La vedevi fragile e minuta, col turbante in testa dopo la malattia, messa in ombra dalla gigantesca istrioneria di Marco Pannella, ma Emma Bonino è la donna che ha più inciso nella storia civile del nostro Paese negli ultimi 50 anni e più.
O se preferite, è la donna più in vista, più in prima linea per più lungo tempo che si è identificata più di ogni altra con lo spirito del nostro tempo e i principali mutamenti degli ultimi decenni.
È la prima femminista che abbia portato a casa risultati concreti, non chiacchiere e distintivi; non ha solo predicato, ma ha anche praticato le sue convinzioni.
Sono note le battaglie civili e individuali che i radicali di Pannella e di Bonino hanno sposato negli anni: il divorzio, l’aborto, i diritti civili, la libertà sessuale, l’emancipazione femminile, il riconoscimento delle coppie omosessuali e dei transgender, l’obiezione di coscienza, l’individualismo libertario, il primato del singolo su ogni comunità, a partire dalla famiglia, la scristianizzazione della società, ben oltre l’anticlericalismo, e poi l’animalismo, l’eutanasia e il suicidio assistito, la liberalizzazione della droga e del fumo.
Libera morte in libero Stato, è l’estrema battaglia che l’ha vista sulla breccia. La sinistra di oggi è figlia di quella svolta dai diritti sociali e collettivi del vecchio mondo socialista, comunista e sindacalista ai diritti individuali e privati del mondo libertario, laicista, radicale.
Temi che hanno esondato anche in altri ambiti, moderati, liberali, destrorsi (Forza Italia inclusa). Emma Bonino ne è stata l’interprete più nota e più duratura sulla scena politica e civile. Nessun’altra come lei.
Non fu bello vedere papa Francesco andare da lei, sul suo terrazzo a Campo de’ Fiori, a rendere omaggio a chi aveva combattuto per una vita contro temi, istanze e principi cruciali per la cristianità; andò lui a trovarla nel suo luogo privato, come non ha mai fatto nei confronti di testimoni della fede, credenti, benemeriti sofferenti o altre figure importanti, anche eretiche e controverse: lei che ha rappresentato, con coerenza, la negazione della vita, della nascita, della famiglia, della religione, come sono intese nella tradizione cristiana.
Il filo di umanità di quell’incontro non fu espresso dai due protagonisti ma dalle carrozzelle in cui erano costretti, il Papa e la papessa radicale; quel destino comune di fragilità e di mortalità.
La Bonino univa al profilo di militante radicale impegnata sul versante dei diritti, anche la figura istituzionale di esponente europeista, atlantista, filo-israeliana, pronta a dimenticare il pacifismo di Gandhi, l’antimilitarismo e l’obiezione di coscienza che fu per anni bandiera dei radicali per sposare le cause belliche di marca occidentale, con relative guerre e corsa alle armi.
La stessa disinvoltura ebbe nell’oscillare tra liberismo e statalismo, tra defiscalizzazione e pressione fiscale, tra Silvio Berlusconi e Romano Prodi, senza che nessuno osasse accusarla di essere voltagabbana, opportunista, mercenaria, come accade di solito in questi casi.
Per anni Bonino e Pannella hanno spiazzato i loro elettori facendosi per metà di destra con il liberismo e il garantismo e per metà di sinistra con la liberalizzazione dei costumi e il permissivismo; e usando in modo vistoso la politica dei due forni sulla base di pratiche convenienze.
Berlusconi le dette corda col suo pragmatismo, cinico e bonario, di imprenditore senza scrupoli, che ingaggia talenti di ogni provenienza.
Ricordo tra le sue battaglie, pure una curiosa coincidenza: una volta lanciò una campagna contro il chador e la sottomissione della donna nell’islam, sostenendo a spada tratta la liberazione femminile dalle catene islamiche.
E usò espressioni che ricordavano l’inno fascista Faccetta nera quando rivolgendosi alla «bella abissina» prometteva le stesse cose della Bonino e di coloro che aprivano loro le porte dell’occidente: «Ti porteremo a Roma liberata», «Avrai un’altra legge», o ancora: «L’avanzata più rapida si fa, catene infrange, sopprime schiavitù: libertà libertà».
E altre canzoni colonialiste e africane del regime fascista così celebravano l’arrivo dell’Occidente italo-fascista nei Paesi islamici: «infrangere agli schiavi le catene», «porta a quei schiavi la libertà». Scopi diversi, naturalmente, rispetto alle intenzioni femministe; ma quante similitudini…
La Bonino è stata poi l’unica donna seriamente candidata al Quirinale. Ricordo in quel tempo che un ex radicale pentito, Daniele Quinto, pubblicò un pamphlet Emma Bonino dagli aborti al Quirinale? (edizioni Fede e Cultura) che faceva la storia vera del suo passato, che si tendeva a dimenticare.
Si raccontava che la Bonino, per combattere la piaga degli aborti clandestini e delle mammane, avesse procurato più di 10.000 aborti, impegnandosi direttamente lei, a volte servendosi di mezzi di fortuna come la pompa di una bicicletta.
Una volta la Bonino e Pannella, in un impeto di intolleranza illibertaria, fecero saltare un dibattito in Rai perché non volevano che in studio ci fossi io che l’avevo criticata apertamente, pubblicando sul settimanale che allora dirigevo le foto degli aborti praticati.
Perché, mi chiedevo allora con un ardore, oggi inconcepibile, è permesso far vedere in tv i condannati alla pena di morte e non chi avvia le pratiche d’aborto? Perché pratichi gli aborti ma poi ti vergogni e gridi allo scandalo se qualcuno poi lo dice e lo mostra?
Ma quello che ai miei occhi appariva come un delitto, una sopraffazione e la soppressione di una vita sul nascere, ai loro occhi appariva una missione etica, ideale, in difesa delle donne e della libertà. Relativismo etico.
Ora resta, nonostante tutto, la pietas cristiana davanti alla sua morte. E la consolante certezza che malgrado tutto, la vita continua e ogni giorno qualcuno nasce e rinasce. Riconosco alla Bonino coerenza e passione ideale e civile nelle sue battaglie radicali. A voler esagerare, la Bonino è stata una Giovanna d’Arco a rovescio, con la sua fede capovolta. Aveva il sacro furore della santità abortita.
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