Alla fine lo ha fatto. Martedì sera, Donald Trump ha annunciato la sua ricandidatura alla presidenza degli Stati Uniti. «Per rendere l’America di nuovo grande e gloriosa, stasera annuncio la mia candidatura a presidente degli Stati Uniti», ha detto, parlando da Mar-a-Lago. «Questa non sarà la mia campagna, questa sarà la nostra campagna tutti insieme», ha proseguito.
Non è la prima volta che un ex presidente scende in campo per un nuovo mandato. Nel 1892, il democratico Grover Cleveland rivinse le elezioni presidenziali dopo essere stato defenestrato dalla Casa Bianca quattro anni prima, diventando così l’unico presidente americano ad aver effettuato a oggi due mandati non consecutivi. Più sfortunato fu invece Martin van Buren: anche lui sconfitto dopo il primo mandato, si ricandidò senza successo alla presidenza nel 1844 e nel 1848. Venendo alla seconda metà del Novecento, nessuno dei due inquilini della Casa Bianca estromessi dopo solo quattro anni, vale a dire Jimmy Carter nel 1980 e George H. W. Bush nel 1992, ha tentato una ricandidatura.
Il punto è che, al di là dei precedenti storici, la nuova discesa in campo di Trump si accompagna a significativi dubbi. L’ex presidente è uscito azzoppato dalle ultime elezioni di metà mandato, soprattutto a causa della cocente sconfitta subita dai suoi candidati al Senato in Pennsylvania e Nevada. Non vanno, inoltre, trascurate le tegole giudiziarie che pendono sul suo capo: dall’indagine della procuratrice generale di New York sulla Trump organization a quella della Procura distrettuale di Fulton county sulle presunte interferenze nel voto del 2020.
L’ex presidente sostiene che si tratti di indagini politicamente motivate e punta a cavalcarle in campagna elettorale. Resta tuttavia il fatto che potrebbero rivelarsi degli scogli significativi.
D’altronde, soprattutto dopo le difficoltà emerse alle ultime midterm, ampi settori del mondo conservatore americano non sembrano granché felici di questa ricandidatura.
La figlia di Trump, Ivanka, ha emesso un comunicato, specificando che non entrerà nello staff elettorale del padre. I rapporti tra l’ex presidente e il fondatore di Fox News, Rupert Murdoch, stanno inoltre tornando a farsi particolarmente tesi. Non solo: a voltare le spalle a Trump è stato ieri anche il suo ex capo dello staff alla Casa Bianca, Mick Mulvaney, oltre al ceo di Blackstone (e potente finanziatore repubblicano), Stephen Schwarzman.
Alcuni malumori attraversano anche il Partito repubblicano. Poche ore prima che l’ex presidente annunciasse la ricandidatura, Ron DeSantis ha replicato per la prima volta alle dure critiche che, negli scorsi giorni, gli erano arrivate proprio da Trump. «Non credo che un governatore sia stato attaccato più di me […] durante il mio mandato di quattro anni. Eppure, penso che quello che impari è che tutto ciò è solo rumore», ha dichiarato. Fresco di rielezione trionfale a governatore della Florida, DeSantis è considerato un papabile candidato alle prossime primarie repubblicane: uno scenario, questo, che ha recentemente irritato Trump e galvanizzato al contrario proprio Murdoch.
Del resto, l’ex presidente ha iniziato ad attaccare anche un altro potenziale contendente alla nomination presidenziale repubblicana: il governatore della Virginia, Glenn Youngkin.
È bene notare che questo scontro interno ha una natura di carattere generazionale più che politico-ideologico. Il trumpismo, inteso come più solida attenzione alle minoranze etniche e alla working class, è ormai diventato patrimonio comune di gran parte del Partito repubblicano: gli stessi DeSantis e Youngkin ne sposano infatti le tesi fondamentali. Una situazione, questa, che non cambierebbe anche con altri possibili candidati presidenziali, come Mike Pompeo, (che proprio ieri ha preso le distanze dall’ex inquilino della Casa Bianca) Nikki Haley o Mike Pence: tutti nomi che, per inciso, hanno fatto parte dell’amministrazione Trump.
La discussione interna non verte, dunque, tanto sui contenuti del programma ma su chi deve portare avanti questo stesso programma. Il problema è sia anagrafico che tattico. Trump è nato nel 1946, ha impostato le ultime campagne elettorali come un referendum su sé stesso e il suo movimento ha costruito una ortodossia ideologica sempre più rigida. Si tratta di fattori problematici. L’età avanzata favorisce candidati più giovani, mentre in un contesto elettoralmente complesso come quello americano è fallimentare puntare tutto sui plebisciti personalistici.
Inoltre, l’ossificazione ideologica sta rendendo il movimento trumpista meno capace di intercettare il voto degli indipendenti e dei democratici delusi: quel voto che fu fondamentale a Trump per vincere le presidenziali del 2016 e che risulterà nuovamente fondamentale in vista del 2024.
Sia chiaro: il mondo trumpista resta indispensabile per il Partito repubblicano. Il punto è che esso non basta da solo a garantirgli la vittoria. L’elefantino dovrebbe ritrovare un gioco di squadra tra le sue varie correnti: un gioco di squadra in cui ognuno svolga il proprio compito. È solo un simile lavoro di coordinamento (oltre a un’attenzione specifica ai bisogni reali degli elettori) che può portare i repubblicani nuovamente alla Casa Bianca nel 2024, defenestrando un’amministrazione oggettivamente fallimentare, ideologica e azzoppata come quella di Joe Biden. Un conto è la dialettica fisiologica, un conto i personalismi deleteri. Il Partito repubblicano deve pensare al suo futuro. Non restare preda di narcisismi e beghe incomprensibili all’elettorato.
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