Fabrizio Corona (Ansa)
- Grane legali e anni di galera, poi ha smesso di farsi inseguire dalla cronaca: ora (con metodi discutibili) sul Web la guida lui.
- Il modello Antonio Medugno: «Non ho fatto sesso col presentatore per entrare al “Grande Fratello”».
Lo speciale contiene due articoli
Fabrizio Corona non solo è sopravvissuto alla sua turbolenta carriera di re dei paparazzi (che per anni ha assoldato) e alle relative conseguenze giudiziarie, ma sta trasformando tutta quella saga in un prodotto di consumo: con Falsissimo sul suo canale YouTube e su Netflix (che ha prodotto una serie su di lui) con Io sono notizia. È stato tra i pochi «giornalisti» (anche se non è iscritto all’albo) a trasformare se stesso in un brand. Prima con le mutande e i profumi, adesso con le notizie più o meno verificate. Un marchio che ora passa per le più moderne piattaforme online. Il suo quartier generale è in zona stazione Centrale a Milano. Tavolo quadrato pieno di appunti, otto enormi schermi alla parete. Sempre connesso. Sempre al telefono. I suoi collaboratori, che ribattezza tutti con un nomignolo, faticano a stargli dietro. «Ama», che martellava durante i video, da qualche puntata è sparito. Al suo posto ora c’è «Ben». Nella società Atena, piccola Srl con 1.000 euro di capitale sociale, il 99% appartiene a mamma Gabriella e l’1% a Francesca Persi, che finì in carcere con lui per aver nascosto nel controsoffitto di casa 1,7 milioni di euro in contanti e che ora - con 10 euro di capitale - fa l’amministratrice. Lui non compare, ma è chiaro chi sia il capitano della ciurma del veliero pirata. Un po’ Capitan Harlock e un po’ personaggio dei romanzi dello scrittore australiano James Roy. Sempre al limite. Sempre da vita spericolata. Uno che, a sentire chi lo frequenta, ha una fissa: «Superare suo padre». Vittorio, giornalista di razza (come il fratello Puccio) che, nel 1993, da vicedirettore di Studio aperto, voleva rivoluzionare il tg, facendo arrabbiare non poco Emilio Fede. L’imprinting, quindi, arriva in casa. E Fabrizio il giornalista provò a farlo. «Ma erano stipendi da fame e io volevo guadagnare», ammette in una puntata di Falsissimo. Allora punta sull’immagine e la sceglie come campo d’azione. Prima come fotomodello, periodo che risale agli anni Novanta e durante il quale sostiene di aver conosciuto Melania Trump, indossatrice anche lei che, «all’epoca», racconta durante un siparietto con l’avvocato Ivano Chiesa, suo storico difensore, «alloggiava all’Hotel Pola, una sola stella, era l’albergo delle modelle scappate di casa». È durante la vita notturna milanese che comincia a costruire la sua rete di relazioni che diventeranno la base per il suo ingresso nel mondo del gossip. Nel quale entra dalla porta principale, grazie a un amico, Lele Mora, in quel momento tra gli agenti più influenti dell’industria televisiva italiana. Fonda l’agenzia di paparazzi Corona’s, che diventa presto centrale in quello che è passato alla storia come lo scandalo dei fotoricatti ai vip, deflagrato a Potenza nel 2007. Il pm Henry John Woodcock lo fa arrestare. Corona trascorre 33 giorni in carcere a Potenza, altri 44 a Milano, dove riesce perfino a scattarsi un selfie con una macchina fotografica usa e getta. Viene indagato, prosciolto, poi di nuovo indagato, poi processato, poi a volte assolto e a volte condannato. Come nel caso della bancarotta per il fallimento della Corona’s: 46 mesi di carcere. Nel 2015 ha già un cumulo di pene che supera i 13 anni e per un po’ è stato anche latitante. E dopo altri 823 giorni di carcere ottiene l’affidamento alla prova. Ma fioccano altre condanne: 1 anno per evasione dai domiciliari, 7 mesi per resistenza (mentre i poliziotti provano a riportarlo dentro lui protesta, si provoca delle lesioni in diretta Instagram).
Nel settembre 2023 termina di scontare il suo debito con lo Stato e torna libero. Per la Questura di Milano è un soggetto da «sorveglianza speciale», ma i giudici rigettano la proposta, ritenendo che non sia pericoloso. E poco tempo dopo gli restituiscono il passaporto. In quel periodo, con poca fortuna, lancia una Academy in cui, con il suo solito piglio, elargisce lezioni su come fare soldi con le criptovalute. Finché non arriva Falsissimo. Che non è un programma. E non è un format televisivo. Non è neppure una Web-serie. È la presa di controllo del racconto. Qui c’è il salto vero: da uomo inseguito dalla cronaca a uomo che la racconta. Ogni puntata (sono già 20 quelle caricate, e a volte ricaricate dopo essere state abbattute dai controlli di YouTube) è costruita come un episodio di una saga trash, tra rivelazioni e attacchi frontali. Recita, fa le facce, imita le voci. Si piace. Indossa polo che esaltino la sua fisicità. Si mette in posa come un bodybuilder davanti allo specchio. Il linguaggio è greve, a volte sgrammaticato, a tratti violento. Nella ricostruzione della cronaca giudiziaria non mancano gli strafalcioni giuridici, ma il copione nell’insieme tiene. Il leitmotiv è sempre lo stesso: «Queste notizie ve le do solo io, non credete alle favole». È lo stesso meccanismo della stagione dei paparazzi, ma traslato nel digitale. Prima c’erano le foto. Ora c’è lui, l’affabulatore digitale. Con due abilità particolari: quella di trasformare i protagonisti di un fatto di cronaca in personaggi (l’avvocato Massimo Lovati in Gerry La Rana) e quella di farsi raccontare le storie dal suo giro ristretto, da amici, conoscenti, persone che gli parlano perché si fidano, perché vogliono sfogarsi, perché cercano sponda o protezione. Lui ascolta. Registra mentalmente e non solo. Accumula. Poi, quelle vicende che nascono come vicende private (separazioni, tradimenti, conflitti, rancori, fragilità), vengono trasformate in casi pubblici. È accaduto con Fedez e Angelica. Corona succhia le storie, le riorganizza, le ribattezza e le drammatizza. La confidenza diventa narrazione e la storia personale un episodio. Con qualche incidente di percorso per chi decide di affidargli le proprie confidenze o il proprio materiale. È accaduto ai due che volevano segnalargli una storia di calcio scommesse cercando di vendergli un video. Sono diventati parte della storia. Una cosa è certa, la volta seguente Corona riesce comunque a conquistare altra fiducia. È accaduto quando si è presentato, con tanto di telecamera nascosta, a casa di Ciro Grillo e ha ripreso anche Beppe alle prese con la lettura. Con Corona, Ciro, che si è chiuso nel silenzio durante tutto il processo, si è lasciato andare: «I magistrati ormai sono detentori della morale sessuale… sono detentori dell’etica pubblica». E ha incassato fiducia anche con il blitz a casa di Eva, tentatrice di Temptation island. Dopo aver fatto il piacione con la mamma ha incastrato la ragazza, portandola su una spiaggia per una lunghissima intervista. In studio ha fatto ascoltare un paio di volte un messaggio audio che le avrebbe mandato Raoul Bova: «Una delle cose più strane che ho ascoltato durante la mia pazza vita», commenta, prima di fare un pistolotto all’attore su come dovrebbe comportarsi un personaggio famoso con «una ragazzina». È stato «sedotto» e abbandonato da Corona persino uno sgamato uomo di legge come Lovati. E infine c’è Alfonso Signorini, terminale, un tempo, di molti degli scoop fotografici di Corona. Uno che per anni ha deciso chi raccontare e come. Oggi viene raccontato proprio da Corona, senza regole e su un palco che nessuno controlla. È il passaggio di consegne più crudele del gossip.
Gli avvocati di Medugno replicano a Signorini: «Antonio è parte lesa»
Antonio Medugno, l’ex concorrente del Grande Fratello Vip che ha denunciato il giornalista e conduttore del reality Alfonso Signorini ha rotto il silenzio e in due video su Instagram ha raccontato il percorso che lo ha portato a denunciare il conduttore e il suo ingresso nella casa: «Per anni ho provato a seppellire tutto», spiega nel primo video, pubblicato il 31 dicembre. «Quando vivi dinamiche di vergogna e paura spesso non denunci subito: ti chiudi, ti colpevolizzi e temi di non essere creduto. Soprattutto temi l’impatto sulla tua vita e sul lavoro». L’ex gieffino ammette l’esistenza di messaggi ambigui, già rivelati dal difensore di Signorini, Domenico Aiello, ma sottolinea il contesto: «Col senno di poi riconosco che avrei dovuto mettere un confine prima. Ma quando sei giovane, hai tante pressioni lavorative e temi di bruciarti opportunità, non ragioni sempre in modo lucido».
E ieri, nella seconda puntata del suo racconto, Medugno ha svelato come sarebbe approdato nel cast della trasmissione condotta da Signorini: «Al Grande Fratello sono entrato dopo avere passato una notte con una delle ex partecipanti al Grande Fratello di quell’anno».
«A lei», prosegue il racconto, «raccontai del provino e del fatto che non mi avessero ammesso all’interno della casa e che ci fossi rimasto male. Lei ne parla con Alfonso (Signorini, ndr). Non ho idea di cosa scatti nella testa di Alfonso ma lui subito dopo mi propone un secondo provino, stavolta da fare in videochiamata. Quindi io non lo vedo una seconda volta neanche per fare il provino. Di conseguenza io una cosa devo toglierla, una volta per tutte: l’idea che io abbia fatto sesso per lavorare è completamente falsa. Non c’è stato alcun secondo incontro (con Alfonso Signorini, ndr) e nel primo come sapete io ho rifiutato qualsiasi tipo di contatto fisico».
Inoltre ieri, in perfetto stile Me too, Cristina Morrone e Giuseppe Pipicella, legali dell’ex concorrente del Grande Fratello Vip che ha denunciato il giornalista e conduttore del reality, hanno puntato il dito sulle parole con cui Aiello ha apostrofato l’ex gieffino.
Il tono della nota diffusa dai legali di Medugno ricorda le prese di posizione di loro colleghi che rappresentavano donne vittime in altri casi di presunti abusi sessuali. E anche se l’espressione non viene usata esplicitamente, l’argomento è quello della vittimizzazione secondaria. «Le affermazioni volte a screditare il signor Antonio Medugno, definendolo “balordo” e attribuendogli condotte preordinate al solo fine di ottenere visibilità», scrivono i legali, «sono di una gravità inaudita oltre ad essere diffamatorie e del tutto estranee al tono e al rispetto che dovrebbe dimostrare un avvocato». E ancora: «È doveroso ricordare», prosegue la nota, «che un avvocato, per primo, dovrebbe astenersi da qualsiasi affermazione idonea a screditare pubblicamente una presunta vittima di violenza sessuale, evitando ogni forma di ulteriore vittimizzazione e dimostrando rispetto per la delicatezza della materia».
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Donald Trump (Ansa)
Dopo il Minnesota lo scandalo si allarga in Ohio, California e Nebraska. Donald Trump: «Toglierò la cittadinanza ai truffatori e li rimanderò nei loro Paesi d’origine».
Le notizie che arrivano di continuo dallo Stato del Minnesota mostrano un quadro di eccezionale gravità. Le autorità federali hanno individuato almeno tre reti criminali distinte, tutte impegnate nello sfruttamento sistematico dei programmi di assistenza pubblica. Il bilancio giudiziario parla chiaro: 59 condanne in sede federale, 86 persone incriminate e una sottrazione di risorse ai contribuenti che supera il miliardo di dollari. Un dato colpisce più di altri: solo otto degli imputati non hanno origini somale.
Il contesto demografico è noto. Il Minnesota ospita oggi la più numerosa comunità somala degli Stati Uniti, frutto di una traiettoria iniziata nei primi anni Novanta, quando il collasso dello Stato somalo e la guerra civile spinsero decine di migliaia di persone a fuggire, in particolare da Mogadiscio. I programmi federali di reinsediamento indirizzarono una parte consistente dei rifugiati verso il Midwest, dove il Minnesota offriva opportunità occupazionali, un sistema di welfare accessibile e un costo della vita relativamente contenuto. Oggi la presenza somala, stimata in circa 80.000 persone, è una componente stabile del tessuto sociale, economico e politico dello Stato. È proprio all’interno di questo contesto che esplode uno scandalo rapidamente divenuto nazionale, mettendo sotto pressione il governatore Tim Walz, candidato a un terzo mandato.
Le indagini descrivono un sistema di frodi condotto con modalità grossolane, privo di reali contromisure, inserito in un ambiente caratterizzato da politiche permissive in materia di immigrazione, integrazione e accesso ai sussidi. La vicenda ha assunto un rilievo politico immediato. Nel corso di una riunione di gabinetto, il presidente Donald Trump ha adottato toni durissimi, chiamando in causa la deputata di origine somala Ilhan Omar (punto di riferimento dei Fratelli Musulmani negli Usa) e «chi le sta attorno», sostenendo che «non dovrebbero stare nel nostro Paese» e invitandoli a «tornare indietro a risolvere i problemi da cui provengono». Trump ha affermato che «gran parte delle frodi in Minnesota, fino al 90%, è causata da persone arrivate illegalmente dalla Somalia», rinnovando gli attacchi a Ilhan Omar e definendola «una delle tante truffatrici». «Rimandateli indietro da dove sono venuti, dalla Somalia, forse il Paese peggiore e più corrotto della terra», ha scritto.
Ora l’amministrazione Usa ha deciso di congelare 185 milioni di dollari in sussidi federali destinati all’assistenza all’infanzia a basso reddito, in seguito alle accuse di frode che coinvolgono asili nido gestiti da cittadini somali americani a Minneapolis. Sul piano istituzionale, il portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha dichiarato a Fox News che l’amministrazione «sta valutando» la possibilità di revocare la cittadinanza ai cittadini somali americani condannati per frode, precisando che la denaturalizzazione resta «uno strumento a disposizione del presidente e del segretario di Stato». Una misura giuridicamente possibile, ma rara, che richiede un elevato onere probatorio.
Intanto, le verifiche stanno assumendo dimensioni sempre più vaste. Gli investigatori segnalano che la quasi totalità dei centri formalmente destinati alla comunità somala risulta fittizia, vuota o abbandonata, pur avendo incassato fondi pubblici. Emergono reti di enti non profit solo sulla carta, utilizzati – secondo l’accusa – come veicoli per drenare risorse statali e federali. Indagini analoghe sono in corso anche in Ohio, California e Nebraska, dove affiorano schemi identici: strutture registrate, progetti rendicontati e servizi mai erogati.
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Zohran Mamdani (Ansa)
Durante la cerimonia di insediamento, il neo primo cittadino di New York sostituisce il testo sacro dell’islam alla Bibbia: non era mai successo. Rudy Giuliani, alla testa della città l’11 settembre: «Distruggerà la nostra civiltà».
Ieri, il sindaco entrante di New York, il democratico Zohran Mamdani, ha prestato giuramento sul Corano. Non era mai accaduto che un primo cittadino della Grande Mela giurasse sul testo sacro dell’islam. D’altronde, Mamdani è il primo sindaco di fede musulmana della storia newyorchese. «La maggior parte dei predecessori di Mamdani hanno prestato giuramento su una Bibbia, sebbene il giuramento di rispettare le leggi federali, statali e cittadine non richieda l’uso di alcun testo religioso», ha riferito l’Associated Press. Ebbene, la scelta di giurare sul Corano ha scatenato diverse polemiche.
«Il nemico è dentro i cancelli», ha affermato il senatore repubblicano, Tommy Tuberville, commentando la notizia. «Questa non è una religione su cui prestare giuramento. Sono anti occidentali. E l’intero movimento degli islamici ortodossi mira a distruggere la civiltà occidentale», ha inoltre detto a Newsmax Rudy Giuliani, che era sindaco della Grande Mela, quando l’11 settembre 2001 si svolsero gli attentati alle Torri Gemelle: attentati che, ricordiamolo, erano stati orchestrati da Al-Qaeda. Ma le critiche non sono arrivate soltanto dal Partito repubblicano americano.
«Giuramento non valido. Niente Corano. Gli Stati Uniti non sono islamici. Non ancora. Svegliati, America», ha dichiarato il politico olandese Geert Wilders. «Nel mondo occidentale, ciascuno può praticare la sua religione: cosa che invece non è garantita in tutti i Paese islamici. Ma preoccupa comunque che il nuovo sindaco di New York, Mamdani, che ha un programma di ultrasinistra ipercomunista, abbia giurato sul Corano. Applicherà la Costituzione americana o le regole della Sharia? Un conto è rivendicare la liberà di culto, altro è anteporre la propria religione alle regole vigenti in uno Stato. Questo episodio non deve essere trascurato. È indice dei tempi», ha affermato, dal canto suo, il senatore di Forza Italia, Maurizio Gasparri, per poi aggiungere: «Noi cattolici abbiamo sancito il principio della libera Chiesa in libero Stato da molto tempo in Italia, evitando confusone di ruoli. Non vorremmo che altre religioni imponessero una logica diversa. Non abbiamo certo bisogno di talebani a Manhattan».
Nei mesi scorsi, le posizioni di Mamdani hanno suscitato più di una perplessità tra la comunità ebraica. A giugno, il diretto interessato fu criticato per non aver condannato inequivocabilmente l’espressione «globalizzare l’Intifada». L’attuale primo cittadino ha inoltre accusato lo Stato ebraico di «genocidio» e si è anche impegnato a far arrestare Benjamin Netanyahu qualora il premier israeliano dovesse recarsi a New York. Non a caso, alle ultime elezioni municipali, circa il 64% degli ebrei newyorchesi ha votato per il candidato indipendente Andrew Cuomo. Più in generale, a novembre, l’amministrazione Trump ha designato alcune realtà legate alla Fratellanza musulmana come «organizzazioni terroristiche straniere». L’argomento, insomma, è politicamente sensibile. E le polemiche sul giuramento coranico di Mamdani probabilmente non si spegneranno molto presto.
Polemiche che si sommeranno a quelle già in corso sul suo programma politico, considerato come assai orientato a sinistra. Durante la campagna elettorale, Mamdani ha per esempio promesso il congelamento degli affitti e gli autobus gratuiti. A inizio dicembre, l’attuale sindaco ha anche chiesto la cessazione delle retate negli accampamenti dei senzatetto: una posizione a cui si è opposta la governatrice dem dello Stato di New York, Kathy Hochul. Tutto questo per dire che l’agenda politica di Mamdani non è apprezzata neanche da alcuni settori dello stesso Partito democratico. Non a caso, durante la campagna elettorale, non tutta la leadership nazionale dell’Asinello si schierò con lui. Evitò, per esempio, di dargli l’endorsement il leader della minoranza al Senato, Chuck Schumer, che, oltre a essere ebreo e di orientamento politico (parzialmente) centrista, è altresì detentore del seggio senatoriale di New York.
La frattura nel Partito democratico americano è dunque sempre più evidente. Prova ne è il fatto che, ieri, all’insediamento di Mamdani erano presenti Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez: quella stessa Ocasio-Cortez che, secondo indiscrezioni, vorrebbe contendere a Schumer il seggio senatoriale di New York. L’estrema sinistra americana strizza d’altronde sempre di più l’occhio al mondo islamico, anche a prezzo di alcune contraddizioni: ricordiamo, per esempio, che Mamdani, a luglio, è stato sostenuto dall’organizzazione pro choice Planned Parenthood. E qui sta il paradosso. Molte delle proposte politiche di Mamdani, dal green all’aperturismo migratorio, non costituiscono ricette appetibili per i colletti blu della Rust Belt. Ora, è vero che, essendo nato in Uganda, il primo cittadino newyorchese non può candidarsi alla Casa Bianca. Ma le sue idee difficilmente aiuteranno l’Asinello a riconquistare la presidenza. Senza poi contare che, sui temi etici, le comunità musulmane della Rust Belt appaiono spesso più vicine ai repubblicani che agli ultraprogressisti.
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Gli euro bulgari con i elementi decorativi nazionali sul rovescio (Getty)
Sofia adotta la moneta unica contro la volontà di metà popolazione. Con un referendum avrebbero vinto i «No». Economisti convinti: i prezzi aumenteranno mentre le buste paga rimarranno al palo.
Da ieri la Bulgaria è il ventunesimo Paese dell’Unione Europea ad avere l’euro come moneta. Lo ha scelto senza un governo in carica. Senza una legge di bilancio approvata. Senza il consenso di quasi la metà della popolazione. E contro il parere di importanti economisti. Ma con il plauso della presidente della Bce Christine Lagarde ed un bel po’ di cartelloni pubblicitari pagati dall’esecutivo che però non c’è più e dove campeggia la bandiera blu con le dodici stelle gialle.
La propaganda europeista descrive l’ingresso nell’eurozona come il coronamento di uno sforzo quasi ventennale dopo che la Bulgaria ha aderito prima all’Ue e poi all’area Schengen. «Ma non sembra una favola a lieto fine. Quanto piuttosto un monito» per chi abbia intenzioni analoghe. Sono le parole dei corrispondenti bulgari di Bloomberg. Organo di informazione tutt’altro che ostile a Bruxelles.
Poco più grande del Lazio ma col Pil pro capite paragonabile a quello della Calabria, la Bulgaria è un paese povero. Un reddito pro capite in termini reali di poco superiore ai 20.000 dollari contro una media dell’area euro di 50.000. 6,5 milioni di abitanti e una probabile imminente elezione politica. L’ottava in cinque anni. Ci sono tutti i presupposti per un fallimento epocale della politica di allargamento dell’Area Euro. Serve avere sempre più Paesi aderenti per dimostrare e dimostrarsi di essere un’istituzione viva e vegeta. Ma tutto somiglia sinistramente al più classico dei colpi di coda prima di esalare l’ultimo respiro.
Ripetutamente messa nel mirino da Bruxelles per una legislazione ed un’organizzazione dell’amministrazione non proprio esemplare la Bulgaria non è certo un benchmark in termini di stato di diritto. Più o meno lo stesso trattamento riservato alla Polonia (prima che il turbo europeista Tusk tornasse a governare) e all’Ungheria. Ma non troppo uguale. Anche perché i partiti europeisti in Bulgaria sono appunto la maggioranza. I primi due sono riconducibili alle aree del Partito Popolare Europeo e Renew Europe. Secondo gli ultimi sondaggi arrivano assieme al 45% circa. Ma a differenza della Bulgaria, Ungheria e Polonia saggiamente non hanno ceduto la propria sovranità monetaria. Oggi Budapest e Varsavia vantano un reddito reale pro capite (secondo il Fmi) rispettivamente pari a 26.000 e 28.000 dollari. Niente a che vedere con Sofia.
Secondo i sondaggi Eurobarometro, cioè dell’Unione Europea, il 49% della popolazione è contraria all’ingresso nell’eurozona contro un 42% di favorevoli ed il 9% di indecisi. Se si fosse tenuto un referendum per adottare la moneta unica i No avrebbero ottenuto il 54%. E stiamo parlando di un sondaggio made in Bruxelles. Classico strumento della propaganda federalista ed europeista. Con buona probabilità i No avrebbero quindi vinto con un più ampio margine. Ma il problema non si pone. Perché la decisione è stata presa da un governo che nel frattempo ha tagliato la corda mentre la popolazione non manca di dimostrare il suo dissenso. In piazza e facendo la coda davanti alle stazioni di rifornimento. Il buon senso, e l’esperienza degli altri Paesi aderenti lascia intuire alla popolazione che i prezzi aumenteranno ma i salari rimarranno al palo. È qui che il buon senso dell’uomo della strada si salda con il pensiero di illustri economisti. Il più critico è l’economista americano Steve Hanke docente di macroeconomia applicata alla John Hopkins University di Baltimora. Con cui ho avuto modo di confrontarmi alcuni mesi fa. Liberista e ultraconservatore ma al contempo anti-trumpiano, Hanke conosce la Bulgaria meglio di chiunque altro. La posizione di Hanke non è quindi pregiudiziale. La Bulgaria non dovrebbe assolutamente adottare l’euro essendo la sua moneta già agganciata alla moneta unica per mezzo del cosiddetto «Currency board». È il suo pensiero. «La Banca Nazionale della Bulgaria - più nello specifico il dipartimento dedicato all’emissione di moneta - ha iniziato ad operare con questo sistema a partire dal luglio del 1997. Le regole sono semplici: i lev messi in circolazione dovevano essere pienamente garantiti da riserve di marchi tedeschi (poi trasformate in euro)». Ci spiegava Hanke. In quale misura? Con un tasso di cambio definito. Si chiama «peg» in gergo monetario. La Banca Centrale si impegna a garantire la conversione in euro a richiesta del detentore di moneta nazionale bulgara. Nell’ultimo anno con un euro si potevano avere circa 1,96 lev. Negli ultimi 18 anni il lev non è praticamente quasi mai sceso sotto 1,94 se non sporadicamente ed eccezionalmente per poi tornare. E quasi mai ha superato 1,96 se non sempre sporadicamente ed eccezionalmente. Per poi tornare nella banda di oscillazione 1,94-1,96. È il meccanismo che Hanke, da consulente del governo bulgaro ha ideato e consigliato quando l’iperinflazione da quelle parti aveva toccato la stratosferica cifra del 242%: al mese! «I risultati ottenuti grazie all’adozione del Currency Board sono stati immediati e drammatici. Il tasso di inflazione a metà del 1998 era collassato al 13%: all’anno. Il lev era tornato ad essere una moneta di cui le persone si fidavano». La visione di Hanke è molto pragmatica. «La Bulgaria è già un membro di fatto dell’Eurozona perché il suo Currency board garantisce che il lev sia un clone dell’euro. Di conseguenza, tutto ciò che la Bulgaria otterrebbe adottando l’euro è la rinuncia alla sua sovranità monetaria. Sotto il regime del Currency board bulgaro, la Bulgaria manterrebbe invece la sua sovranità monetaria e l’opzione di cambiare la sua valuta di ancoraggio. Se la Bulgaria adottasse l’euro, sarebbe per sempre legata al destino dell’euro». E così sarà. Auguri Bulgaria. Ne avrai bisogno.
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