- Un salasso mascherato: ecco cosa c’è dietro i proclami di chi inneggia alle produzioni sostenibili. Le ecoideologie che vanno per la maggiore, e di cui la sinistra si vanta di avere l’esclusiva, vogliono colpevolizzare l’Occidente penalizzando gli imprenditori. E i poveri contribuenti.
- Tasse, sprechi, agevolazioni. Ogni bolletta si prende 73 euro per le «rinnovabili». Il prelievo complessivo vale oltre 11 miliardi, che servono a coprire i costi maggiorati dell’energia «pulita». I sussidi dati dall’Italia sono più del triplo della media europea.
- «Pd e M5s ecologisti a spese dei cittadini». L’ex viceministro leghista al Mef Massimo Garavaglia: «Ecotassa e no alle trivelle favoriscono i gruppi industriali stranieri».
Lo speciale comprende tre articoli.
C’è qualcosa di pericoloso e ideologico nella crociata green che, con qualche ritardo, giunge anche in Italia, come La Verità spiega in dettaglio in queste pagine. Altrove, il rischio si è già concretizzato a livello di proposta politica ed elettorale, con i dem americani prigionieri degli ecodeliri di Alexandria Ocasio-Cortez, e una riaffermazione, in giro per l’Europa, di liste verdi. Desiderose, queste ultime, di trovare un equilibrio difficile e quasi acrobatico tra radicalismo ideologico (per soddisfare l’ala estrema) e propensione governista (per erodere spazi ai socialdemocratici e ai socialisti che ovunque arretrano).
Qui in Italia c’è ancora margine per evitare derive di questo tipo, anche perché le esperienze politiche e parlamentari dei verdi italiani sono state catastrofiche, ma il rischio non va sottovalutato. I pericoli, anche in termini teorici, sono quattro, l’uno più letale dell’altro: un approccio anti industria e anti impresa, un atteggiamento fiscalmente punitivo verso i contribuenti, una fiducia insensata nelle virtù delle tasse e della regolamentazione, e una generale colpevolizzazione ideologica dell’Occidente.
Procediamo con ordine. L’approccio anti industria non tiene conto del fatto che i nostri campioni nel campo dell’energia e della chimica siano già tra i più avanzati al mondo in termini di attenzione ecologica: e davvero non si avverte il bisogno di processi sommari nei loro confronti. Gli unici a festeggiare sarebbero i competitor internazionali, a partire dai giganti francesi e tedeschi. Meno che mai avrebbe senso un generale pregiudizio anti impresa: aumentare il carico fiscale o gli oneri avrebbe un solo effetto concreto, e cioè quello di colpire alle gambe la competitività delle nostre imprese rispetto ai concorrenti stranieri, già ampiamente avvantaggiati sul terreno del fisco e delle infrastrutture.
L’approccio anti contribuenti è ancora più subdolo. Nella teoria: perché punta a colpevolizzare il consumo, la modernità, la fruizione di beni e servizi, quasi inseguendo un impossibile mito del ritorno al passato. Che cos’è l’assurdità di un mondo a «rifiuti zero», se non un surreale vagheggiamento della preistoria? Approccio subdolo anche nella pratica: perché le proposte della sinistra – in tutto il mondo, e quindi anche da noi – si tradurrebbero in una pressoché certa e immediata impennata dei prezzi alla pompa di benzina e in un clamoroso rialzo delle bollette.
La terza osservazione ha a che fare con una filosofia normativa che anche nell’Ue della centralizzazione e dell’omologazione sta purtroppo trionfando. Quella per cui, in materia ambientale (si pensi al campo delle emissioni nocive) non sia possibile confidare nel mercato (quando invece potrebbe crearsi un immenso e virtuoso mercato in quest’ambito), e che, al contrario, tutto debba essere risolto o per via di penalizzazione fiscale – più tasse – o per via di irrigidimento della regolazione, con pacchetti normativi di centinaia di pagine, spesso contraddittori e incomprensibili. Si può sfidare chiunque, anche i più esperti conoscitori della materia, a destreggiarsi tra centinaia di regole nazionali ed europee.
Alla fine, il sistema è ingessato, non funziona: non produce buoni risultati né dal punto di vista economico né da quello della protezione ambientale. Non c’è da stupirsi se (Brexit ne è solo l’esempio più evidente) sempre più Paesi vogliano sottrarsi a questa tenaglia normativa e regolatoria, mantenendosi più flessibili, più liberi di adattare le scelte normative a un mondo in evoluzione. Nemmeno il legislatore più fantasioso, nemmeno il governante più illuminato, in tempi di mutamenti ultraveloci, può sapere che cosa accadrà fra 3 o 5 anni: perché, allora, impiccarsi a scelte normative pesanti, rigide, eccessivamente dettagliate?
La quarta e ultima osservazione ha a che fare con un sottofondo culturale di colpevolizzazione dell’Occidente. La colpa è sempre la nostra, ci viene detto (specie a sinistra), e, masochisticamente, tutte le regolamentazioni più penalizzanti sono concepite proprio verso noi stessi, verso i Paesi occidentali, senza minimamente preoccuparsi di elementari dati dei realtà. Sono gli Stati Uniti, ad esempio, a essere protagonisti di una significativa riduzione delle emissioni di carbonio, contrariamente ai nuovi record di inquinamento sfondati regolarmente dalla Cina. Eppure, anche i famosi Accordi di Parigi finiscono per proteggere (o per non penalizzare) i Paesi più inquinanti, gravando largamente sulla parte occidentale del pianeta.
È giunta l’ora di un cambio di paradigma. In primo luogo, occorre respingere l’idea che solo a sinistra ci sia preoccupazione e sensibilità sui temi dell’ecologia. Semmai, proprio chi ha una visione conservatrice della società (basata, secondo il noto paradigma di Edmund Burke, in un passaggio di testimone tra «morti, viventi e non ancora nati») è attento al compito morale di lasciare una buona eredità a chi viene dopo. Quindi, la caricatura di una sinistra consapevole e ambientalista, e di una destra sciatta e priva di scrupoli, va respinta con forza.
Il punto è invece discutere sui mezzi più adatti a perseguire quegli obiettivi: gli statalisti confidano nel mix «più tasse, più Europa, più regolamentazione». È invece venuto il momento di provare una ricetta diversa: maggiore competizione tra soluzioni diverse, nessuna criminalizzazione delle imprese e delle attività economiche, maggiore propensione a richiamare anche i Paesi in via di sviluppo al dovere di cooperare pure in questo settore. Oltre che ad abbandonare politiche commerciali scorrette e dannose.
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