Soldati paramilitari indiani presidiano la città di Pahalgam nel distretto di Anantnag, il 23 aprile 2025, il giorno dopo l'attacco terroristico che ha provocato 26 morti (Ansa)
Il 22 aprile, mentre ricorre l’anniversario dell’attacco di Pahalgam, il mondo appare molto diverso da quello di un anno fa. Il massacro di 26 civili indù in Kashmir, compiuto dal Resistance Front, emanazione di Lashkar e Toiba, gruppo jihadista con base in Pakistan, non è rimasto una tragedia locale.
Ha innescato una reazione a catena culminata nella risposta militare indiana con l’Operazione Sindoor, in una pericolosa escalation tra due potenze nucleari e, soprattutto, in una ridefinizione del modo in cui gli Stati rispondono al terrorismo in un ordine internazionale sempre più frammentato.
A distanza di dodici mesi, Islamabad tenta di riscrivere il proprio ruolo. Non più attore del conflitto, ma presunto mediatore di pace in un teatro completamente diverso. Il Pakistan si è proposto come perno nei tentativi di dialogo tra Iran, Stati Uniti e, indirettamente, Israele, ospitando colloqui, facilitando contatti e costruendo un’immagine di rilevanza diplomatica, pur avendo a lungo qualificato il terrorismo islamista contro Israele come «resistenza».
A prima vista, la trasformazione sembra quasi paradossale. Uno Stato segnato da instabilità interna e tensioni croniche nel proprio vicinato che ambisce a stabilizzare uno dei conflitti più esplosivi del Medio Oriente. Un Paese che ha favorito l’ascesa dei talebani, che ha dato rifugio a Osama bin Laden mentre collaborava formalmente con la guerra americana al terrorismo, ora pretende di presentarsi come attore di pace in un conflitto che Teheran stessa definisce una guerra religiosa. Il tutto mentre il capo dell’esercito, Asim Munir, insiste sulla dimensione islamica del potere pakistano, promuove l’immagine di una potenza nucleare islamica e lavora alla costruzione di un asse sunnita con Arabia Saudita, Turchia ed Egitto.
Guardando più da vicino, la contraddizione non è solo evidente. È insanabile. L’attacco di Pahalgam resta il punto di riferimento. Militanti legati a reti radicate nell’ecosistema di sicurezza pakistano hanno compiuto uno degli attacchi più gravi contro civili in India negli ultimi anni, provocando non solo indignazione ma una risposta strategica netta. L’Operazione Sindoor non è stata una semplice rappresaglia. Ha segnato un cambio dottrinale, indicando che il terrorismo transfrontaliero avrebbe comportato conseguenze militari dirette e calibrate.Quel momento ha alterato l’equilibrio regionale e ha mostrato i limiti della negazione plausibile. Che si tratti di sostegno diretto, tolleranza o incapacità di smantellare reti consolidate, il legame del Pakistan con attori militanti resta una costante della sua postura strategica.È in questo quadro che va letta l’attuale ambizione diplomatica. Il tentativo di mediazione nella crisi iraniana non è irrilevante. Islamabad ha ospitato incontri ad alto livello, facilitato comunicazioni tra avversari e cercato di sostenere un fragile processo di de-escalation. Il capo dell’esercito si è ritagliato un ruolo centrale, muovendosi tra Washington, Teheran e le capitali regionali. Ma i risultati contano più delle intenzioni.
I negoziati si sono arenati. Le divergenze di fondo restano intatte. Stati Uniti e Iran continuano a scontrarsi su dossier essenziali, dal nucleare alla sicurezza regionale. Le tregue, quando arrivano, sono precarie, condizionate, reversibili. Il Pakistan può convocare. Non può imporre. Non può convincere. La diplomazia non si fonda solo sull’accesso. Si fonda sulla credibilità. Un mediatore deve essere percepito come neutrale o quantomeno coerente. Il Pakistan non è né l’uno né l’altro. La sua politica estera procede su binari paralleli. In Medio Oriente invoca moderazione e dialogo, perché una guerra più ampia minaccerebbe direttamente la sua sicurezza e la sua economia. In Asia meridionale, invece, la persistenza del terrorismo transfrontaliero continua a funzionare come leva strategica. Questa ambivalenza non sfugge agli interlocutori. Per l’Iran è un vicino necessario ma ambiguo. Per gli Stati Uniti un partner utile ma inaffidabile. Per Israele un attore apertamente ostile. La stessa retorica di Islamabad rende difficile sostenere qualsiasi pretesa di neutralità.Il risultato è una mediazione che esiste nei fatti ma non nella sostanza. Accesso senza fiducia. L’anniversario di Pahalgam rende questa contraddizione ancora più evidente. Ricorda che il principale teatro di instabilità del Pakistan resta il suo immediato vicinato e che il divario tra ambizione globale e comportamento regionale continua ad allargarsi. La lezione è più ampia e riguarda la natura del sistema internazionale.
L’Operazione Sindoor ha segnalato una crescente disponibilità degli Stati a rispondere direttamente alle minacce asimmetriche. La crisi iraniana dimostra quanto i conflitti siano ormai interconnessi, con effetti che vanno dall’energia alla sicurezza marittima. In questo contesto, la mediazione diventa al tempo stesso più necessaria e più difficile. La credibilità non è compartimentabile. Uno Stato percepito come fattore di instabilità in un teatro non può rivendicare autorevolezza in un altro. Il costo reputazionale si accumula e si trasferisce. Il tentativo del Pakistan di proporsi come arbitro tra Iran, Stati Uniti e Israele non è solo un’iniziativa diplomatica. È una prova di maturità strategica. Finora, è una prova fallita. A un anno da Pahalgam, questa non è una valutazione polemica. È una constatazione strutturale.
Continua a leggereRiduci
Vincent Bolloré (Ansa)
Il magnate si muove in vista delle elezioni del 2027. L’obiettivo: promuovere un’agenda conservatrice su natalità, confini e conti. Una figura così servirebbe anche in Italia.
L’industriale francese Vincent Bolloré, patron di grandi gruppi come Canal+, Universal Music Group o ancora Vivendi, è finito sulla graticola mainstream d’Oltralpe per aver fondato un think tank di destra e «troppo» cristiano. Il suo nome: «Institut de l’Espérance». Tradotto in italiano: Istituto della Speranza.
Secondo Bloomberg News, che ha dato la notizia, alla creatura del magnate francese parteciperebbero anche altri grandi imprenditori transalpini. L’obiettivo: definire un’agenda di destra da sottoporre ai futuri candidati alle elezioni presidenziali del 2027. Tra i patron impegnati nel think tank figurerebbe anche Stanislas de Bentzmann, cofondatore e amministratore delegato di Devoteam, un gruppo specializzato nel settore tecnologico. Nel board ci sarebbero pure Jean-Christophe Thiery, numero uno delle edizioni Louis Hachette; Philippe Royer, già dirigente nelle reti tv di Bolloré, e la produttrice tv Chantal Barry.
Bloomberg cita fonti «vicine all’organizzazione» e rivela di aver consultato «una copia del manifesto, datata questo mese». Da essa avrebbe appreso che, nell’ultimo anno, l’Institut de l’Espérance avrebbe riunito i propri membri regolarmente. Le 36 pagine del manifesto conterrebbero un centinaio di idee di stampo conservatore. Ad esempio, il think tank non si accontenterebbe di limitare l’immigrazione ma punterebbe, tra l’altro, a contribuire all’aumento dei salari per i francesi. Un’altra proposta prevederebbe di destinare una quota delle case popolari esclusivamente ai cittadini transalpini. Altro tema trattato: la ridurre la spesa pubblica (fino al 49% rispetto all’attuale 57% del Pil).
L’Institut de l’Espérance proporrebbe anche di modificare le norme che fanno da corollario alla «libertà» di abortire, inserita nella Costituzione transalpina due anni fa, con il fortissimo appoggio del presidente francese Emmanuel Macron. Se questa proposta si concretizzasse, verrebbero abolite le leggi che puniscono severamente gli inviti a riflettere, rivolti da associazioni pro life, a chi vuole abortire. Da notare che, in Francia, l’aborto chirurgico può essere praticato gratuitamente e fino alla sedicesima settimana di gravidanza. Ebbene, al di là delle Alpi chi osa anche semplicemente proporre a delle future madri - magari in grande difficoltà e sole, quindi comprensibilmente angosciate per il futuro - di riflettere sulle opzioni alternative all’aborto, rischia due anni di carcere e una multa da 30.000 euro.
«Grazie» a questa smania abortista, nel 2024, in Francia, sono state soppresse esattamente 251.270 vite umane in grembo. Quasi l’equivalente degli abitanti di Verona o di Messina. Si tratta di un macabro «record» misurato dalla Direzione francese della ricerca, studi e valutazione delle statistiche (Drees). Invece, secondo l’Istat transalpino, nel 2025 è stato registrato il minor numero di nascite dalla seconda Guerra mondiale: 645.000. A forza di aborti e scarsa natalità, la Francia è costretta a fare i conti con gli effetti concreti della denatalità. Proprio in questi giorni il ministro dell’educazione, Édouard Geffray, ha rivelato che, entro il 2035, il sistema scolastico transalpino avrà 1,7 milioni di studenti in meno.
Nonostante il calo delle nascite e le sue ripercussioni sulla società, al di là delle Alpi non ci si deve azzardare a mettere in dubbio la supposta «bontà» dell’interruzione di gravidanza e l’utilità dell’immigrazione senza limiti. E così, se un think tank come quello di Vincent Bolloré avanza proposte anche per evitare problemi futuri, viene randellato, tra l’altro. anche da chi condivide la fede cristiana. Già, perché tra i cattolici francesi non sono pochi quelli che non sopportano Vincent Bolloré e i suoi canali tv, uno dei quali, C8, è stato addirittura chiuso dalle autorità francesi. Basta leggere un titolo del settembre scorso apparso sul sito di Libération, dedicato alla nascita di Le Cri, un periodico dei cattolici di sinistra, «per fare concorrenza alla stampa di Vincent Bolloré e Pierre-Edouard Stérin», un altro big cattolico dell’imprenditoria francese. A quelli che in Italia chiameremmo cattocomunisti non piace nemmeno il canale Cnews, sempre di Bolloré. Qui è intervenuto per anni Eric Zemmour, poi candidatosi alle presidenziali del 2022, dove è stato eliminato al primo turno. Va ricordato che la scorsa estate aveva fatto notizia un video pubblicato dalla testata conservatrice L’incorrect, nel quale si vedevano degli esponenti socialisti parlare in un bar, con due giornalisti di punta della radio pubblica France Inter, di come avrebbero contribuito alla sconfitta di Rachida Dati alle municipali. Sconfitta che è arrivata lo scorso marzo.
Chi grida al lupo, temendo di essere mangiato dall’Institut de l’Espérance, forse cerca solo di fabbricare un nemico perfetto per l’opinione pubblica. Preoccuparsi per la crescita e la sicurezza di un Paese non è solo una questione politica ma anche, e soprattutto, il futuro. Forse anche in Italia sarebbe utile avere un Vincent Bolloré.
Continua a leggereRiduci
L’andamento del turismo italiano in questa prima parte del 2026 è positivo e incoraggiante.
Nel primo trimestre, secondo la fonte amministrativa Alloggiati Web, gli arrivi turistici risultano in aumento del 5,5%, mentre le presenze registrano un incremento del 6,8%. I dati emergono dalle rilevazioni dell’ufficio di statistica del Ministero del Turismo.
Papa Francesco (Ansa)
A un anno dalla morte, i giornali mainstream affollano le pagine di aneddoti agiografici e prese di posizione che ritraggono il presunto Bergoglio «rivoluzionario». Di quello pro vita e anti gender invece nessuna traccia.
Da giorni, a un anno dalla sua morte, 21 aprile 2025, assistiamo alle rievocazioni della figura di papa Francesco. Rievocazioni monocordi e poderose al punto da oscurare, per spazio ed enfasi, il contemporaneo viaggio che Leone XIV, il quale ieri l’ha ricordato a sua volta, sta compiendo in Africa. Si tratta perlopiù di ricostruzioni orientate che stupiscono solo in parte, considerato il carattere divisivo del magistero bergogliano e il dibattito in atto sulla vera eredità del «vescovo di Roma venuto quasi dalla fine del mondo».
Testi inediti, interventi, vignette e interviste in cui persone che gli sono state vicine, segretari, cardinali di curia e non, storici della Chiesa e vaticanisti si esprimono con larghezza. Una piccola star di queste commemorazioni è l’infermiere personale di Francesco, Massimiliano Strappetti, l’uomo che l’ha assistito quando fu costretto in carrozzella, assurto a piccola fama per aver confidato al Santo Padre di essere divorziato. «E qual è il problema?», gli disse, informandosi se gli facessero fare la comunione, altrimenti «ci vado a parlare io», aveva ipotizzato. Giusto, per un Papa aperto, moderno e preoccupato della vita sacramentale dei fedeli, come rivela questo retroscena. È la scena, piuttosto, la ribalta consegnataci da questa narrativa, a lasciare perplessi.
Innanzitutto, è curioso che siano testate e televisioni di intonazione laica, se non laicista, a esporsi in prima linea. Ma pure questa, a ben guardare, non è una novità. Già durante il pontificato erano i commentatori non credenti a voler spiegare ai cattolici chi fosse Francesco. Uno su tutti, Eugenio Scalfari, il fondatore di Repubblica, protagonista di un esibito rapporto privilegiato con il successore di Pietro. «Era il Papa degli atei», ha sintetizzato Javier Cercas, l’autore di Il folle di Dio alla fine del mondo (Guanda), intervistato da Ezio Mauro nel documentario Francesco. Cronache di un papato, andato in onda su La7. È davvero così. E con un briciolo di disincanto si può cogliere che l’assenza di conversioni significative tra gli esegeti non credenti di Bergoglio va a braccetto con l’accesa difesa di Leone XIV contro Donald Trump di tanti chierichetti gauchiste dell’ultim’ora. Proprio una vignetta su Repubblica di ieri esemplifica l’idea: un Francesco con bandiera bianca come la sua veste incoraggia: «Daje Leone».
In seconda battuta, è l’interpretazione del magistero bergogliano di queste celebrazioni a destare imbarazzo. Il Papa pauperista, ambientalista, egualitarista. Il Papa che ha rovesciato la prospettiva arrivando dal Sud del mondo, «il gesuita sudamericano» (Mauro). Che mette le periferie al centro e riparte dai poveri. Il Papa che rivoluziona lo stile, riscrivendo forme e abitudini: modifica l’abbigliamento, indossa una croce di metallo, abbandona l’appartamento pontificio nel Palazzo apostolico, sceglie un’auto più modesta… Il Papa che indossa un poncho argentino sulla carrozzella sospinta dall’infermiere per visitare le tombe dei predecessori. Un Papa «in cui c’è del genio, quasi un personaggio letterario» (Antonio Spadaro). Il Papa «del pulpito e il Papa del trono» (Alberto Melloni, storico) che vuole riformare la curia, «la sua bestia nera» (Andrea Riccardi). Ma il piano rimarrà incompiuto. Dal punto di vista dottrinale, invece, è uno che amava «sfidare il potere», secondo Yoannis Lahzi Gaid, il segretario personale, al quale fa eco Avvenire: «Francesco e le beatitudini come profezia contro i potentati». Almeno La Stampa titola «Il nostro Francesco», ammettendo implicitamente la visione parziale. Non a caso, nessuno cita la sua battaglia contro l’aborto, definito come un omicidio per il quale «si affitta un sicario». O l’ideologia gender stigmatizzata come «un passo indietro» e come «il pericolo più brutto di oggi». Si intervistano prelati, giornalisti, intellettuali: tutti unanimemente entusiasti. Confermando così la felice definizione di qualche anno fa del grande filosofo Alain Finkielkraut: «È il sommo pontefice dell’ideologia giornalistica mondiale».
Per Mauro «la guerra è stata la sua ossessione e la predicazione contro la guerra l’eredità lasciata a papa Leone che ha deciso di camminare su quella strada». Bergoglio è il Papa della pace, dei migranti e della riparazione del pianeta, in perfetta armonia con l’agenda di Barack Obama, come ha osservato l’ex direttore (dissonante) di Repubblica Maurizio Molinari. Detto in altre parole, è il leader della globalizzazione e del mondialismo dell’Onu che nel frattempo inizia il suo declino.
In altre commemorazioni si sottolinea l’impegno degli ultimi anni per la «Chiesa sinodale» (cardinal Óscar Rodríguez Maradiaga). Qualcosa che risulta tuttora sfuggente e teorico allo stesso tempo. A Mauro che gli chiede se Francesco sia stato un riformatore o un rivoluzionario, il cardinal Matteo Zuppi dice che, avendo lasciato diverse riforme da completare, è stato soprattutto un rivoluzionario. Sarà. Ma, a proposito di Chiesa sinodale e dello stato generale del popolo di Dio, balzano agli occhi più le realtà indebolite rispetto a quelle costruite e potenziate. Un esempio su tutti sono i movimenti, da Comunione e liberazione ai Focolari all’Opus dei, oggetto di pesanti interventi e massicce revisioni. Disconoscendo il fatto che, pur se bisognosi di correzioni, essendo nati nelle scuole, nelle università e nei posti di lavoro, sono una modalità molto contemporanea di presenza della Chiesa nel mondo.
Ma di questo, nelle tante elegie di questi giorni, non c’è alcuna traccia.
Continua a leggereRiduci






