Macron a tutto deficit, che assist a Di Maio: «Faremo così anche noi»
Ansa
  • In Francia rapporto con il Pil al 2,8% per tagliare le tasse. Il vicepremier Luigi Di Maio: «È uno Stato sovrano, come il nostro». Riunione di maggioranza sul Def, resta il muro di Giovanni Tria.
  • Demolizione «graduale» della Fornero. L’uscita prima dei 67 anni con penalità.
  • Il reddito di cittadinanza ingloba il Rei. Partite Iva, allargare la soglia del 15%.
  • Torna di moda la «voluntary» sui contanti. Tensioni sulla soglia per saldo e stralcio.

Lo speciale comprende quattro articoli.

L’Europa da oggi è ufficialmente in corto circuito. Francia e Italia si apprestano a spedire a Bruxelles le rispettive leggi Finanziarie. A Roma si discute fuori e dentro il ministero dell’Economia per mantenere il rapporto tra deficit e Pil il più vicino possibile all’1,6%. Le tensioni dentro la maggioranza e in direzione del Colle aumentano di ora in ora. L’intellighenzia dell’Ue lancia strali contro il nostro Paese, accusato di mettere a repentaglio la stabilità del Vecchio Continente. Roma ha troppo debito e non può fare deficit. Soprattutto i parametri sono stabiliti e non si ridiscutono. Solo che ieri Emmanuel Macron ha rotto tutti gli equilibri e mandato in tilt Bruxelles. L’Eliseo ha presentato i pilastri della propria manovra. Ha fissato il deficit al 2,8%, spiegando che l’intenzione è quella di garantire un taglio delle tasse. Si tratterebbe di 25 miliardi in tutto ( 19 alle aziende a 6 per le famiglie). Non solo, Macron ha anche aggiunto che il deficit scenderà nei prossimi anni, ma al massimo dello 0,1% ogni anno. In pratica noccioline. Il tutto mentre il trend del rapporto tra debito e Pil per la Francia è in continua crescita. Secondo alcune stime l’anno prossimo dovrebbe passare dal 96,5% a oltre il 100%.

Ovviamente, l’obiettivo di Macron è chiudere una manovra che riporti voti a En Marche!, visto che continua a perdere ancora colpi nei sondaggi. L’estate nera di Macron, iniziata con l’affaire Benalla, ha lasciato il segno indelebile nel cuore dei francesi. Ormai solo il 29% di loro si dice «soddisfatto» del proprio presidente (sondaggio Ifop pubblicato questo fine settimana dal Journal du Dimanche). Sulle mosse di bilancio sono piovute già ieri sera tutte le variabili integrate nella Loi des Finances, che il Parlamento transalpino dovrà approvare entro fine 2018. Sono dubbi così numerosi e imprevedibili da far dubitare gli esperti sulla sua tenuta. Al centro della manovra ci sono soprattutto i sei miliardi di riduzione fiscale per i privati. Nel calcolo dei 6 miliardi rientrano delle voci che non sono nuove per i contribuenti francesi. In effetti gran parte di questi sgravi sono rappresentati dall’abolizione della taxe d’habitation per l’80% dei contribuenti (3,8 miliardi). Una misura già annunciata negli scorsi mesi, come il taglio di un contributo sociale a carico dei pensionati e la soppressione di alcuni contributi salariali.

L’altro punto chiave della finanziaria 2019 di Macron ruota attorno ai risparmi nella pubblica amministrazione. Anche in questo caso però, il governo non ha svelato alcun segreto a parte dire che il numero dei funzionari sarà ridotto di circa 4.000 unità. Una delle prime istituzioni ad esprimere dubbi sul progetto di finanziaria è stato l’Alto Consiglio delle Finanze Pubbliche francese. Un organismo incaricato di vigilare sulla coerenza degli obiettivi di finanza pubblica, annuali e pluriennali, presieduto da Didier Migaud, presidente della Corte dei conti transalpina. L’Alto consiglio si è limitato a definire «plausibili» le stime di crescita del governo contenute nel progetto di legge, ma ricorda «questa si inserisce in un contesto internazionale segnato da incertezze particolarmente forti». Per il Consiglio «il deficit nominale resterebbe vicino ai 3 punti di Pil nell’orizzonte 2019». In poche parole, le dichiarazioni di Macron quasi sicuramente verranno smentite dalla realtà dei fatti. A meno che l’economia francese non registri un boom insperato i dati sono da considerare in netto peggioramento.

Inoltre l’istituzione di controllo sottolinea che la riduzione del deficit è «per oltre la metà, di natura congiunturale». Di conseguenza il deficit strutturale resta a livello elevato» e si ridurrà lentamente «con riguardo alle regole europee», ameno che la congiuntura 2019 resti più che favorevole e la crescita non sia inferiore all’1,7%. Inoltre, il prezzo del petrolio dovrebbe rimanere sempre sotto i 60 dollari e la guerra dei dazi tra Europa e Usa non si verifichi. Le stime di Macron prevedono anche un accordo per una Brexit «soft». Insomma, praticamente impossibile che si realizzino tutti questi sogni.

In pratica, Macron ha alzato consapevolmente l’asticella del deficit, tanto che il vice premier Luigi Di Maio, cogliendo il silenzio della sinistra italiana (che si è trovata in fuorigioco) ha immediatamente rilanciato e chiesto all’Unione di fare lo stesso deficit dei francesi. «Nel 2019 avremo capacità di fare nuovo debito, possiamo fare meglio di Macron», ha detto Di Maio. «Diversi dogmi europei sono superati. Il tema non è fare più del 2 o del 3% ma il fabbisogno per finanziare riforme non più rinviabili».

Il tema è complicato. Fare deficit senza investimenti strutturali e senza gettare le basi della crescita è folle. Il governo gialloblù è chiamato a un enorme e lunga lista di riforme che in parte dovranno tappare i buchi lasciati dai due precedenti governi e in parte recuperare storture che risalgono agli anni Novanta. Se ci sarà però un vero taglio delle tasse (un po’ come lo ha promesso Macron, sempre che sia vero) allora c’è una possibilità che qualcosa cambi. Se alle partite Iva verrà esteso il regime dei minimi, se verrà tagliata Ires e Irpef alle aziende e il reddito di cittadinanza si risolverà in una omogenea e organica riorganizzazione di tutti gli ammortizzatori sociali, allora i consumi ne potrebbero trarre vantaggio. Se la manovra italiana dovesse dimostrarsi solo un aumento delle spese per le pensioni di cittadinanza (la minima passerebbe da 450 euro a 780) allora il ricorso al deficit sarebbe un grande problema. Al momento non esiste un testo definitivo e la discussione dentro la maggioranza di governo prosegue. Il tema però dopo l’uscita di Macron si sposta su un piano totalmente politico. In discussione c’è il dogma dei parametri. Se non valgono per i francesi, non valgono per nessun altro. Questo è il punto. Da mesi quando si discute di pensioni, legge Fornero o quota 100, si finisce con l’osservare che i vecchi pensano solo agli affari propri e non si preoccupano di cannibalizzare il futuro dei giovani. Definirli però esclusivamente come dei rozzi che vogliono tornare indietro per rivivere i bei tempi della gioventù, ci appare molto riduttivo. Gli over 70 di oggi sono coloro che hanno costruito l’Europa di oggi. Chi sostiene l’Ue a tutti i costi dovrebbe incensarli invece le denigra. Forse bisognerebbe ammettere che molti si sono pentiti e che da tale pentimenti bisognerebbe ripartire. Basti pensare alla politica estera: là dove ci sono i veri interessi geopolitici l’Europa non esiste. La Francia gioca la sua partita e la Germania segue altre strade. Dire che l’Unione europea funziona in Africa o in Cina è una falsità. Tutti in ordine sparso. Così avviene anche sui temi importanti: quelli del fisco, delle leggi Finanziarie, dell’Unione bancaria. E potremmo continuare. Ieri i vertici del governo italiano si sono riuniti a oltranza per discutere di manovra e di lavoro. Non dimentichiamo che il decreto dignità se non trova una sponda nella manovra resterà pericolosamente monco. Serve un taglio del cuneo fiscale e Di Maio ha ribadito che l’autore del Jobs act è da considerarsi un «assassino politico». Oggi la discussione sulla manovra proseguirà, ma Parigi è piombata sulla trattativa cambiando tutte le prospettive.

Ha collaborato Matteo Ghisalberti


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