Il prodiano Battiston e il patto con la Cina che ci costa 8 milioni
Ansa
L’ex presidente dell’Asi ha aderito a un progetto per prevedere i terremoti con i satelliti. Esperti scettici e dubbi sulla sicurezza.

Se si possano prevedere i terremoti è uno dei grandi interrogativi della scienza, ma pensare che lo si possa addirittura fare tramite dei satelliti, che se non passano al momento giusto e nel punto giusto non servono a nulla, è davvero una scommessa azzardata. Tuttavia, su questa scommessa l’Italia ha puntato già 8,5 milioni di euro per i prossimi tre anni attraverso l’Agenzia spaziale italiana (Asi), che nel 2014 ha stretto un accordo con la Cina, impegnata in un ambizioso programma spaziale. Con il cambio di governo a Roma e con il cambio dei vertici all’Asi, la prosecuzione di quest’alleanza con Pechino è a rischio, per motivi politici e anche scientifici, visto che prevedere un sisma «dall’alto» resta, al momento, un sogno.

L’idea che attraverso dei satelliti in grado di rilevare le variazioni dei campi magnetici si possano anticipare terremoti, eruzioni vulcaniche e maremoti è una convinzione che gli scienziati cinesi coltivavano da tempo. Dopo aver fallito una serie di joint venture in giro per il mondo, nel 2014 convincono però gli italiani dell’Asi, con l’allora fresco presidente Roberto Battiston, un fisico che dal 1992 al 2012 ha insegnato all’università di Perugia, per poi trasferirsi a Trento, e che ha sposato una nipote di Romano Prodi. L’ex premier ulivista ed ex presidente della Commissione Ue, almeno dal 2010 è, come lo definì significativamente Il Sole 24 Ore nel 2011, «l’Henry Kissinger dei rapporti Cina-Ue»: insegna a Shangai, ma soprattutto è un formidabile lobbista di Pechino e anche nei giorni scorsi si è speso personalmente affinché il discusso accordo sulla Via della seta fosse firmato dal governo di Giuseppe Conte.

Se ci sia stato l’interessamento di Prodi anche dietro alla firma per la partenza del programma Cses (China seism-Electromagnetic satellite) siglato nel 2014 tra Asi e Agenzia spaziale cinese (Cnsa) non è noto. Sicuramente, per la Cina, dopo tante porte sbattute in faccia, è stato un bel colpo trovare degli amici in Europa.

Il programma Cses mira a realizzare un sistema di monitoraggio delle perturbazioni dei campi elettromagnetici, del plasma e delle particelle nella ionosfera. Il primo satellite è stato lanciato nel febbraio 2018, mentre il secondo dovrebbe andare in orbita nel 2021. In totale, i cinesi hanno un programma da almeno 12 lanci, ma l’Italia al momento si è impegnata solo per i primi due. Il costo della nostra partecipazione è di 8,5 milioni per il triennio 2019-2021, sostenuti dall’Asi, che ha coinvolto anche alcune università, l’Istituto nazionale di astrofisica e quello di geofisica e vulcanologia (Ingv), nonché l’Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn). Tra gli enti chiamati a partecipare anche il Serms, una srl ternana che è il braccio operativo dell’università di Perugia, fondata dallo stesso Battiston nel 1994 e nella quale l’ex presidente Asi, fatto fuori senza troppi complimenti da questo governo lo scorso autunno, ha avuto un ruolo fino a pochi anni fa.

Il programma italo-cinese è in questi giorni al vaglio del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti, che con la nuova legge è anche l’autorità delegata per le attività spaziali, ed è sulla scrivania anche del ministro della Ricerca e dell’istruzione, Marco Bussetti. Entrambi sono assai perplessi di fronte a questo programma, anche se a Palazzo Chigi dicono che difficilmente ci si tirerà indietro dal secondo lancio, che, anche se previsto fra due anni, per i tempi dello spazio è come se fosse domani. Tuttavia, al momento viene scartata l’idea di proseguire oltre, anche perché Pechino ha un programma ritenuto troppo ambizioso. Le motivazioni scientifiche che sconsigliano spese ulteriori per l’Italia sono di due ordini: la prima è che l’utilità delle rilevazioni satellitari per prevedere i terremoti è ancora una mera ipotesi e ci siamo imbarcati in questa avventura senza che ci fossero evidenze; la seconda è che se anche un satellite fosse in grado di cogliere alcune variazioni dei campi elettromagnetici prima di un sisma, dovrebbe avere la fortuna di passare nel momento utile. Insomma di satelliti ne andrebbero lanciati a decine e, in questo senso, si capisce perché Pechino abbia in programma di lanciarne così tanti. Ma poi c’è anche un problema di natura politica: se la Cina di Xi Jinping vuol sparare nello Spazio così tanti satelliti, con la collaborazione italiana per la parte della strumentazione di rilevazione dei fenomeni, forse non ha solo lo scopo di prevenire i terremoti. Insomma, come nel caso Huawei-5G, l’Italia dovrebbe stare un po’ più attenta nello schierarsi con la Cina, fuori dagli interessi della Nato e dell’Occidente in generale.

E del resto, nella relazione tecnica finita sulla scrivania di Giorgetti si legge che alcune precipitazioni di particelle delle fasce di Van Allen (sono «ciambelle» attraversate da un plasma di protoni e di elettroni che si avvitano intorno alle linee del campo magnetici terrestre) sono correlate a terremoti da oltre cinque gradi della scala Richter e si sono «manifestate alcune ore dopo». «Dopo», non prima, purtroppo.

Tra le ragioni dell’accordo, all’epoca, l’Asi aveva comunque indicato al governo, onestamente, anche «obiettivi politici e strategici» e il consolidamento di «una prestigiosa collaborazione bilaterale con la Cina». Oltre, naturalmente, alla ricerca dei famosi, mitologici, «precursori sismici». Ma almeno gli obiettivi politici potrebbero anche essere cambiati, visto che all’epoca al governo c’era Matteo Renzi, e oggi ci sono Luigi Di Maio e Matteo Salvini.

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