Anche Biden ha il vizietto dei dpcm. Già firmate 42 azioni esecutive
Nell’ansia di smantellare l’eredità di Donald Trump e accontentare la sinistra dem, il neopresidente americano sforna decreti a raffica, superando di gran lunga il predecessore e Barack Obama. Persino il «New York Times» lo bacchetta.

Vi ricordate quando accusavano Donald Trump di coltivare un’interpretazione troppo estesa ed autoreferenziale dei poteri presidenziali? Bene, da quando Joe Biden è entrato in carica, evidentemente la questione ha perso di interesse. Non che il neo presidente abbia commesso degli atti illeciti, per carità. Tuttavia, da questi primi giorni di governo, sembrerebbe proprio che il nuovo inquilino della Casa Bianca sposi una visione piuttosto ampia dell’autorità presidenziale. Ad appena due settimane dall’insediamento ha infatti siglato, secondo la Cnn, almeno 24 ordini esecutivi. Se oltre agli ordini contiamo anche le azioni esecutive nel loro complesso arriviamo a quota 42 provvedimenti. Un autentico record, rispetto ai presidenti degli ultimi quarant’anni.

Nelle prime due settimane di presidenza, Trump firmò 7 ordini esecutivi, Barack Obama 9, George W. Bush 2, Bill Clinton 3, George H. W. Bush 1, Ronald Reagan 2. Insomma, Biden con gli ordini esecutivi sembra veramente averci, per così dire, preso gusto: un po’ come, mutatis mutandis, il nostro Giuseppe Conte con i Dpcm. La polemica politica è già scoppiata, con i repubblicani (tra cui i senatori Ted Cruz e Marco Rubio) che sono sul piede di guerra, accusando il neo presidente di eccedere nel ricorrere a questo strumento: una posizione che, mercoledì scorso, è stata fatta propria anche dal comitato di redazione del New York Times, che ha pubblicato un editoriale significativamente intitolato «Vacci piano con le azioni esecutive, Joe». Una serie di critiche che l’entourage del presidente ha respinto al mittente, con il capo dello staff della Casa Bianca, Ron Klain, che ha twittato: «Non stiamo intraprendendo un’azione esecutiva al posto delle leggi: stiamo intraprendendo un’azione esecutiva per aggiustare ciò che Trump ha guastato nel ramo esecutivo e per mantenere gli impegni del presidente di usare il suo potere».

Va ricordato che, nell’ordinamento americano, le azioni esecutive sono strumenti a cui può ricorrere l’inquilino della Casa Bianca. Esse sono principalmente di due tipi: l’ordine esecutivo e il memorandum presidenziale. Si tratta di decreti che hanno tuttavia effetti limitati, in quanto non possono modificare o abolire le leggi (di cui si occupa il Congresso). Sono norme, tra l’altro, esposte ai ricorsi legali e che possono essere invalidate dal potere legislativo attraverso l’approvazione di una legge. La differenza sta nel fatto che, rispetto all’ordine esecutivo, il memorandum presenta una forza giuridica lievemente minore e non è necessaria la sua pubblicazione sul Federal Register. Se dunque le azioni esecutive hanno effetti abbastanza limitati, per quale ragione Biden vi sta ricorrendo in modo massiccio? C’è indubbiamente una motivazione di natura politica. L’ala più a sinistra del Partito democratico si sta facendo sentire e, laddove possibile, ha addirittura incrementato la propria capacità di pressione, dopo che l’asinello è riuscito a conquistare la (pur risicatissima) maggioranza al Senato con i ballottaggi della Georgia. È quindi chiaro che, davanti a tali pressioni, Biden si trovi costretto a dare dei segnali di forte discontinuità nei confronti del lascito politico di Trump. Non a caso, molte delle sue azioni esecutive costituiscono un’aperta rottura rispetto alla precedente amministrazione (dal rientro degli Stati Uniti nell’Oms e negli accordi di Parigi alla questione migratoria). D’altronde, lo abbiamo visto, lo stesso Klain ha giustificato l’elevato numero di decreti con la volontà di smantellare il trumpismo. Tutto ciò ovviamente nel nome del ripristino di una presunta democrazia violata.

Eppure questa linea rischia di fare acqua, per una serie di ragioni. Innanzitutto, come accennato, non è facile abbattere un’eredità presidenziale esclusivamente a colpi di azioni esecutive: un lascito come la riforma fiscale repubblicana del 2017, per esempio, potrà essere abrogato o modificato solo dal Congresso. In secondo luogo, Biden, così facendo, sta polarizzando ulteriormente lo scacchiere politico americano: proprio lui che tende ripetutamente a presentarsi come un paciere tutore dell’unità nazionale. Il contenuto dei decreti è infatti molto spostato a sinistra: un elemento che sta irritando non poco i senatori repubblicani. Quegli stessi senatori di cui Biden ha almeno in parte bisogno, se vuole che il Congresso appoggi la sua agenda programmatica (a partire dall’ambiziosa riforma dell’immigrazione da lui proposta). Ne consegue che, per accontentare le frange più a sinistra dell’asinello, il neo presidente rischia di ritrovarsi presto impantanato alla camera alta. Più che una forma di forza, siglare ordini esecutivi a raffica può dunque in realtà rivelarsi un sintomo di debolezza.

Tra l’altro attenzione: perché, con queste iniziative, Biden sta rischiando di aprire delle crepe nel suo stesso elettorato. Pur avendo vinto (ancorché di poco) il voto cattolico alle ultime elezioni, il presidente, in questi giorni, ha siglato una serie di azioni esecutive molto distanti da quel mondo: ha abolito la cosiddetta Mexico City policy (che vietava erogazioni di fondi federali ad onlus abortiste internazionali) e ha posto le basi per smantellare le restrizioni, introdotte da Trump, ai finanziamenti pubblici in favore di Planned Parenthood. Tutto ciò non farà prevedibilmente che spaccare ancor di più l’universo cattolico americano. E, del resto, i malumori espressi negli scorsi giorni da una parte della conferenza episcopale statunitense parlano chiaro. A forza di azioni esecutive, Biden rischia di disseminare di mine il percorso della sua stessa presidenza.

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