Il Parlamento è «sovrano» sul fine vita? Solo se la legge è quella targata Consulta
Ansa
A settembre riparte la discussione sulla norma e l’ex capo della Corte costituzionale, Giovanni Maria Flick, invoca un compromesso. In realtà l’Aula dovrà semplicemente adeguarsi ai diktat delle toghe.

Ci risiamo: dicono che serve una legge sul fine vita. Ne ha parlato ieri, sulla Stampa, l’ex presidente della Corte costituzionale, Giovanni Maria Flick. Ricordando, però, che qualunque norma eventualmente approvata dal Parlamento dovrebbe inserirsi «nel solco di quanto stabilito e confermato dalla Consulta». Il riferimento è alle quattro condizioni in presenza delle quali, secondo la sentenza del 2019, non commette reato chi aiuta la persona malata a suicidarsi: che la patologia sia irreversibile; che essa sia fonte di sofferenze fisiche e psicologiche insopportabili; che l’individuo sia capace di esprimere il proprio consenso; e che egli dipenda da trattamenti di sostegno vitale. Proprio su quest’ultimo requisito, di recente, è tornata la Corte, con quella che Flick ha definito una «precisazione», più che un’«apertura». I suddetti trattamenti vanno intesi in senso estensivo: non sono soltanto la nutrizione e l’idratazione artificiali, oppure la ventilazione meccanica, ma anche sistemi per l’aspirazione del muco, l’evacuazione e i cateteri.

Il 17 settembre, in Senato, si riaprirà la discussione su un possibile disegno di legge, dopo che le divisioni tra maggioranza e opposizione che erano culminate nel blocco dei lavori in commissione. La colpa degli intoppi, secondo Flick, è delle «troppe divergenze» tra «l’ala più integralista dei cattolici e quella laica». Già: se i cattolici si oppongono al suicidio assistito, sono dei fondamentalisti; se gli altri ne invocano la liberalizzazione, sono semplicemente dei laici. Ma il vero pericolo è che l’iter autunnale della norma sul fine vita occorra semplicemente a riverniciare, con i colori della democrazia, un’operazione di esautoramento dei rappresentanti eletti da parte della Consulta. La quale, da organo che esercita il controllo di costituzionalità delle leggi, è diventata essa stessa un legislatore. Non eletto. L’intervista di Flick è rivelatrice. L’ex capo del collegio si dilunga in uno spiegone su quello che dovrebbe essere l’atteggiamento costruttivo dei partiti, in vista dell’approvazione di una legge: «Occorre evitare», esorta, «l’irrigidimento delle parti contrapposte: l’una in nome di una assoluta libertà dell’individuo; l’altra in nome di una indisponibilità altrettanto rigida della propria vita. Il Parlamento deve fare una valutazione sovrana di entrambe le posizioni». Il problema è proprio questo: quanto sarà davvero «sovrana» la valutazione del Parlamento, se i paletti sono stati fissati dalla Consulta? Una norma non potrebbe essere né più restrittiva né più permissiva di quanto sancito dalla Corte. Se prevalesse un orientamento conservatore, il testo si presterebbe a essere bocciato subito dal capo dello Stato, che potrebbe rifiutarsi di firmarlo per patente incostituzionalità, alla luce del contenuto della sentenza del 2019. Stesso copione se passasse, ad esempio, la linea Cappato, quella che mirava a cassare il limite della dipendenza del malato dai sostegni vitali: la Corte si è pronunciata a luglio e, al netto dei chiarimenti, ha riaffermato la posizione meno lassista, espressa cinque anni prima.

In sostanza, il perimetro entro il quale potrà muoversi l’organo che esercita la sovranità detenuta dal popolo è già rigidamente definito. Lo stesso Flick riassume così lo scopo della norma che vorrebbe vedere approvata in Aula: «Mettere fine al caos della pluralità e della diversità di interpretazioni della sentenza della Consulta da parte delle varie Regioni e dei giudici nell’applicazioni di essa». In realtà, il lavoro delle toghe sembra essersi esaurito, ora che è stato fermato l’assalto degli attivisti, in qualche modo aiutati da certe Procure, al requisito dei trattamenti di sostegno vitale. Lasciarlo cadere avrebbe aperto uno spiraglio al modello olandese di eutanasia. Quanto alle Regioni, le divergenze, probabilmente legittime visto che ciascuna gestisce in autonomia il suo sistema sanitario, rimangono solo sui tempi di accettazione delle richieste dei pazienti. Tempi che la Corte chiede siano ragionevoli, mentre Marco Cappato & C. sperano, in soldoni, di arrivare al suicidio assistito espresso. Sul resto, non ci sono margini per un confronto autentico. E, quindi, non c’è nemmeno la necessità di un compromesso politico.

Lo si dichiari, senza più foglie di fico: l’obiettivo è far mettere alle Camere il bollino del processo democratico su una decisione assunta da un comitato di tecnici, non soggetti al giudizio degli elettori né tenuti a prendere in considerazione gli orientamenti della pubblica opinione. Al limite, si pretende che alle Asl sia imposto di velocizzare le pratiche – come se le richieste di suicidio assistito andassero trattate alla stregua delle liste d’attesa da smaltire. È lecito, sì. Ma in tutto questo, della sovranità del Parlamento al massimo c’è la caricatura.

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