I vescovi africani ai migranti: «Non partite»
I prelati di 16 nazioni del continente nero sottoscrivono un documento rivolto ai giovani: «I nostri cuori soffrono nel vedervi su barche cariche nel Mediterraneo. Anziché inseguire false promesse, rendete prospera questa terra con il duro lavoro».

Dalla capitale del Burkina Faso si alza la voce dei vescovi della Conferenza episcopale regionale dell’Africa occidentale, riuniti nella loro terza assemblea plenaria dal 13 maggio a ieri. I vescovi cattolici di 16 stati africani si fanno sentire proprio dal Burkina Faso, nonostante fossero stati consigliati di trasferire la sede della loro riunione per una escalation di violenza che – solo nel 2019 – ha fatto contare una quarantina di attacchi terroristici. L’ultimo è l’accoltellamento del sacerdote salesiano di origine spagnola Fernando Fernández, avvenuto il 17 maggio mentre si trovava presso la mensa del centro Don Bosco, nella città di Bobo Dioulasso.

«Il Paese che ci ha accolto per una settimana intera è un paese ferito», hanno scritto nel comunicato finale i vescovi, «per gli attacchi e gli attentati terroristici che, da qualche tempo, diffondono la desolazione e la confusione tra la gente, in particolare nelle comunità cristiane». Anche per questo i documenti frutto dei lavori dell’assemblea assumono un volto ancora più espressivo, posto com’è nell’orizzonte della minaccia jihadista che sta colpendo l’area.

Molti di questi pastori vengono da nazioni, come Nigeria, Mali, Guinea e Senegal, che sono tra i principali paesi di provenienza dei migranti. Perciò si rivolgono ai giovani: «Comprendiamo la tua sete di felicità e il benessere che i tuoi Paesi non ti offrono», tuttavia queste condizioni, scrivono, «non devono portarti a sacrificare la tua vita lungo strade pericolose e destinazioni incerte. Non lasciarti ingannare dalle false promesse che ti porteranno alla schiavitù e ad un futuro illusorio! Con il duro lavoro e la perseveranza puoi avere successo in Africa e, cosa più importante, rendere questo continente una terra prospera».

Il richiamo rivolto ai giovani a non partire non è nuovo. Altre volte alcuni vescovi africani si erano fatti sentire al proposito, questa volta però è significativo che l’appello sia stato scritto nero su bianco in un documento che vede insieme ben 16 conferenze episcopali. «Non possiamo tacere sul fenomeno delle vostre migrazioni, specialmente in Europa. I nostri cuori come pastori e padri», si legge nel testo, «soffrono nel vedere queste barche sovraccariche di giovani, donne e bambini che stanno devastando le onde del Mediterraneo».

Quindi in una notificazione a conclusione dei lavori i vescovi rilanciano: «È triste notare che molti, nella loro ricerca di migliori condizioni di vita, sono stati vittime di rapitori, commercianti di schiavi. Molti sono morti in mare o nel deserto. Non dobbiamo permettere che una tale tragedia continui. Le cause principali di queste disgrazie sono la scarsa governance, l’insicurezza, le disfunzioni del sistema educativo e la mancanza di opportunità di lavoro». Vogliono che gli africani restino in Africa, ma chiedono, ovviamente, che «la dignità dei migranti e dei rifugiati sia rispettata ovunque e sempre» e invitano però «i giovani a impegnarsi in iniziative legali, ovunque si trovino».

Il fenomeno è visto come una delle grandi piaghe che stanno colpendo la regione, insieme a una litania di problemi che meritano di essere elencati: «le epidemie che non controlliamo, disastri ambientali», le nuove tensioni sociali con «violenze intracomunitarie e interreligiose», «elezioni organizzate in condizioni caotiche che portano a crisi mortali, attacchi alla democrazia, riconciliazioni nazionali difficili da raggiungere», lo «sviluppo di nuove forme di povertà e miseria che colpiscono i più svantaggiati nonostante le nostre risorse naturali e umane, la politicizzazione dello spazio scolastico e universitario».

Agli altri leader religiosi i vescovi chiedono di alzarsi in piedi per «denunciare qualsiasi strumentalizzazione della religione, specialmente gli omicidi perpetrati nel nome di Dio». Perché, si legge nella nota finale, «la vera religione rispetta la santità della vita e non si impone a nessuno».

Articolato e importante il richiamo alle autorità politiche che vengono invitate a non cedere a «corruzione, cattiva gestione e traffico di esseri umani in tutte le sue forme», chiedono inoltre «elezioni trasparenti, giuste e credibili, il rispetto delle costituzioni nazionali, il verdetto delle urne e l’alternanza democratica». Sono questi in fin dei conti i mali profondi dell’Africa, mali che dopo la cosiddetta decolonizzazione sono solo divenuti più subdoli. Per questo si chiede anche «un ordine internazionale più giusto in modo che il nostro continente non sia continuamente saccheggiato a beneficio di una minoranza», come se, appunto, la colonizzazione di fatto non sia per nulla conclusa. Tra l’altro il cardinale Robert Sarah, guineiano, nel suo primo libro del 2015, Dio o niente, diceva di voler «denunciare con forza la volontà di imporre falsi valori» da parte dei Paesi occidentali in Africa «usando argomenti politici e finanziari».

«Siamo discepoli di Cristo e nulla ci impedirà di seguire il suo esempio», scrivono all’inizio della loro lettera pastorale i vescovi del Cerao. C’è una grande partita politica ed economica che si sta giocando in Africa, spesso sulla pelle degli africani, ma questi vescovi sono scesi in campo.

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