La questione dell’immunità era partita in salita per Donald Trump. Eppure, il recente dibattimento tenutosi davanti ai giudici della Corte Suprema ha mostrato che, alla fin fine, i margini di manovra per il candidato repubblicano potrebbero rivelarsi più ampi del previsto.
Ma andiamo con ordine. L’anno scorso, il procuratore speciale, Jack Smith, aveva incriminato l’ex presidente in relazioni ai fatti del 2020. Trump aveva quindi chiesto che tale incriminazione fosse cassata, invocando un’immunità presidenziale assoluta: una tesi che era tuttavia stata respinta sia dal tribunale distrettuale che dalla corte dall’appello. Il candidato repubblicano aveva allora deciso di fare ricorso davanti ai giudici supremi.
Ora, la maggior parte degli esperti riteneva che le rivendicazioni di Trump fossero piuttosto traballanti sul piano tecnico. Era quindi opinione diffusa che la sua fosse più una tattica dilatoria, per rimandare il più possibile l’avvio del processo: una tattica, tra l’altro, efficace, visto che originariamente il processo stesso avrebbe dovuto iniziare il 4 marzo scorso. Eppure, il dibattimento tenutosi pochi giorni fa davanti alla Corte Suprema ha mostrato che vari togati non sembrano del tutto indifferenti alle argomentazioni del team legale di Trump. Pur esprimendo scetticismo verso la tesi di una immunità assoluta, alcuni giudici si sono mostrati inclini a riconoscergliene almeno una parziale.
“Sembra probabile che la Corte Suprema si schieri con Trump riguardo ad una qualche immunità presidenziale”, ha titolato l’autorevole sito Scotusblog, commentando il dibattimento. Lo stesso Politico ha parlato di “giornata positiva” per l’ex inquilino della Casa Bianca. In sostanza, la questione è andata a vertere sulla distinzione tra “atti pubblici” e “atti privati” di un presidente. Come detto, nessuno dei togati sembrava intenzionato ad accettare un’immunità assoluta. Tuttavia, almeno quattro – Neil Gorsuch, Brett Kavanaugh, Clarence Thomas e Samuel Alito – hanno espresso preoccupazione per il fatto che, non riconoscendo alcuna forma di immunità, l’istituzione stessa della presidenza possa finire sotto una perenne spada di Damocle. In particolare, Gorsuch sottolineato che i giudici si stanno accingendo a “scrivere una regola per secoli”, dicendosi preoccupato per i casi futuri.
La vittoria di Trump è stata quindi doppia. Primo: pur essendo altamente improbabile che gli venga riconosciuta l’immunità assoluta, è invece verosimile che gliene venga riconosciuta una parziale. Il che, se avvenisse, significherebbe comunque che almeno parte della sua tesi non risulta infondata. In secondo luogo, è probabile che, anziché prendere una decisione effettiva, la Corte Suprema si limiti, tra giugno e luglio, a rimandare il caso ai tribunali inferiori. Un simile scenario farebbe slittare ancora l’inizio del processo, spostandolo verosimilmente a dopo le elezioni presidenziali di novembre. A quel punto, se Trump tornasse alla Casa Bianca, potrebbe cassare il tutto con il perdono presidenziale.
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