Nel riquadro in alto a destra, la copertina di «Fahrenheit 451» di Ray Bradbury
Il romanzo fantascientifico del celebre autore americano è oggi più attuale che mai. Ecco perché il suo mondo distopico assomiglia al nostro.
Guy Montag fa il pompiere. Ma nella società immaginata da Ray Bradbury nel 1953, i pompieri non spengono gli incendi: li appiccano. Il loro compito è dare fuoco alle case di chi nasconde libri, considerati illegali dallo Stato.
Montag sembra convinto della sua missione, almeno finché non incontra Clarisse McClellan, una giovane fuori dagli schemi, capace ancora di guardare il mondo con curiosità genuina.
Quell'incontro lo cambia. Montag inizia a chiedersi cosa ci sia dentro quei libri, perché le persone rischierebbero tutto per difenderli. La risposta arriva quando assiste a una scena che non riesce a dimenticare: un'anziana donna sceglie di bruciare insieme alla propria casa piuttosto che abbandonare la sua biblioteca. Da quel momento, il mondo di Montag comincia a vacillare.
Il suo capitano, Beatty, se ne accorge, e cerca di manipolare il pompiere riportandolo sulla «retta via». Montag, in un momento di profonda crisi esistenziale, si rivolge a Faber, un vecchio professore di letteratura che lo aiuterà a opporsi e a dipanare la propria nebbia mentale. Nel frattempo Mildred, moglie del protagonista e consumatrice compulsiva dei piaceri effimeri che questo mondo distopico offre, totalmente distante dal marito, lo denuncia.
Questa è parte della trama, la parte sufficiente a comprendere che Fahrenheit 451 non è una profezia, quanto piuttosto un'analisi. Bradbury non immaginò un futuro lontano: descrisse alcune delle tendenze già presenti nella sua epoca, portandole alle estreme conseguenze. Il risultato è un ritratto del nostro presente che sorprende per lucidità e capacità predittive.
Nel romanzo, ad esempio, il capitano Beatty spiega come si è arrivati a bruciare i libri. Non per decreto governativo, non per censura esplicita. «Non è stata un'imposizione del governo», afferma. «Tecnologia, sfruttamento economico delle masse e pressione delle minoranze, ecco le vere cause». È una distinzione importante. La libertà non è stata soppressa con la forza: si è semplicemente smesso di volerla. Nel nostro mondo i libri non vengono bruciati, per il momento: non ce ne sarebbe bisogno per controllare la popolazione. Basta lasciarli marcire sugli scaffali, mentre computer, televisioni, tablet e cellulari gridano alle persone cosa devono fare, pensare, come si devono vestire. L’ignoranza e l’omologazione vengono da sé, senza bisogno di un decreto legge.
Bradbury immaginava inoltre enormi pareti-schermo nelle case, capaci di intrattenere senza sosta. La realtà ha fatto di meglio (anzi, di peggio): sono bastati i microschermi dei telefoni. Più tascabili, più personali, sempre con noi. Montag descrive così sua moglie Mildred, indifferente al marito e totalmente assorbita dal rombo assordante delle pareti e dei suoi insulsi personaggi che lei definisce miopemente «famiglia»: «A un tratto la sentii così estranea che non riuscii a credere di averla mai conosciuta».
L’autore si era figurato delle piccole conchiglie nelle orecchie, miniradio compatte che trasmettono un flusso continuo di suoni, musica, parole. Straordinario (e un po’ inquietante) il manifesto richiamo agli auricolari senza fili che quasi tutti oggi possiedono. Cambia il nome, non la funzione: isolarsi dal mondo esterno, riempire il silenzio, non stare mai soli con i propri pensieri.
Basta salire su una metropolitana per capirlo. Quante persone leggono un libro o riflettono e quante guardano il telefono? Chi legge oppure osserva con curiosità l’ambiente in cui si trova e i suoi personaggi viene quasi guardato con sospetto, come se quell'atto di interesse celasse qualcosa di più oscuro. Al tempo stesso, nelle scene più conviviali della quotidianità, come quella in cui una coppia si siede in un ristorante per condividere pranzo o cena, quelle persone sedute allo stesso tavolo non si parlano, ognuna davanti al proprio schermo, ognuna incatenata nella propria prigione digitale. È qui che il romanzo di Bradbury torna con una nitidezza scomoda ma necessaria.
Un altro tema centrale è la progressiva omologazione della cultura e della società. Beatty lo descrive con precisione: «L'uomo del XIX secolo con i suoi cavalli, cani e carretti: il moto lento. Nel XX secolo accelera la proiezione: libri più brevi, condensati, riviste tascabili e tabloid. Tutto si esaurisce nella battuta, nel finale a sorpresa. I classici ridotti a quindici minuti».
La scuola, nel romanzo, ha abbandonato filosofia, storia e lingue. L'ortografia è sacrificata. Si arriva così a «un'ignoranza quasi totale». Il risultato è un mondo in cui tutti possiedono gli stessi oggetti, guardano le stesse cose, reagiscono agli stessi stimoli. «Dobbiamo essere tutti uguali», afferma Beatty. «Non tutti nati liberi e uguali, come dice la Costituzione, ma tutti resi uguali».
I pompieri, in questo sistema, non sono carnefici. Sono custodi della pace mentale. E il fuoco serve a bruciare costantemente, in modo pratico, estetico e antibiotico, i problemi che nessuno vuole affrontare: «Bruciare sempre, bruciare tutto. Il fuoco splende e il fuoco pulisce».
Fahrenheit 451 non chiede di leggere di più, ma qualcosa di più complesso e articolato che esige una certa dose di coraggio e perseveranza. Chiede di restare sempre curiosi. Incorporare l'entusiasmo di Clarisse, che si ferma a guardare l’ambiente circostante e si pone delle domande. E la determinazione di Faber, il quale conserva l’amore per la cultura e il sapere anche quando gli potrebbe costare la vita.
D’altronde, come spiega Bradbury nelle pagine finali del romanzo, «tutti dobbiamo lasciare qualcosa, quando moriamo. Un bambino, un libro, un quadro, una casa, un muro costruito o un paio di scarpe fatte con le nostre mani. E se la gente guarderà quell'albero o il fiore che abbiamo piantato, noi saremo là».Continua a leggereRiduci
- Dal 1988 la ex Birmania è in mano alle giunte militari, erosa da una guerra tribale endemica. Ma la Cina la considera punto cardine della Belt and Road Initiative per il porto di Kyaukpyu, strategico per i commerci nel Golfo del Bengala.
- Tra il 1870 e il 1885 la Birmania fu meta di tecnici e militari italiani chiamati per infrastrutture e consulenza strategica. Fu tra i primi Paesi considerati per la colonizzazione italiana prima ancora dell'Africa. Alcuni ufficiali parteciparono alla resistenza contro l'offensiva finale britannica.
Lo speciale contiene due articoli.
Il Myanmar, noto al mondo come Birmania fino all’inizio degli anni Novanta, quando i militari dopo uno dei tanti colpi di stato le cambiarono il nome, vive da sempre in una specie di limbo intriso di riservatezza. La nazione asiatica ha avuto una storia travagliata liberandosi dal dominio britannico dopo la fine della seconda guerra mondiale. Dal 1948 quella che ancora si chiamava Birmania è stata scossa da lotte interne delle tante etnie che la compongono e che hanno sempre convissuto malvolentieri. Nel 1962 il primo colpo di stato inaugurava il periodo della Repubblica Socialista Birmana, un regime che sarebbe durato per 26 anni e caratterizzato dal monopartitismo e dal totale dominio dell’esercito.
Dal 1974 era iniziato un periodo di governo misto civile e militare, ma nel 1988 l’ala più dura delle Forze Armate aveva ripresa totalmente in mano il potere. I militari reagirono alle proteste popolari chiamate «Rivolta 8888», nata nelle università dopo l’uccisione di uno studente che manifestava. Gli studenti indissero per l'8 agosto 1988 uno sciopero generale e la scelta del giorno 8-8-'88 era un simbolico riferimento all'anno 888 dell'era birmana, corrispondente al 1527, anno in cui la confederazione degli Shan aveva riunito la nazione. Il 18 settembre l’esercito riprese il controllo della Birmania uccidendo migliaia di persone ed istaurando la più dura giunta militare della storia della nazione asiatica. Nel 1990 si tennero dopo 30 anni le prime elezioni libere e la Lega Nazionale per la Democrazia, il partito di Aung San Suu Kyi, Premio Nobel per la Pace nel 1991 e figlia dell’eroe nazionale Aung San, stravinse ottenendo una maggioranza schiacciante. La giunta militare rifiutò però di cedere il potere sciogliendo il parlamento neo-eletto ed arrestando Aung San Suu Kyi e molti dirigenti del suo partito.
Anche alla capitale Rangoon venne cambiato nome in Yangon e nel 2005 venne retrocessa a capoluogo regionale, mentre il governo si spostava a Naypyidaw, sperduto centro abitato dell’interno. Lo spostamento sembra sia stato consigliato dall’indovino personale del generale Than Shwe, leader della dittatura militare, che aveva scelto anche la data di inaugurazione ed una serie di azioni da compiere per avere fortuna. Intanto le sanzioni internazionali applicate dall’inizio degli anni 90 stavano strangolando la fragile economia birmana e nel 2010 la giunta concesse delle elezioni dopo aver cambiato la costituzione garantendo per legge all’esercito il 25% dei seggi parlamentari. Queste elezioni farsa furono boicottate dal partito di Aung San Suu Kyi e furono vinte dall'USDP (Partito dell'Unione della Solidarietà e dello Sviluppo) che candidava soltanto militari. Dal 2011 l’esercito ha concesso alcune riforme ed ha liberato la leader dell’opposizione che è riuscita a partecipare ed a vincere nelle elezioni del 2015. Per sei anni il Myanmar, fra mille difficoltà e problemi, è stato governato da un governo civile, ma nel 2021 l’ennesimo colpo di stato ha riportato un generale al vertice dello stato creando un governo provvisorio. Nel 2025 lo stesso generale Min Aung Hlaing è diventato presidente del Myanmar, svestendo la divisa dell’esercito.
Oggi il governo illegittimo di Min Aung Hlaing amministra la regione della capitale ed il sud del paese, arrivando a stento al 50& del totale del paese. il resto è in mano alla resistenza, formata da decine di milizie etniche, spesso anche in lotta fra di loro. La guerra civile è già costata diverse decine di migliaia di morti e oltre tre milioni e mezzo di sfollati interni, oltre a quasi un milione nelle nazioni confinanti. Il Myanmar è un paese complesso dove ci sono 135 gruppi etnici diversi, divisi in stati che si amministrano da soli come i Kachin, i Chin, gli Shan, i Kayah, i Kayin, i Mon e i Rakhine. Nelle zone cosiddette liberate, l’esercito continua a bombardare con forze aeree o artiglieria, aumentando il numero delle vittime civili e delle persone che fuggono, ma ormai anche la Cina, autentico mentore della giunta, chiede un cessate il fuoco. L’ex Birmania è un caposaldo del Belt and Road Initiative (BRI) di Pechino che agisce come primo investitore. Nel 2020, durante la visita di Xi Jinping, sono stati firmati 33 accordi per infrastrutture milionarie in tutto lo stato, comprese aree non più controllate dalla giunta. Tra il 1988 e il 2018, il Myanmar ha ricevuto circa 75 miliardi di dollari di investimenti diretti esteri per il 90% dalla Cina.
Con il BRI Pechino ha rafforzato il suo interesse sul Corridoio Economico Cina-Myanmar (CMEC), trasformando il porto di Kyaukpyu nel suo sbocco sull’Oceano Indiano. Per la Cina la Birmania è fondamentale per ridurre la dipendenza dallo Stretto di Malacca in Malesia, che ha alzato le tariffe di transito. Kyaukpyu è affacciato sul Golfo del Bengala e qui Pechino ha già investito 10 miliardi di dollari per il porto ed una zona economica speciale in mano cinese per 75 anni. Pechino ha fatto arrivare qui un gasdotto lungo 800 chilometri costato 1,5 miliardi di dollari, con una capacità di 12 miliardi di metri cubi all’anno determinante per lo sviluppo cinese. Il gasdotto collega Kunming, capitale della provincia dello Yunnan, nel sud-ovest della Cina, con le città birmane di Mandalay, Yangon e Kyaukpyu pompando energia nel motore della Repubblica Popolare. Senza dimenticare che Pechino sta valutando questa località come base navale per la sua flotta, una diretta minaccia alla potenza navale indiana distante poche centinaia di miglia.
Gli italiani in Birmania (1870-1885)
Per l’Italia unita da pochi anni, l’avventura coloniale non cominciò in Africa, ma in Asia. In particolare i primi passi verso l’espansione territoriale del Regno furono diretti verso la Birmania (oggi Myanmar). Ancora prima del 1860 l’idea nacque nell’entourage di Camillo Cavour, durante la carica di primo ministro del Regno di Sardegna grazie alla consulenza del futuro fondatore della Società Geografica Italiana, accademico e diplomatico durante gli ultimi anni preunitari, Cristoforo Negri. Durante gli anni dell’attività di diplomatico, Negri era venuto in stretto contatto con il missionario italiano Paolo Abbona, in Birmania dal 1839 e profondo conoscitore della cultura e della lingua del Paese asiatico. Durante la permanenza nell’allora capitale Mandalay si era guadagnato la fiducia dei dignitari di corte e dello stesso re Mindon Min, sovrano illuminato e aperto all’interscambio con l’occidente del mondo. Abbona fu testimone della strenua difesa del territorio che Mindon guidò durante l’aggressione militare britannica nella seconda guerra anglo-birmana del 1852, conclusa con l’annessione di ampi territori della Birmania meridionale da parte di Londra. Considerata l’arretratezza dell’esercito birmano nei confronti di quello britannico, il sovrano sfruttò gli ottimi rapporti con Abbona per avviare un flusso migratorio di tecnici specializzati. Questi avrebbero dovuto occuparsi della modernizzazione della Birmania sia in campo civile (opere infrastrutturali e industria) che militari, con l’introduzione di armamenti moderni e addestramento al combattimento.
Nel 1871 i contatti tra Birmania e Italia furono formalizzati durante il lungo viaggio in Oriente dal comandante della corvetta «Principessa Clotilde», Carlo Alberto Racchia. Nel trattato di amicizia Italia-Birmania siglato dall’ufficiale di Marina piemontese e dal ministro degli esteri Kinwun erano contenuti i termini della collaborazione dei tecnici italiani. La scelta di rivolgersi all’Italia, piuttosto che francesi o britannici, nasceva dal fatto che il nuovo Stato europeo non rappresentava ancora una minaccia coloniale diretta. La corte birmana vedeva negli italiani collaboratori neutrali e utili per importare conoscenze tecniche e scientifiche indispensabili alla modernizzazione. A partire dalla metà degli anni ’70 del secolo XIX furono decine gli ingegneri, i tecnici ma anche scienziati e medici che si trasferirono al servizio del governo birmano. Molti furono addetti allo sviluppo e al mantenimento dell’industria siderurgica in particolare delle armi. In Birmania fu attivo Antonio Glisenti, imprenditore bresciano delle armi, che riuscì ad aggirare l’embargo britannico importando numerosi fucili moderni per l’esercito di Mindon. Nelle infrastrutture si distinse l’ingegnere spezzino Francesco Federici che nel 1874 realizzò due ponti sul fiume Irrawaddy, mentre il genovese Giovanni Battista Comotto si occupò di riorganizzare la marina fluviale, oltre a raccogliere molte notizie sull’entomologia della Birmania. Anche la prima luce elettrica fu portata a Mandalay da un italiano, Ainsi Pedrone, che importò anche le prime cucine economiche da campo in uso al regio Esercito. Gli italiani che lavorarono in Birmania furono presenti in svariati campi dell’industria, che comprese anche l’introduzione dell’allevamento e della filatura della seta. In campo sanitario, si distinse il nobile lodigiano Luigi Barbieri di Introini, diventato medico personale di re Mindon.
Dal punto di vista della consulenza militare, in Birmania si trasferirono a partire dalla metà degli anni ’70 dell’Ottocento, diversi ufficiali delle varie specialità dell’esercito. Il Tenente Colonnello dei bersaglieri Tersilio Barberis, in congedo volontario, fu attivo nell’addestramento della fanteria, oltre ad occuparsi di interessi commerciali. Con lui negli stessi anni fu Aristide Perucca, ufficiale che fu nominato «tenascié» dell’esercito birmano durante la sua permanenza. Come lui, anche Valentino Molinari entrò nei ranghi delle forze armate. Nel 1878 re Mindon morì, lasciando il trono all’erede Thibaw Min. Il cambio di reggenza significò un peggioramento dei rapporti tra i dignitari birmani e i tecnici italiani, rallentati nella loro opera anche a causa di una burocrazia paralizzante. A complicare la situazione contribuì in parte anche un personaggio importante della comunità italiana in Birmania, l’ambasciatore a Mandalay Giovanni Andreino. Figura controversa, il diplomatico fu al centro delle polemiche per un supposto doppio gioco in favore dei francesi, che miravano a limitare l’influenza britannica nel Sudest asiatico. La presenza degli italiani e l’ostilità francese spinsero il governo britannico a completare l’opera di assoggettamento del regno di Birmania, dando il via alla terza e ultima guerra anglo-birmana, durata meno di un mese dal 7 al 29 novembre 1885. Nelle ostilità furono coinvolti anche gli ufficiali italiani Barberis, Perucca e Molinari che parteciparono alla difesa della fortificazione di Minhla, sulle rive del fiume Irrawaddy. Impossibilitati a resistere dalle soverchianti forze nemiche, si arrenderanno agli inglesi pochi giorni dopo l’inizio delle ostilità. La caduta del regno di Birmania e l’inizio della dominazione britannica metteranno la parola fine a quel primordiale tentativo italiano di radicare la presenza nel Sudest asiatico, da allora dominio quasi totale anglo-francese. La maggior parte dei tecnici italiani farà rientro in Patria, mentre alcuni tenteranno nuova fortuna in paesi come Giappone e Cina. Appena cinque anni dopo la fine della presenza italiana in Birmania, il 1°gennaio 1890, l’Italia ebbe la sua prima colonia in Africa: l’Eritrea.
Continua a leggereRiduci
Civita di Bagnoregio (iStock)
Da Castelluccio di Norcia a Civita di Bagnoregio, fino ad Apricale e Santo Stefano di Sessanio: un viaggio nei borghi che si rimettono in moto con la primavera. Il momento ideale per visitarli è adesso, tra autenticità, ritmi lenti e assenza di turismo di massa.
C’è un’Italia che non inaugura niente, eppure riapre. Non lo fa con eventi, slogan o campagne, ma con segnali minuscoli, quasi invisibili: una sedia rimessa fuori da un bar, il rumore di stoviglie in una cucina che torna a lavorare, una finestra spalancata dopo mesi. È un’Italia che non si concede subito, che non ama essere fotografata quando è vuota ma neppure quando è piena. Sta in mezzo. Ed è proprio lì che funziona meglio.
Non è ancora alta stagione, ma non è più inverno. I paesi non sono chiusi, però non sono nemmeno invasi. Le persone che incontri non sono comparse, ma parte del luogo.
È un modo diverso di viaggiare, più vicino a come i luoghi esistono davvero.

Castelluccio di Norcia (PG): prima che arrivi la perfezione
Castelluccio di Norcia è uno di quei posti che rischiano di diventare un’immagine prima ancora di essere un’esperienza. La fioritura lo ha reso iconico, ma anche fragile: basta arrivare nel momento sbagliato e ti ritrovi dentro qualcosa di già consumato, già visto, già raccontato.
Il momento giusto, invece, è questo. Prima che tutto si organizzi attorno allo spettacolo.
Il Pian Grande, adesso, non è ancora quella superficie perfetta che riempie Instagram. È più irregolare, più vero. I colori stanno arrivando, ma non sono ancora esplosi. Il vento si sente davvero, non è un dettaglio romantico. E soprattutto c’è spazio.
Castelluccio porta ancora addosso le cicatrici degli ultimi anni, e forse è proprio questo che lo rende più autentico: non nasconde nulla, non si trucca per piacere. Ti accoglie così com’è.
Qui il consiglio più sensato è non ostinarsi a dormire nel borgo. Meglio allargarsi verso Norcia: noi consigliamo Palazzo Seneca, elegante ma non finto, perfetto per dare qualità al viaggio.
Mangiare:
- Taverna Castelluccio: piatti robusti e legati al territorio. La vista sul monte Vettore? Indimenticabile.
- Ristorante Da Mamma Ida: pasta fatta in casa, carne e dolci originali come il ricottamisù. Affaccia sulla piana di Castelluccio.

Civita di Bagnoregio (VT): oltre la cartolina
Civita di Bagnoregio è stata raccontata talmente tanto da sembrare già conosciuta prima ancora di arrivarci. «La città che muore», il ponte sospeso, il biglietto d’ingresso. Tutto vero. Ma anche insufficiente.
Il rischio è viverla come un set, attraversarla in fretta, portarsi a casa due foto e andare via. Succede quasi sempre. A meno che non si cambi il periodo della visita.
Adesso, per esempio, Civita è ancora respirabile. Il ponte non è una fila continua, ma un passaggio che si può attraversare senza sentirsi trascinati. Le case non sono solo scenografia, ma strutture che reggono una vita reale, anche se fragile. E si percepisce qualcosa che nei mesi più affollati sparisce: il rapporto tra chi abita e chi arriva.
Il segreto è semplice: non trattarla come una deviazione veloce. Perché Civita chiede di rimanere anche oltre il tramonto, quando si riempie di magia.
Dormire:
- Corte della Maestà: dimora storica e atmosfera molto curata. Accessibile se lo si prenota con anticipo.
Mangiare
- C’era Una Volta… l’Hostaria: location raffinata e situata al centro del paese. Da provare: tartare di fassona con burrata e piciarelli al pistacchio e pancetta croccante.
- Il Quarticciolo: ottimo rapporto qualità-prezzo. Da provare il carpaccio di angus e il risotto tartufo e parmigiano.

Apricale (IM): il paese che non ha bisogno di piacere
Apricale non fa niente per piacere. Non si racconta, non si spiega, non si semplifica. E forse è proprio questo il suo punto di forza.
I vicoli salgono senza una logica evidente, le case si stringono l’una all’altra, la luce cambia continuamente. Non è un posto da attraversare velocemente, perché non restituisce niente se non gli si dà tempo.
La Liguria dell’immaginario comune – mare, stabilimenti, passeggiate ordinate – qui non esiste. Qui c’è l’entroterra, quello vero. Più duro, più silenzioso, meno accomodante.
Adesso Apricale è in equilibrio. Non è vuoto, ma non è nemmeno pieno. I bar riaprono, le persone tornano a sedersi fuori, le piazze si riempiono lentamente. È un movimento leggero, che non ha bisogno di essere accelerato.
Dormire:
- Da Giua’: si trova proprio in piazza. B&B molto apprezzato per l’accoglienza e le colazioni.
Mangiare
- Apricus Osteria & Bar: cucina ligure rivisitata il giusto e atmosfera intima. Sicuramente uno dei luoghi più interessanti del borgo.
- Ristorante Da Delio: più tradizionale, con piatti come ravioli al coniglio e pansarole con zabaione caldo.

Santo Stefano di Sessanio (AQ): il lusso dell’essenziale
Santo Stefano di Sessanio è uno dei pochi esempi in cui la parola «recupero» non suona finta. Qui il lavoro fatto negli anni si vede, ma non pesa. Non è un’operazione estetica: è un tentativo riuscito di riportare vita senza snaturare il luogo.
Adesso si capisce meglio che in piena estate. Perché il borgo non è schiacciato dalla presenza dei visitatori.
Le pietre, il vento, la luce netta del Gran Sasso creano un ambiente essenziale, quasi severo. Ma dentro questa essenzialità c’è una forma di equilibrio rara.
Dormire qui è parte dell’esperienza. Le strutture sono diffuse, spesso dentro edifici storici, con stanze che mantengono una certa austerità. I prezzi, fuori dai picchi, restano accessibili e permettono di vivere il borgo senza fretta.
Dormire:
- Sextantio Albergo Diffuso: il simbolo del borgo. Recupero autentico, esperienza forte ma ancora accessibile se si scelgono le camere base. Il paese è rinato anche grazie a questo progetto.
Mangiare
- La Locanda sul Lago: il menù è semplice, ma soddisfacente. Eccellenti la zuppa di lenticchie e la bistecca di scottona.
- Cantina Chiesamadre: alla base le materie prime del territorio. Da provare l’insalata di ceci e le focacce farcite, ideali anche per un aperitivo con vista.
Continua a leggereRiduci
Ansa
Dagli anni Ottanta al 2026, la crescita dei ricavi commerciali — dai circa 10 milioni di dollari investiti dai grandi sponsor di Italia ’90 fino ai 13 miliardi di dollari di budget previsti dalla FIFA per il ciclo 2023-2026 — racconta la trasformazione del torneo in una macchina economica globale.
Per capire che cosa sia davvero il Mondiale 2026 che si svolgerà tra giugno e luglio negli Stati Uniti, più che guardare ai tabelloni, alle fasce o alle città ospitanti conviene guardare ai conti e all’impressionante giro di soldi che ci gira intorno. Perché la storia economica della Coppa del Mondo è, in larga misura, la storia di come gli sponsor abbiano smesso di essere un contorno prestigioso per diventare uno dei pilastri dell’intero sistema FIFA. Oggi appare ovvio. Ma non è sempre stato così. Prima serve una premessa. Ospitare un Mondiale resta un investimento di prestigio, oltre che un’operazione economica. Per molti Paesi la Coppa del Mondo è un’occasione per rafforzare l’immagine internazionale e attrarre turismo, ma i risultati non sono sempre uguali. In Germania 2006, secondo il governo tedesco, il torneo avrebbe generato 300 milioni di euro aggiuntivi per il turismo, 2 miliardi per il commercio al dettaglio e 50 mila nuovi posti di lavoro. Negli Stati Uniti, il Mondiale del 1994 produsse invece un surplus di 60 milioni di dollari tra biglietti, sponsorizzazioni e licenze. In altri casi, però, i benefici sono stati molto più incerti: il Sudafrica, per esempio, avrebbe speso 1,48 miliardi di dollari per costruzione e ristrutturazione degli stadi senza ottenere un ritorno finanziario davvero significativo.
Rispetto agli sponsor, in ogni caso, sugli anni Cinquanta e Sessanta, in realtà, è difficile fare un calcolo esatto. Esistono dati storici sul torneo, sugli spettatori e sulla diffusione televisiva, ma non emerge con chiarezza una contabilità comparabile dei ricavi per singola edizione. È un vuoto che indica già qualcosa: a quei tempi il Mondiale era una manifestazione imporante sul piano simbolico, politico e anche diplomatico, ma non era ancora la macchina commerciale strutturata che conosciamo oggi. La sponsorizzazione moderna della Coppa del Mondo prende forma più tardi, soprattutto quando la Fifa inizia a costruire programmi globali più organizzati e più esclusivi. Coca-Cola, sul suo sito, ricorda di essere entrata nel “nuovo progetto globale di sponsorizzazione” nel 1976, uno dei segnali del passaggio verso una commercializzazione più sistematica.
La vera svolta, infatti, si vede negli anni Ottanta. Le ricostruzioni storiche sul marketing sportivo osservano che Fifa si mosse in una direzione sempre più simile a quella adottata dalle Olimpiadi di Los Angeles 1984: meno partner, più esclusività, più valore commerciale per ciascuna categoria. Non si trattava solo di vendere spazi pubblicitari, ma di creare un sistema di diritti strutturati, con sponsor capaci di finanziare in modo sempre più consistente l’evento e la federazione.
Il Mondiale di Messico 1986 mostra già una prima maturazione di questo modello. Le fonti storiche disponibili elencano 15 sponsor ufficiali del torneo, tra cui Budweiser, Canon, Coca-Cola, Fujifilm, Gillette, JVC, Philips e Seiko. E’ difficile trovare un dato esatto sugli introiti di allora, ma il numero stesso di azienda segnala che la Coppa del Mondo era già entrata in una fase di commercializzazione internazionale ben più definita rispetto ai decenni precedenti.
Con Italia ’90 il salto di scala diventa più visibile anche in termini economici. Già nel 1988 il Los Angeles Times scriveva che alcuni sponsor internazionali — fra loro Anheuser-Busch, Canon, Coca-Cola, Fuji Film, Gillette, JVC e Philips — avevano investito circa 10 milioni di dollari ciascuno, secondo le stime citate dal comitato organizzatore. Nello stesso momento risultavano concesse 27 licenze commerciali per 8,8 milioni di dollari in royalties. E il potenziale televisivo del torneo veniva stimato in una platea cumulata di 26 miliardi di contatti in 170 Paesi; per la sola finale si parlava di 1,1 miliardi di spettatori. Numeri che oggi sembrano quasi “normali” per la FIFA, ma che allora raccontavano già un evento capace di attrarre capitali globali su una scala prima impensabile.
Con USA 1994 il Mondiale entra ancora più chiaramente dentro la logica del grande business moderno. I National Archives statunitensi ricordano che dieci grandi corporation — tra cui Coca-Cola, Mastercard, General Motors e McDonald’s — si impegnarono come sponsor ufficiali del torneo. Gli organizzatori stimavano che l’evento avrebbe potuto generare fino a 4 miliardi di dollari per l’economia statunitense. The Sport Journal ricorda che il torneo generò un surplus di 60 milioni di dollari da biglietti, sponsorizzazioni e licensing agreements combinati. In altre parole, il Mondiale americano non fu soltanto un successo di pubblico: fu la prova che la Coppa del Mondo poteva diventare una piattaforma commerciale pienamente integrata in un grande mercato nazionale.
Negli anni Novanta, intanto, cresceva anche il mercato complessivo delle sponsorizzazioni sportive. Nel 1994 la spesa globale per sponsorship sportive, di intrattenimento e cause sociali avrebbe superato 2,8 miliardi di dollari. Quel dato non riguarda solo la FIFA, naturalmente, ma aiuta a capire il contesto: il Mondiale si trovava dentro un mercato che stava accelerando rapidamente, e la sua centralità come evento globale lo rendeva uno dei beneficiari naturali di quella crescita.
Il passaggio decisivo, però, arriva nel nuovo secolo, quando la sponsorizzazione smette di essere soltanto una somma di grandi contratti e diventa un’architettura globale a più livelli. Per il quadriennio 2007-2010, culminato con Sudafrica 2010, The Sport Journal, citando Ieg, parla di 1,6 miliardi di dollari di ricavi da sponsorship nei tre livelli di partnership Fifa. È il momento in cui il business commerciale della Coppa del Mondo entra pienamente nell’ordine del miliardo e consolida la propria struttura industriale.
Da lì in poi il salto è ancora più netto. Per il ciclo 2019-2022, chiuso con Qatar 2022, la FIFA ha registrato ricavi complessivi record pari a 7,568 miliardi di dollari. Di questi, 1,795 miliardi provenivano dai marketing rights, cioè dai diritti commerciali e di sponsorizzazione. La Fifa ha sottolineato che tutti i 14 slot disponibili tra FIFA Partners e FIFA World Cup Sponsors erano stati venduti, insieme a 18 Regional Supporters, risultato che ha portato a ricavi marketing definiti senza precedenti per quel ciclo. Qui non siamo più nel mondo dei dieci milioni per sponsor di Italia ’90: siamo in un sistema in cui il marketing vale quasi 1,8 miliardi in quattro anni.
Ed è a questo punto che il 2026 diventa decisivo. Per il ciclo 2023-2026, inizialmente, la FIFA aveva fissato l’obiettivo di ricavi a 11 miliardi di dollari. Poi lo ha rivisto al rialzo fino a 13 miliardi. Alla fine del 2024, quindi ben prima del torneo, dichiarava di avere già contrattualizzato il 62% del budget del quadriennio. Nello stesso 2024 la FIFA ha registrato 483 milioni di dollari di ricavi annuali, dei quali 304 milioni, cioè il 63%, derivavano dai diritti marketing. Tradotto: ancora prima che il Mondiale cominci, le sponsorizzazioni sono già la prima voce del conto economico annuale della federazione.
È su questo sfondo che va letta la lista degli sponsor del prossimo Mondiale: adidas, Coca-Cola, Visa, Hyundai-Kia, Lenovo, Qatar Airways, Aramco, più gli innesti di Bank of America, Verizon, Frito-Lay e altri partner legati alla geografia nordamericana. Non sono soltanto marchi che comprano visibilità. Sono marchi che presidiano funzioni: il pagamento, il viaggio, la connettività, il consumo domestico, la ritualità del tifo.
Ecco allora il punto. Il Mondiale 2026 non sarà soltanto il più grande di sempre sul piano sportivo, con 48 squadre e 104 partite distribuite in 16 città di tre Paesi. Sarà soprattutto il punto più alto, fin qui, di una lunga trasformazione economica che forse rischia di cambiare per sempre il mondo del calcio.
Continua a leggereRiduci






