Più Tory che popolare, Giorgia Meloni cita Roger Scruton e San Benedetto: «L’Europa dev’essere la casa comune dei popoli, non una Spa».

Libertà. Nel suo discorso alla Camera, Giorgia Meloni l’ha nominata 15 volte. Che salgono a 26, contando gli aggettivi «libero», «libera» e «liberi». Un lemma che il premier ha usato persino per integrare il celebre adagio di Steve Jobs: «Siate folli, siate affamati», ha esortato i ragazzi che scenderanno in piazza contro di lei; ma «siate liberi».

È questa una delle anime della cultura politica che ieri, in Aula, la leader di Fdi ha rivendicato con fermezza. Senza temere di presentarsi al Parlamento e all’opinione pubblica con un’agenda di destra.

«Un governo di centrodestra non limiterà mai le libertà esistenti di cittadini e imprese», ha giurato, citando Montesquieu. Filosofo francese, nume nel pantheon del liberalismo classico. Di qui, il «motto» che dovrebbe ispirare l’azione del nuovo esecutivo: «Non disturbare chi vuole fare». Riducendo, pertanto, la burocrazia e le tasse, spostando il fulcro dai sussidi – il reddito di cittadinanza – al lavoro. Una battaglia nella quale il presidente del Consiglio ha arruolato anche papa Francesco.

Libertà, dunque. Purché, però, contemperata dal senso del dovere. Ed è qui, nel riferimento a San Giovanni Paolo II, al «diritto di fare ciò che si deve», che si poteva scorgere la marca conservatrice dei principi proclamati dalla Meloni. La quale ha restituito rilevanza alla legalità – un valore di destra, a lungo scippato dai professionisti dell’antimafia di sinistra – e ha tenuto botta sulla lotta alle devianze giovanili. L’arte, il sapere, lo sport, l’educazione, contro la «risposta facile» dell’evasione nella droga.

E il merito. Il presidente del Consiglio ha voluto prendere di petto le polemiche sul cambio di denominazione del ministero dell’Istruzione. A sinistra contestano l’insensibilità verso il nodo dei punti di partenza difformi e la sconfessione del dogma dell’inclusione. «Diversi studi», ha rintuzzato la Meloni, «mostrano come, oggi, chi vive in una famiglia agiata abbia una chance in più per recuperare le lacune di un sistema scolastico appiattito al ribasso, mentre gli studenti dotati di minori risorse vengono danneggiati da un insegnamento che non premia il merito, perché quelle lacune non vengono colmate da nessuno». Non l’ha menzionato, ma è la tesi del saggio di Luca Ricolfi e Paola Mastrocola, fustigatori, peraltro da sinistra, della «scuola progressista come macchina della disuguaglianza». Nonché, ci permettiamo di aggiungere, agenzia formativa, che il post Sessantotto ha trasformato in un distributore automatico di psicoterapia. Congegnato non per allevare, ma per compiacere; non per fortificare, ma per assecondare le fragilità.

«Sono Giorgia, sono cristiana», gridò l’attuale inquilina di Palazzo Chigi, durante una manifestazione della sua coalizione, nel 2019. Con coerenza, ieri non s’è vergognata di richiamare le «radici classiche e giudaico cristiane dell’Europa», dichiarando: «Noi siamo gli eredi di San Benedetto, un italiano, patrono principale dell’intera Europa». Che non può ridursi a un’unione di ragionieri e deve ripensarsi come una comunità spirituale. Eccola, l’impronta identitaria di una destra che non concepisce l’Ue «come un circolo elitario con soci di serie A e soci di serie B, o peggio, come una società per azioni diretta da un consiglio di amministrazione, con il solo compito di tenere i conti in ordine». L’Europa nata dal monachesimo, sempre viva nella cultura, risorta dopo l’orrore delle guerre mondiali è, invece, «la casa comune dei popoli».

L’enfasi dovrebbe passare dai trattati, dai parametri di bilancio, al fuoco ardente delle tradizioni e delle origini condivise. Così, l’omaggio iniziale ai «vertici delle istituzioni comunitarie» non era in contraddizione con il proposito di lavorare per l’interesse nazionale. Sulle orme di «un grande italiano», campione di un’impresa che pagò con la vita: Enrico Mattei. Ed è significativo che, forse per la prima volta nella storia repubblicana, un capo del governo abbia chiesto la fiducia dopo aver pronunciato con orgoglio la parola «patria».

Ma è quando ha confutato il mantra verde, che la Meloni ha mostrato in modo inequivocabile la volontà di ricalibrare la destra italiana, più che sul vecchio popolarismo, sul conservatorismo anglosassone. Attaccando «un certo ambientalismo ideologico», la numero uno – non a caso – del gruppo dei Conservatori e riformisti europei si è allacciata alla teoria del compianto filosofo britannico Roger Scruton: «Noi», ha spiegato, «vogliamo difendere la natura con l’uomo dentro. Coniugare sostenibilità ambientale, economica e sociale». È il nocciolo del «green conservatism», umanistico, oltre che identitario. Scettico verso le iper regolamentazioni imposte dal Leviatano sovrastatale, basato sull’attaccamento delle comunità locali a un ecosistema che esse ereditano e hanno il dovere di preservare e trasmettere: «L’ecologia è l’esempio più vivo dell’alleanza tra chi c’è, chi c’è stato e chi verrà dopo di noi». Scruton, certo; ma pure il capostipite dei moderni Tories inglesi, Edmund Burke: «La società è una partnership tra i viventi, i morti e coloro che devono ancora nascere».

Se il punto d’approdo è una destra che a qualcuno sarebbe piaciuto definire «normale», era nell’ordine delle cose il solenne ripudio del fascismo. A un’idea molto «british» della politica, in fondo, ha risposto anche il richiamo della Meloni al «passaggio di consegne veloce e sereno», a Mario Draghi che ha agevolato la transizione dei poteri verso l’«unica forza di opposizione all’esecutivo da lui presieduto». Cos’è questa, se non l’essenza della politica secondo Michael Oakeshott? Anziché il terreno di uno scontro gnostico tra bene e male assoluti, una «conversazione civile». Se alle parole seguiranno i fatti, cominciamo bene.

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