Chi di rigore ferisce, di rigore perisce. Non stiamo parlando di calcio, bensì dell’economia della Germania, che una volta veniva considerata la locomotiva d’Europa e oggi invece arranca con un Pil in caduta libera e con un debito che non autorizza più sberleffi al nostro Paese. Ma c’è di più, tanto di più, perché il governo di Berlino è stato accusato dalla Corte dei conti di ciò che per una nazione «rigorista» è considerato il peggiore dei peccati (che non a caso viene spesso dal Nord Europa attribuito all’Italia), e cioè di avere fatto il gioco delle tre carte sui conti pubblici. Nella fattispecie, di aver tentato di nascondere parte del debito con la finanza creativa, per evitare paradossalmente di incappare nei propri vincoli di bilancio.
Nel mirino dei magistrati contabili tedeschi, infatti, c’è il ministro delle Finanze Christian Lindner, che aveva solennemente promesso di riportare la barra dei conti celermente verso il pareggio di bilancio mettendo un brusco freno al debito. La verità, però, secondo la Corte dei conti tedesca è tutt’altra: attraverso lo strumento dei cosiddetti «veicoli finanziari» Lindner avrebbe tentato di occultare 100 miliardi per le forze armate e 212 miliardi per la lotta ai cambiamenti climatici o la riconversione energetica, aggirando così quello che in Germania viene chiamato il «freno al debito». L’operazione da furbetto di Lindner non solo è stata smascherata, ma è stata duramente censurata dalla Corte, la quale ha osservato che «le misure decise per il bilancio constano essenzialmente in uno spostamento di spese in “fondi speciali”, nella cancellazione di sussidi e in poste senza coperture». Ma la cosa ancor più grave è che si tratta di una prassi ormai consolidata a Berlino da qualche anno e non una trovata estemporanea: «Attraverso varie misure decise dal 2020 – ha sentenziato la Corte – il freno al debito è stato progressivamente indebolito sempre di più nella sua efficacia».
Questo vuol dire non solo che le promesse del ministro sul ritorno al rigore non erano veritiere, ma che la curva del debito in realtà continuerà a salire: secondo le stime della Corte la spesa pubblica crescerà nel 2024 di 90 miliardi, col risultato che il deficit arriverà a 85,7 miliardi, ben cinque volte di più di quanto programmato, con un disavanzo del 2,4 per cento del Pil. Senza il trucco dei «fondi speciali», i numeri sono ancora più pesanti, con uno scostamento di 177 miliardi tra le intenzioni di Berlino e la realtà nel quinquennio 2019-2024.
Risulta dunque ancor più paradossale la pretesa di Berlino di porsi ancora una volta a capo del fronte rigorista in Europa, soprattutto in vista delle trattative per la riforma del Patto di stabilità, ovviamente in contrapposizione a quanto ai governi che chiedono maggiore flessibilità e spazio per gli investimenti, guidato in questo caso dall’Italia. La strategia tedesca e degli altri paesi che premono per il ritorno alla tagliola del Patto di stabilità è quella di mettere alle strette il nostro Paese con un accordo per una riforma di facciata, che non tocchi l’impianto delle vecchie regole. Il commissario Paolo Gentiloni, a Cernobbio, ha ricordato sibillinamente che bisogna trovare un’intesa sul nuovo Patto entro la fine dell’anno, altrimenti dal 2024 tornerebbero i vincoli di prima della pandemia, ed è anche in previsione di questa partita che il presidente del Consiglio Giorgia Meloni sta serrando le fila del fronte della flessibilità. Il viaggio ad Atene dal premier greco Mitsotakis di giovedì scorso, infatti, è servito per mettere sul tavolo, oltre al dossier sul contrasto ai flussi migratori illegali, la strategia per tenere testa ai rigoristi capitanati dai tedeschi.
Strettamente legato alla partita sul Patto di stabilità è il dibattito interno sulla prossima legge di Bilancio, per la quale è già fissato domani a Palazzo Chigi un importantissimo vertice di maggioranza presieduto da Meloni. In attesa di questo appuntamento fondamentale, è verosimile che qualcosa sia già stato messo sul tavolo nella riunione del centrodestra che si è tenuta ieri mattina a Montecitorio, che aveva ufficialmente all’ordine del giorno il metodo per scegliere candidati unitari alle prossime amministrative. Mentre tutte le forze di maggioranza hanno ribadito le proprie priorità, in particolare sul sostegno alle famiglie numerose e alle pensioni più basse, dal fronte dell’opposizione il segretario della Cgil Maurizio Landini insiste sullo sciopero generale.
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