Il Recovery plan riunisce Renzi e Pd. Il Rottamatore minaccia di votare no
Metà sinistra si appoggia all’ex sindaco per non essere tagliata fuori dalla gestione di 209 miliardi. Ma lo strappo è sbandierato.

Mezzogiorno di fuoco, per Giuseppe Conte, quello di ieri. Il premier col ciuffo è alla Camera, per le comunicazioni in vista del Consiglio europeo. Alle 12 prende la parola il capogruppo del Pd, Graziano Delrio, e per Giuseppi è notte fonda: «Lei presidente», dice Delrio rivolgendosi al presidente del Consiglio, «deve avere un’immagine a ispirarla, quella di papa Francesco. Deve avere umiltà, ascolto, orecchio attento al Paese che sta soffrendo molto, molto, molto. Sulla governance del Recovery plan cercate di trovare una sintesi, lo dico con serenità. Presidente», aggiunge Delrio, «chiami a Palazzo Chigi i sindacati, le imprese, le Regioni e i Comuni e che si costruisca insieme il piano. Poi le modalità e la struttura tecnica si vedranno, ma l’importante è non esautorare i poteri che già ci sono, l’importante è non commissariare le Regioni e il Parlamento».

Sembra di sentire Matteo Renzi: come anticipato ieri dalla Verità, questa volta le bordate del leader di Italia viva nei confronti del premier col ciuffo sono condivise dal Pd e dalla stragrande maggioranza dei parlamentari e dei ministri del M5s. L’idea di Giuseppi di affidare il Recovery plan a una task force di esperti e consulenti, in modo tale da avere il completo controllo sulla destinazione dei miliardi destinati all’Italia, non può essere accettata dalla maggioranza che sostiene il governo.

Renzi minaccia di andare fino in fondo: o salta la task force, o salta il governo. «Renzi», dice a Radio Capital il ministro alle Pari opportunità, Elena Bonetti, di Italia viva, «ha specificato che io e la ministra Bellanova, nel caso in cui si dovesse arrivare a una rottura rispetto alla richiesta al presidente Conte di rivedere l’assegnazione a una task force esterna della gestione del Recovery plan, daremo le dimissioni. Sarei pronta a dimettermi nel momento in cui non avessi la possibilità di rispettare il giuramento che ho fatto. Oggi in aula», ha aggiunto la Bonetti a Rai Radio 1, «ho colto nelle parole del capogruppo onorevole Delrio un richiamo che io condivido di valorizzazione del percorso parlamentare ed anche per il piano del Recovery, quindi c’è stato un passaggio chiaro anche da parte loro».

«Sul Recovery plan», aveva detto l’altro ieri sera a Otto e mezzo, su La7, la capogruppo di Iv alla Camera, Maria Elena Boschi, che ha litigato con la conduttrice Lilli Gruber, «ovviamente noi ci auguriamo che non si apra una crisi di governo, ma come siamo stati e siamo responsabili noi, ci auguriamo che lo sia anche il presidente Conte e che ci ascolti perché non si può sostituire il governo con una task force, c’è bisogno di rispetto per istituzioni democratiche del nostro Paese».

Il Pd, mai come questa volta, spalleggia il suo ex segretario: «Sul Recovery fund», twitta il capogruppo dem al Senato, Andrea Marcucci, «il presidente Conte convochi un cdm e trovi un accordo con i suoi ministri e la sua maggioranza per fare una proposta al parlamento». «Conte non può decidere da solo», ribadisce a Rai Radio 1 la deputata del Pd Debora Serracchiani, «dev’essere partecipata ogni decisione, dal Parlamento e dal governo, e dobbiamo impegnare anche le opposizioni in un passaggio così delicato». «L’uso delle risorse previste dal Recovery plan», sottolinea la deputata dem Laura Boldrini, «è una sfida epocale. Si deve però sempre guardare al rispetto dell’assetto costituzionale e al rafforzamento dello Stato. La creazione di strutture parallele potrebbe infatti creare un corto circuito, così da indebolire l’efficienza delle istituzioni pubbliche, di cui abbiamo invece più che mai bisogno. Stiamo infatti disegnando il volto che avrà l’Italia per i prossimi decenni: va fatto bene, insieme, con governo, parlamento e forze sociali».

Alle 19.30 prende la parola in aula, al Senato, Matteo Renzi: «È il momento di dirci le cose in faccia», dice l’ex premier a Conte, «ora o mai più. Non stiamo chiedendo che nella cabina di regia ci sia un nostro ministro. Di fronte ai 200 miliardi da spendere, non va bene che ci arrivi alle due di notte, nella Pec dei ministri, un progetto di 128 pagine che deve diventare un emendamento alla legge di bilancio, che neanche verrà discussa, dal Parlamento. È in ballo la serietà del Paese e delle istituzioni. Nominare 300 consulenti, quando si tagliano 300 parlamentari sono un’idea della politica che non condivido. Ci potete dare dieci sottosegretari», esagera Renzi, «ve li rimandiamo indietro, è in ballo la nostra credibilità. Un governo non può essere sostituito da una task force, il Parlamento non può essere sostituito da una diretta Facebook. Dove sono i sindaci? Gli esponenti del terzo settore? Dove sono le categorie e i sindacati? È un problema solo di metodo? Magari! È un problema di merito. Chi ha deciso», argomenta il leader di Italia viva, «che mettiamo 9 miliardi sulla sanità? Secondo me ce ne vogliono il quadruplo. Vi pare normale che sul turismo si mettano 3 miliardi di euro mentre la Merkel ne mette 35? Ma chi lo ha deciso? Lo dico con molta chiarezza: siamo pronti a discutere di tutto in un dibattito parlamentare. Se nella legge di bilancio», ribadisce Renzi, «c’è un provvedimento che riguarda la governance del Next generation Eu e un provvedimento con la fondazione dei servizi segreti, votiamo no. Lo diciamo prima. Noi siamo pronti a discutere di tutto in un dibattito parlamentare, non siamo disponibili a usare la legge di bilancio come veicolo per introdurre quello che abbiamo letto sui giornali o una fondazione dei servizi segreti su cui al Copasir tutte le forze politiche dicono no».

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