Era il 10 settembre scorso, quando, durante il dibattito televisivo su Abc, Kamala Harris accusò Donald Trump di «ammirare i dittatori». Eppure, a conti fatti, sembrerebbe proprio che i dittatori stiano facendo il tifo per lei. L’Fbi e la direzione dell’intelligence nazionale hanno infatti diramato un comunicato congiunto secondo cui l’Iran, a cavallo tra giugno e luglio, ha hackerato la campagna di Trump, trafugandone vari documenti: documenti che gli ayatollah hanno poi inviato via email al comitato elettorale di Joe Biden e della Harris.
Il tycoon è andato all’attacco, accusando l’avversaria di collusione con Teheran. «La mia campagna ha attraversato un inferno con la bufala sulla Russia», ha tuonato, riferendosi al Russiagate. «La grande differenza è che il caso di corruzione tra l’Iran e la campagna di Kamala è reale!», ha aggiunto. «L’Iran ha inviato informazioni al presidente Biden e alla vicepresidente Harris hackerando la campagna di Trump. Cosa hanno fatto con lo spionaggio iraniano? Hanno contattato le forze dell’ordine? L’amministrazione Biden-Harris è in combutta con l’Iran?», ha rincarato la dose il presidente della commissione intelligence della Camera, il repubblicano Mike Turner.
Ora, va detto che, secondo la nota dell’Fbi, non ci sono al momento prove che i destinatari di queste email «abbiano risposto». Inoltre, il team della Harris, pur condannando l’interferenza iraniana, ha detto di «non essere a conoscenza di alcun materiale inviato direttamente alla campagna», aggiungendo di aver collaborato con le autorità competenti quando è venuto a conoscenza dell’invio di queste email. Non solo. Sollecitata da Trump, la Harris ha fatto sapere di «non aver usato i materiali» incriminati. Per carità, sarà tutto vero. Però lascia onestamente perplessi che la campagna di un presidente e di una vicepresidente in carica degli Stati Uniti non abbia gli strumenti per accorgersi di ricevere materiali del genere.
Non è difficile immaginare che, se la circostanza si fosse verificata a parti invertite, sarebbe scoppiato, tra l’altro giustamente, un putiferio. Mettiamo caso che un hacker russo, dopo aver trafugato documenti della campagna della Harris, li avesse inviati direttamente a quella di Trump. E mettiamo caso che Trump avesse detto di non essersene accorto e di non averne fatto uso. Ci chiediamo: la grande stampa americana si sarebbe limitata a riportare sottotono la notizia, senza interrogarsi oltre, come sta facendo oggi con il caso riguardante Biden e la Harris? Probabilmente no. Certo, nel 2016 furono diffusi documenti interni del Comitato nazionale del Partito democratico, che imbarazzarono Hillary Clinton in piena campagna elettorale. Tuttavia, in quell’occasione, gli hacker russi consegnarono i materiali a Wikileaks, che poi li divulgò, e non alla campagna di Trump. Inoltre, il rapporto investigativo del procuratore speciale Robert Mueller, pubblicato nel 2019, dichiarò di non aver rinvenuto prove di un coordinamento tra il team di Trump e il Cremlino.
Infine, anche qualora la campagna presidenziale dem non si fosse accorta veramente di nulla, è chiaro come l’Iran stia facendo di tutto per danneggiare la candidatura del tycoon. Una circostanza che non stupisce affatto. Appena insediatasi nel 2021, l’amministrazione Biden-Harris ha abrogato la politica della «massima pressione» su Teheran che era stata adottata da Trump. Inoltre, l’attuale Casa Bianca tolse gli Huthi dalla lista delle organizzazioni terroristiche, approvò deroghe alle sanzioni contro gli ayatollah e avviò dei colloqui indiretti per ripristinare il controverso accordo sul nucleare (Jcpoa), da cui Trump si era ritirato nel 2018. Guarda caso, pare che, da presidente, la Harris avrebbe intenzione di nominare come consigliere per la sicurezza nazionale quel Phil Gordon, che, nel 2015, fu tra i negoziatori del Jcpoa. Più in generale, l’appeasement di Biden e della Harris verso Teheran ha isolato Israele, spinto l’Arabia Saudita tra le braccia dei sino-russi e ringalluzzito il pericoloso network terroristico iraniano (che va da Hamas a Hezbollah). E attenzione: questa politica di Biden e della Harris ha rappresentato un enorme favore al Cremlino. Oltre a desiderare il rilancio dell’accordo sul nucleare iraniano, Mosca continua infatti a ricevere droni e missili da Teheran. Ecco perché, al di là del suo endorsement sarcastico alla Harris, non è affatto improbabile che Vladimir Putin si auguri una sua vittoria a novembre. Questo nuovo Irangate (da non confondersi con quello degli anni Ottanta), insomma, imbarazza profondamente i democratici, perché dimostra, al di là delle narrazioni mediatiche, che i dittatori nel mondo prosperano, quando sono loro a essere al potere.
In tutto questo, anziché fornire un po’ più di trasparenza, la Harris sembra maggiormente impegnata a non allarmare troppo i fautori del Secondo emendamento: è andata infatti a farsi intervistare nel salotto di Oprah Winfrey, dove, parlando del suo possesso di un’arma da fuoco tra una risata e l’altra, ha detto: «Se qualcuno entra in casa mia, gli sparo». «Probabilmente non avrei dovuto dirlo. Ma il mio staff se ne occuperà più tardi», ha aggiunto, ridendo a crepapelle. La vicepresidente non è del resto nuova alle risate nervose. A giugno 2021, quando la Nbc la mise sotto torchio chiedendole perché si ostinava a non visitare la frontiera meridionale, la Harris si arrampicò sugli specchi, mettendosi a ridere. Non esattamente una prova di leadership salda. E questo per lei può rivelarsi un problema. Perché le elezioni di novembre si giocheranno anche sulla leadership dei candidati: si tratta di una questione che ha, tra l’altro, una rilevanza internazionale. Gli Usa hanno urgente bisogno di ripristinare la deterrenza nei confronti di Iran, Russia e Cina. Non siamo sicuri che una persona che si mette a ridere ogni volta che finisce sotto pressione sia esattamente il profilo adatto per conseguire questo obiettivo. Ecco perché non c’è da stupirsi che gli ayatollah facciano il tifo per la candidata dem.
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