«Vorrei chiuderla ’sta partita perché… hai capito… ma a che punto siamo? Abbiamo finito quasi, no?». Roberto Speranza, il capo di Articolo 1 che ora vuole iscriversi al Pd, in quel momento era il ministro della Salute. Il suo interlocutore è Francesco Piro, ingegnere e imprenditore oltre che vulcanico consigliere regionale forzista in Basilicata, che nella sua biografia si definisce «un uomo al servizio della collettività». Ma anche al servizio dei ministri, a quanto pare. Visto che, ritengono i magistrati, in quel momento (30 maggio 2020) starebbe ristrutturando, tramite un’impresa di costruzioni che controllava, l’appartamento romano del ministro Speranza. Il grande sogno di Piro era quello di vedere finalmente in piedi l’ospedale unico di Lagonegro, un’opera faraonica che doveva nascere nel suo territorio d’influenza elettorale. Nell’ottobre 2022 finisce in manette per corruzione e tentata concussione su richiesta del pm antimafia di Potenza Vincenzo Montemurro. La misura cautelare però si sbriciola nel giro di un paio di settimane e Piro, difeso dal presidente della Camera penale di Basilicata, Sergio Lapenna, passa prima ai domiciliari e poi torna sul suo scranno in consiglio regionale. Il particolare della ristrutturazione dell’appartamento del ministro era già emerso nell’ordinanza di custodia cautelare. Ma tutto ciò che ruota attorno a quella vicenda, ricostruito in una informativa dei carabinieri che la Verità ha potuto consultare, è inedito. Come le interlocuzioni dirette tra il consigliere regionale e il ministro. Ed emerge che Piro, oltre all’ospedale, ha anche un altro tarlo. Vorrebbe impallinare il procuratore della Repubblica di Lagonegro Gianfranco Donadio, le cui attenzioni probabilmente lo preoccupavano, sollecitando un’ispezione di via Arenula. E mentre si sfoga con un amico fa un riferimento alla casa del ministro che deve aver fatto drizzare le antenne ai carabinieri, che riportano in grassetto queste parole: «Io mi sono messo a disposizione, ci ho rimesso 30.000 euro, quindi mo’ mi serve una mano a me e me la dai […] chiamati a Bonafede e manda l’ispezione». I carabinieri del Nucleo investigativo di Potenza ricostruiscono così il contesto di quella chiacchierata: «Piro invocava l’intercessione del ministro Speranza affinché, con l’intervento dell’allora Guardasigilli Alfonso Bonafede, potesse inviare un team ispettivo nei confronti del procuratore Donadio, insinuato dal consigliere regionale di vessazioni nei suoi confronti». E i 30.000 euro che Piro vantava di aver messo sul piatto per la ristrutturazione li considerava «una sorta di credito», scrivono i carabinieri, valutato come sufficiente per «chiedere l’ingerenza di Speranza verso il ministro della Giustizia». Tra i due, sottolineano i carabinieri, «intercorre confidenza». E nel corso di alcune conversazioni sulla «finalizzazione dei fondi destinati alla realizzazione del nuovo ospedale», scrivono gli investigatori, «emerge» la storia della ristrutturazione della casa romana di Speranza. Il 28 maggio 2020 l’Italia è in piena emergenza pandemica. Piro chiama il ministro ed esordisce: «Non siamo più amici». Speranza risponde secco: «Siamo sempre amici» e si ripromette di chiamarlo in serata. Piro gli chiede: «Hai risolto il Covid lì?». Speranza risponde: «Ma tu non sai che… che periodo ho passato… tu… non puoi immaginare neanche lontanamente […] da qui a stasera ti chiamo». Passa un giorno e il ministro latita. Piro gli fa uno squillo sul cellulare per ricordargli l’appuntamento disatteso. E il ministro chiama. Dopo i convenevoli Piro gli chiede se ha mai avuto problemi con qualche condomino che probabilmente crea grane per i lavori di ristrutturazione. Speranza spiega: «No, non mi risulta niente, poi io non me ne sono proprio occupato in assoluto… mo devo parlare bene con mia moglie, ma vorrei chiuderla ’sta partita… ma a che punto siamo là? Abbiamo finito quasi no?». Piro spiega: «Sì sì sì… mancano due dettagli insomma… ma…».
Speranza: «Così chiudiamo tutto, mettiamo tutto a posto». Piro lo rassicura: «Sì va be’! No, ma quello non è un problema, cioè no, figurati, quello è l’ultimo dei problemi, l’importante è che voglio dire è che è contenta…». Il riferimento è alla moglie di Speranza, che replica: «No, lei era molto contenta di come sta venendo». L’appartamento piace all’imprenditore: «Ho visto le foto… una cosa veramente di gran gusto, l’architetto è veramente una persona molto professionale… poi sai le donne sono sempre più rispetto agli uomini…». Speranza lo interrompe: «Più tignose! Più tignose». Piro invece aveva un concetto opposto in mente: «…quando ci sono le donne per mezzo il prodotto finale è sempre migliore». Al di là dello scivolone di genere, il rapporto con Speranza, però, doveva essere noto anche a Potenza, città d’origine del ministro. Tanto che un imprenditore del settore della sanità il 23 ottobre 2020 in una telefonata intercettata chiede a Piro: «Hai parlato con Speranza?». Lui risponde: «Mo mi ci vedo, sto andando a casa sua». L’imprenditore gli spiega di aver mandato un messaggio la notte precedente: «Metti le cazzo di parafarmacie… hanno messo solo le farmacie». E probabilmente si riferiva ai decreti che contenevano le attività che potevano restare aperte durante i lockdown, visto che il giorno seguente, il 24 ottobre, il governo firmò uno dei Dpcm. Ma Piro non faceva mistero del rapporto col ministro neppure con chi non ne era a conoscenza. In un’altra conversazione (19 dicembre 2020), infatti, dice all’ennesimo interlocutore: «Sono molto amico di Roberto Speranza, gli sto ristrutturando la casa a Roma». E aggiunge: «Lo sanno tutti, tengo un rapporto molto personale».
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