«La modernità ha creato l’uomo-monade: senza storia e chiuso solo in sé stesso»
Alain de Benoist (Getty Images)
Nel nuovo libro del grande pensatore francese, Alain de Benoist, la riflessione sul valore dell’identità. «La scuola ha rinunciato al ruolo formativo, oggi quel che conta è l’interesse privato».

«Ho cercato di descrivere il senso di questa parola, identità. È molto più difficile definirla di quanto potremmo pensare. Mi vengono in mente le parole di Sant’Agostino rispetto al tempo: quando non ci penso so bene che cosa sia il tempo, ma se comincio a riflettere sul suo significato, allora il tempo scompare. L’identità a mio avviso è un concetto simile: se ne può parlare, ma in questo contesto un po’ scompare». Alain De Benoist, alla soglia degli 80 anni, ha deciso di affrontare una sfida intellettuale da far tremare i polsi: si è misurato con il concetto più importante, discusso e sfuggente dei nostri tempi, ovvero l’identità. Il suo nuovo libro, in uscita per l’editore Giubilei Regnani, si intitola appunto La scomparsa dell’identità. Secondo il pensatore francese dobbiamo «interrogarci sulla tipologia di identità odierna, capire in che cosa differisca da quella delle società tradizionali. Nel contesto tradizionale sappiamo benissimo che cosa sia l’identità, conosciamo il nostro ruolo nella società, mentre oggi questo ruolo si è dissolto. Quindi dobbiamo ripensare l’identità, un’identità minacciata o addirittura già persa».

Quando inizia la dissoluzione dell’identità?

«La crisi identitaria è legata alla crisi della modernità e pertanto anche dell’ingresso della modernità nella società industriale. La generalizzazione dei valori economici ha contribuito alla colonizzazione dell’immaginario simbolico. C’è stata una perdita di radicamento legata all’esodo rurale, con continui spostamenti che hanno fatto sì che si nascesse in un luogo ma raramente vi si restasse per tutta la vita. Dobbiamo tenere conto di diversi fattori che si combinano e arrivare alla radice di quella che ho definito “ideologia del medesimo”».

Di che si tratta?

«C’è una certa pletora di dottrine – religiose oppure profane – secondo cui le differenze tra gli uomini possono essere considerate come trascurabili, secondarie, perché in fondo siamo tutti uguali. Il problema è che se siamo davvero tutti uguali diveniamo anche interscambiabili. In ogni caso, sappiamo bene che la realtà non è questa: non siamo uguali e interscambiabili. Quindi porre l’accento soltanto sui tratti che abbiamo in comune non parla per nulla delle specificità che ci caratterizzano. Ecco perché sono convinto che per riappropriarci dell’identità dobbiamo innanzitutto essere consci delle sue specificità, di ciò che ci differenzia dagli altri livello individuale o collettivo».

Tra i fattori che hanno contribuito, più recentemente, alla cancellazione dell’identità lei considera anche l’immigrazione di massa.

«Sì. Ha svolto un ruolo importante, però è uno dei tanti fattori».

L’Europa sembra vittima di un paradosso. Da una parte si smantellano le identità storiche: nazionali, religiose. Dall’altro si aderisce volentieri a nuove e più aggressive identità: sessuali, etniche…

«Se non ci fosse nemmeno un immigrato in Francia, in Italia e in Europa, comunque ci sarebbe un problema a livello identitario. Perché la vita moderna è intrinsecamente ostile a tutte le tematiche legate all’identità. Ecco perché ad oggi si notano certi elementi contraddittori, paradossali: da un lato abbiamo delle persone che ormai non sanno più chi sono, sono affette da una sorta di amnesia, non sanno più a quale civiltà appartengono, a quale nazione. Dall’altro ci sono delle persone che abbracciano queste nuove identità compulsive, immaginarie, ed è qui che si trovano un po’ i deliri della cancel culture, della teoria del genere. Parlavo prima della negazione delle differenze attuata dalle ideologie universaliste. Oggi siamo arrivati addirittura a negare la differenza tra gli uomini e le donne, la divisione binaria, la più intima della storia dell’umanità. È la divisione primaria: siamo uomini oppure siamo donne, invece qualcuno vuole far credere che esista una terza possibilità, per confonderci, per confondere il sesso e il genere. In realtà siamo uomini o siamo donne: possiamo operare delle scelte, avere delle preferenze sessuali variabili, però i cromosomi sono o del sesso femminile o di quello maschile».

Spesso tendiamo ad attribuire alla immigrazione di massa la responsabilità della dissoluzione della identità europea. Ma non crede che sia in primo luogo colpa nostra? Non conosciamo la nostra cultura, trascuriamo quelli che dovrebbero essere i nostri valori…

«Ha ragione nel dire che oggi non ci occupiamo più della nostra identità né della nostra storia o cultura. Tuttavia la domanda che è necessario porsi è perché le scuole, che dovrebbero svolgere un ruolo importantissimo a questo riguardo, non agiscano più come dovrebbero. Più in generale chiediamoci: perché le persone non si interessano più alla propria civiltà, alla cultura, alla storia? Perché pensano ad altro, pensano a quello che viene proiettato al cinema o in televisione, oppure agli schermi dei social network, e questo è un tratto prettamente moderno. Lo dicevo prima: la modernità non ci spinge a sentirci eredi di una cultura, bensì a comportarci da individualisti, consumatori, mossi soltanto dall’anelito di massimizzazione del profitto e del proprio interesse privato. E questi valori individualisti ed edonisti storicamente sono tratti dalla filosofia illuminista, che porta alla disaggregazione delle società tradizionali».

Come possiamo invertire la rotta o comunque trovare una visione diversa?

«A mio avviso dobbiamo sviluppare un discorso che proponga una concezione alternativa dell’uomo. Il quale non è mosso soltanto dal suo interesse in quanto singolo, ma anche dalla sua appartenenza: da quello che viene prima, da ciò che sta a monte dell’essere umano, che contribuisce alla formazione delle sue scelte. È questo che ci orienta e determina dove vogliamo andare nel futuro».

In Italia ora c’è un governo di destra che spesso si pone il problema dell’identità nazionale, insiste molto su questo punto. Come è possibile recuperare un sentimento identitario senza scadere nel grottesco o nella retorica patriottarda?

«Questo è un tema prettamente politico. Ho già menzionato il ruolo della scuola, dell’insegnamento, che è quello di stimolare l’apprendimento ma anche di farci amare la nostra nazione. I professori agiscono in questo modo? In Francia sicuramente, considerando lo stato del sistema scolastico, non sarebbe visto in modo positivo un atteggiamento del genere».

Nemmeno qui in realtà…

«Un altro punto importante riguarda la necessità di preservare le lingue, quella italiana come quella francese. Se vado in Italia, Spagna o Germania, la metà delle scritte che osservo in giro sono in inglese, o in americano, nello specifico. Beh, un governo che ha sete di identità nazionale, quindi anche culturale o linguistica, a mio avviso dovrebbe bloccare in modo sistematico l’utilizzo dell’inglese a livello di denominazioni dei marchi, nei messaggi pubblicitari e quant’altro. È una misura tra tante altre, certo. Ma importante. E poi bisogna insegnare in modo sistematico che noi siamo gli eredi di qualcosa di importante. Questo non significa che dobbiamo soltanto replicare il passato, trasformare il passato in un rifugio ideale. Dobbiamo guardare al futuro con questa prospettiva: sapere che siamo gli eredi di qualcosa di grande».

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