Lui sì che era riuscito davvero a farli «sbavare di rabbia». Ce le ricordiamo bene le articolesse fradice d’indignazione e i commenti imbevuti d’ira che – appena pochi mesi fa – era riuscito a suscitare Roberto Vannacci. Il generale-scrittore aveva fatto schiumare di furia una bella fetta della classe politica italiana e la grandissima parte dei mezzi d’informazione. Per settimane non c’era quotidiano che non pubblicasse almeno un commento feroce al giorno contro il parà, reo di aver venduto troppe copie del suo libro Il mondo al contrario. Non c’era intellettuale che non si scagliasse lancia in resta contro il «vannaccismo», non si trovava commentatore televisivo che non prendesse le distanze dai «discorsi da bar» del generale.
L’accusa che più volentieri si rivolgeva al militare era di aver disonorato la divisa esprimendo posizioni «impresentabili», «retrograde» e «fascistoidi». Il ministro Guido Crosetto non perse tempo: gli bastò un tweet per condannare senza appello un volume che manco aveva sfogliato e per chiedere la decollazione di Vannacci. I politici d’opposizione, manco a dirlo, eruttarono lava e lapilli. Tutti a dire che un servitore dello Stato non poteva permettersi certe intemerate, certe riflessioni che lambivano la politica.
Come sia andata a finire lo sappiamo. Al generale prima è stato tolto l’incarico a cui era stato assegnato, poi dopo un passaggio nel limbo nemmeno troppo breve è stato destinato ad altra funzione. Non prima che contro di lui si muovesse la macchina disciplinare. Il contenuto del suo pamphlet è stato destinato all’occhiuta analisi di una commissione che presto o tardi valuterà se comminargli qualche sanzione.
Vi chiedete perché torniamo a tirare fuori questa storia? Semplice. Il nome di Vannacci lo ha citato l’altro giorno, sempre su Repubblica, Francesco Merlo. Penso, ha scritto, che «il cinepanettone sia per il cinema quel che il generale Vannacci è per la letteratura». Tanto per essere chiari, a Merlo i film di Natale proprio non piacciono: «I rutti, le scorregge, l’esibizione dell’arrapamento, il trionfo della volgarità non sono il nostro “politicamente scorretto”, il sano rifugio nell’impertinenza, ma sono la stupidità da sbadiglio». Come potete vedere, le nostre migliori menti non hanno finito di sbavare di rabbia, e di riversare astio sul generale.
Come avrete intuito, non stiamo utilizzando a caso l’espressione «sbavare di rabbia». È la stessa usata, in un post su un social network, da Marcello Degni, magistrato della Corte dei conti. Costui, giorni fa, si è premurato di sfogare sulla Rete il suo fastidio nei confronti dell’opposizione, ritenuta troppo morbida con l’attuale esecutivo. «C’erano le condizioni per l’ostruzionismo e l’esercizio provvisorio», ha scritto. «Potevamo farli sbavare di rabbia sulla cosiddetta manovra blindata e gli abbiamo invece fatto recitare Marinetti». A questo edificante commento ne ha aggiunti altri dello stesso tenore barricadero e, come dire, lievemente sbilanciato sul versante antigovernativo.
I due casi – quello di Vannacci e quello di Degni – possono in effetti essere messi a paragone, e un paio di colleghi hanno già provveduto a farlo, benché in radioso isolamento. Il punto è questo: gli stessi media che si erano accaniti contro il generale chiedendo che fosse defenestrato con disonore si mostrano piuttosto timidi sulla vicenda del magistrato della Corte dei conti. Eppure la vicenda di Degni è decisamente più grave. Le opinioni di Vannacci si possono certamente non condividere, e a qualcuno possono risultare molto antipatiche. Ma è difficile sostenere che siano offensive. Il generale per giunta – e questo è l’aspetto più importante – non ha scritto di faccende attinenti al suo incarico, non si è esposto a favore di questa o quella parte politica: si è limitato ad autoprodursi un tomo contenente alcune riflessioni di carattere generale sull’andamento della società. E ne è scaturito un putiferio che la metà bastava.
Quanto a Degni, beh, anche tralasciando i post sul teorico dell’eversione Toni Negri, la sua condotta appare decisamente più discutibile. In virtù della carica che ricopre, egli dovrebbe essere super partes, ma si è con tutta evidenza calato nel ruolo del tifoso. Sfegatato, per di più. Anche nei suoi riguardi è stato avviato un procedimento disciplinare, ma il trattamento giornalistico a lui riservato continua a essere decisamente più vellutato (per usare un eufemismo) di quello assaporato da Vannacci. Sulle prime pagine il nome di Degni non compare. Nelle pagine interne i titolisti usano la mano leggera, da carezza. Talvolta scivolano nella coccola difensiva. Ed erano gli stessi che con Vannacci, per molto meno, andavano di mannaia: come è possibile? Probabilmente, è di nuovo una questione di gente che sbava. Se i politici talvolta possono sbavare per rabbia, ai giornalisti capita per eccessiva produzione di saliva.
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