze dell’Urss, così come non possiamo fare a meno di ricordare che trasformò il Quirinale da istituzione super partes a reggia di re Giorgio regnante, con l’aggravante che ora tutti (leggi Mattarella) lo vogliono emulare. Però, insomma, ci aspettavamo, nel momento della morte, un po’ di pudico riserbo. E invece lei, impietoso, mette in piazza le vergogne del settenato napolitanesco senza ritegno. Ma come si permette? Proprio lei? Con tutto il bene che quell’uomo le ha fatto (facendo per altro assai male a noi)?

Mi ha colpito in particolare la confessione del golpe orchestrato nell’estate 2011. Lei dice che quella del golpe è «una tesi che stride con la realtà dei fatti», ma in realtà i fatti che lei racconta la confermano, eccome. Lei ammette infatti di essere andato più volte al Quirinale in quell’estate. E dice che Napolitano, in tali occasioni, «pur con grande rispetto verso il governo in carica» le «esprimeva le sue preoccupazioni» facendole venire in mente, chissà come, il governo tecnico, eufemisticamente da lei definito «soluzione-possibile-qualora-se-ne-manifestasse-la-necessità». E già questo è abbastanza indicativo, no? Il presidente della Repubblica critica il governo con lei, che non ha alcun ruolo istituzionale né è mai stato votato da nessuno, e lei sente magicamente nascere dentro di sé l’idea del governo tecnico, pardon della «soluzione-possibile-qualora-se-ne-manifestasse-la-necessità». Tu chiamale se vuoi rimozioni (di democrazia).

E non è tutto. Infatti lei, sempre facendo finta di onorarne la memoria, ci racconta anche che Napolitano la chiamò il 9 novembre 2011, mentre lei era a un convegno su Ralf Dahrendorf (mai che queste telefonate arrivino, che ne so, mentre uno è al supermercato o si fa la doccia. No, mentre è al convegno su Dahrendorf. C’est plus chic). E che cosa le dice re Giorgio, salvando probabilmente Dahrendorf ma condannando noi poveri italiani? Uso le sue parole: «Mi comunicò di aver appena firmato il decreto con cui mi nominava senatore a vita». E aggiunse: «Però terrei a vederti domani al Quirinale». A quelle parole lei, caro Monti, ha avuto l’intuizione giusta (purtroppo una delle poche di quel periodo). Dice infatti: «Capii che la cosa si faceva davvero». Con il che a) conferma che «la cosa» era già stata discussa in precedenza al di fuori di ogni regola democratica; e b) fa capire che la nomina di senatore a vita (con relativo maxi stipendio a nostro carico) è stata svilita e usata come baratto per una operazione politica ispirata dall’estero (parole sue: «Napolitano prestava attenzione a ciò che in giro si diceva dell’Italia») e scaricata sulle spalle degli italiani.

Beh, caro Monti, ammetterà che lei non ci fa una bella figura, ma il defunto Napolitano ancor meno. E così ora capisce perché le ho scritto questa cartolina: se questo è il suo modo per celebrare le persone che stima, vorrei essere certo di meritarmi in eterno la sua antipatia.

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