«Il Piccolo Napoleone» è una pièce teatrale che fa cassetta solo in Italia. Perfino in Francia è già fuori cartellone. Regolarmente da noi, sotto elezioni, i politici socialisti e liberal, chi si è appuntato sul petto la legion d’onore e la nutrita stampa al seguito, pendono dalle labbra di Emmanuel Macron. E lo deificano mentre anticipa l’esercito europeo creando una fantomatica a brigata francese in Ucraina (sindrome De Gaulle); mentre ipotizza l’economia integrata in grado di tenere banco a Cina e Stati Uniti (sindrome Pinault); mentre lavora per «una transizione green diversa da quella ipotizzata in passato» (sindrome Pinocchio). Nel frattempo è pronto a inviare a Kiev cinque Mirage 2000.5 dopo aver fatto istruire i piloti ucraini in gran segreto a Nancy. Come dire: vedete che detto la linea?
In realtà Macron è un leader in declino, con un partito di plastica che sta perdendo i pezzi e per nulla radicato da Marsiglia a Calais, una carriera presidenziale a fine corsa (nel 2027 non sarà più ricandidabile), un tasso di credibilità interno determinato dai sondaggi a picco. Tranne i reggicoda italiani nessuno vorrebbe dargli la mano, un po’ come ha fatto Camilla Parker Bowles con Brigitte in Normandia. Attenzione, il giudizio esula dal ruolo oggettivo della Francia, Paese cardine di un’Europa in cerca di se stessa. Ma è bene separare la storia e l’influenza oggettiva di una nazione strategicamente centrale, da quella di un presidente bonapartista negli atteggiamenti ma anatra zoppa nella realtà.
Alla vigilia del voto, l’uomo a cui tutta la sinistra italiana s’ispira per trovare la salvezza contro «l’assalto nazionalista» (parole sue) è in rottura prolungata. Valérie Hayer, capolista della macroniana Renaissance, galleggia al 15% dei consensi, meno della metà del rappresentante del Rassemblement National di Marine Le Pen, Jordan Bardella (33%). Una situazione neppure nuova, perché da due anni la destra francese è saldamente in testa ai consensi. Macron ha provato ad alzare i toni, a cavalcare l’allarme democratico, a chiamare il popolo alle urne perché una vittoria di Le Pen significherebbe «curarsi con la clorochina», «usare il vaccino Sputnik», «bloccare il Pnrr». Frasi random di un disperato, costretto piuttosto a guardarsi alle spalle perché Hayer è tallonata (13%) dal candidato socialista Raphael Glucksmann.
«La nostra Europa oggi è mortale. Può morire, e questo dipende unicamente dalle nostre scelte per evitare il declino. Ma queste scelte bisogna farle adesso», ha detto il piccolo Napoleone giovedì alla Sorbona, consapevole che il declino più imminente resta il suo. Con quel discorso da menagramo è riuscito in un colpo solo a demonizzare la Russia (secondo standard sperimentati), ad attaccare la Cina «che non rispetta le regole della concorrenza siglate nei trattati» e pure gli Stati Uniti a trazione Joe Biden, incapaci di rivedere le regole commerciali a favore del Vecchio continente. «Non può funzionare se siamo gli unici al mondo che rispettano i principi dei commerci per com’erano scritti 15 anni fa, mentre i cinesi e gli americani hanno smesso di rispettarli e distribuiscono sussidi ai settori più importanti».
Macron non è mai stato così in ombra anche per due motivi interni. Uno è l’intrinseca debolezza del partito in provetta che – pur essendo costruito attorno alla sua figura come la prima Forza Italia attorno a quella di Silvio Berlusconi – non è stato capace di darsi una collocazione politica al di fuori dei capricci di Macron quando scende dal letto. Socialista per contrastare Jean Luc Melenchon, gollista quando serve a richiamare i valori nazionali, sovranista in chiave anti-Le Pen. Una melassa informe che ha cambiato nome due volte (En Marche, poi Renaissance) senza mai possedere un’identità e una struttura. Un po’ meglio di Matteo Renzi, ma non molto di più.
Il secondo motivo è politico-giudiziario: l’accusa di avere edulcorato i conti nella «repubblica della ghigliottina» è un masso gigantesco sulla sua fotografia. Due mesi fa la Corte dei Conti francese ha aperto un fascicolo e ha tuonato: «La Francia sta vivendo a credito e al di sopra dei suoi mezzi». I numeri sono terrificanti: il debito pubblico è al 110% del Pil (320 miliardi) e si avvicina al record italiano (143%). Ad appesantire la situazione è il deficit di bilancio (154 miliardi di euro nel 2023), definito «del tutto fuori controllo» da Le Figaro. In queste condizioni gli analisti ritengono che ogni intervento pubblico strutturale sia finanziariamente fuori portata: la ricostruzione delle scuole, la crisi sanitaria (ospedali in difficoltà), il finanziamento del sistema giudiziario, la lotta all’islamismo, il controllo dell’immigrazione. Davanti a tutto ciò, i suoi spin doctor lavorano perché lui si ricicli come «federatore dei valori repubblicani», insomma un collante senza partito destinato a una traversata del deserto. Come cuocere a fuoco lento per tre anni, con il rischio di portare con sé l’Europa.
Mentre i sodali italiani lo mitizzano per disperazione, monsieur le président si rende conto di non essere né il Nicolas Sarkozy che dominava il continente (facendo disastri) con Angela Merkel, né il François Hollande che si limitava a dare gli indirizzi all’Europa imponendo i commissari. Oggi Thierry Breton, l’uomo battezzato dall’Eliseo per la poltrona che conta a Bruxelles è addirittura più criticato di Ursula Von der Leyen per i suoi marcati sbandamenti verso il green ideologico e una transizione dell’automotive in salsa cinese. Mentre nei corridoi dell’Europarlamento tira aria di rivoluzione francese, Macron e i suoi compagnucci italiani giocano con i Mirage.
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