Pechino minaccia la filiera green Usa. Biden vuole dazi sulle auto elettriche
Joe Biden (Ansa)
La «sovracapacità» del Dragone rischia di affondare l’industria americana. E così la Casa Bianca pensa di tassare le importazioni cinesi in alcuni settori strategici come semiconduttori, batterie e pannelli solari.

Il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, nel pieno della campagna elettorale per la rielezione, mira a introdurre dazi e restrizioni all’importazione di prodotti provenienti dalla Cina, segnatamente auto elettriche, batterie, pannelli solari e semiconduttori. Si tratta, per ora, di indiscrezioni riportate dalle agenzie, ma secondo alcune fonti un annuncio ufficiale in tal senso potrebbe arrivare già settimana prossima.

La nuova manovra del presidente democratico si aggiunge all’annuncio di Pittsburgh il mese scorso, con cui Biden ha manifestato l’intenzione di aumentare di tre volte i dazi sull’acciaio cinese. Poiché l’import di acciaio cinese negli Usa è già molto modesto a seguito dei dazi imposti a suo tempo da Donald Trump, l’annuncio aveva un evidente scopo elettorale in uno Stato importante per la rielezione come la Pennsylvania. Con la nuova mossa su auto elettriche e pannelli solari, però, la Casa Bianca sembra puntare in maniera più decisa alla protezione della filiera americana dell’auto elettrica e dell’industria green, in coerenza con l’Inflation reduction act (Ira) del 2022. L’Ira offre centinaia di miliardi di sussidi e agevolazioni fiscali nel tentativo di proteggere l’economia statunitense e sinora ha rappresentato un buon successo, tanto che anche diverse aziende europee stanno trasferendo le proprie produzioni negli Usa.

L’amministrazione democratica, negli ultimi due anni, ha avviato una revisione dei dazi imposti alle merci cinesi dal presidente Trump tra il 2017 e il 2020. Secondo fonti della Casa Bianca, il riesame di dazi e restrizioni nei confronti della Cina si sta concentrando su settori più strategici ma, in ogni caso, nessuna tassa sull’import dal Paese asiatico sarà abolita. Semmai saranno alzati i dazi per alcune merci specifiche.

Nessuno, dalle parti di Washington, vuole una guerra commerciale con la Cina. A parole. Ma nei fatti, in riva al fiume Potomac, si stanno affilando le armi (commerciali). Il segretario al Tesoro americano, Janet Yellen, ha detto due giorni fa che le relazioni tra Usa e Cina sono nettamente migliorate negli ultimi due anni, ma lo stesso segretario al Tesoro non più di un mese fa affermava, nel corso della sua visita in Cina, di non poter escludere il ricorso a dazi nei confronti dell’export di Pechino. Infatti, in attesa di conferme, pare che sia proprio così Nel settore green si concentra il problema di quella che Yellen ha chiamato «sovracapacità» produttiva cinese e che rischia di spezzare sul nascere le ambizioni green dell’agenda politica democratica, oltre che l’industria americana del settore. Non c’è solo Tesla e i marchi storici dell’auto americana, infatti, a essere in difficoltà per la concorrenza cinese nel settore dell’auto elettrica.

La stessa Yellen, a fine marzo, ha tenuto in discorso in Georgia dalla fabbrica di Suniva, un’azienda americana che produce batterie che aveva chiuso nel 2017. Ora, grazie all’Ira, la fabbrica ha riaperto ma il neo-protezionismo di stampo democratico ha bisogno di maggiore continuità. L’aumento dei dazi sul settore clean-tech (come viene chiamata genericamente la produzione industriale relativa ad auto elettriche ed energie rinnovabili) rappresenta, dunque, un corollario indispensabile alle politiche democratiche all’insegna dello slogan «Buy american» lanciato da Biden appena entrato nello studio ovale nel 2021 e non molto diverso dal «Make America great again» di Trump. Anche perché molte delle aziende americane del settore, con migliaia di dipendenti, si trovano nei cosiddetti «swing State», quelli nei quali il voto alle elezioni presidenziali è in bilico sino all’ultimo. La Georgia è uno di questi e tra sei mesi si vota.

Se confermati, i dazi imposti da Washington sono un ulteriore segnale di una frenata nella globalizzazione, che accomuna democratici e repubblicani nel nome della supremazia geopolitica americana. La tanto sbandierata retorica su muri e confini, che dipinge i democratici come aperti cittadini del mondo e i repubblicani come protezionisti e isolazionisti, si sbriciola davanti alla potenza commerciale cinese che insidia l’economia americana.

Nel frattempo, emergono dettagli di un incontro tra il candidato repubblicano alla Casa Bianca e i massimi dirigenti dell’industria petrolifera americana, ai quali Trump avrebbe chiesto un miliardo di dollari per finanziare la campagna elettorale. Nel corso dell’incontro, Trump avrebbe annunciato di voler abolire gran parte delle leggi ambientali imposte da Biden, tra cui i limiti alle emissioni dei veicoli, lo stop ai permessi di costruzione di nuovi impianti per l’export di Gnl, gli incentivi alle auto elettriche e lo stop alle trivellazioni in Alaska.

Che si tratti di calcolo elettorale, di coerenza rispetto all’agenda politica green dei democratici, o di contrastare l’avanzata cinese nell’economia mondiale, i dazi americani non faranno piacere a Xi Jinping. Non vi sono reazioni ufficiali a questi annunci, al momento, ma la retorica della sovracapacità cinese di cui tanto si parla oltreoceano sta innervosendo i vertici di Pechino. I quali tengono a precisare, informalmente, che le misure tariffarie americane sono un danno per il commercio globale e per gli stessi Stati Uniti. Il confronto prosegue.

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