Il credo verde continua a fare danni: produzione industriale giù del 2,7%
Mirafiori (Getty)
L’Istat ha diffuso i dati di febbraio. Si tratta del venticinquesimo calo consecutivo.

Non c’è ancora l’effetto dei tanto temuti dazi voluti da Donald Trump, ma la produzione industriale italiana mostra ormai da tempo di avere il fiato corto. A trainare verso il basso ciò che rimane delle fabbriche nel nostro Paese ci sono il settore auto e l’ideologia ecologista legata al Green deal e tanto cara ai vertici europei.

Il calo della produzione di autoveicoli non accenna a fermarsi registrando un -33,5% su base annua a febbraio, nonostante un aumento del 18,1% rispetto a gennaio. Questo dato, fornito dall’Istat, include autovetture, autobus, autocarri, camper, motori per autoveicoli e autogru. Complessivamente, il settore della fabbricazione di mezzi di trasporto ha registrato un calo del 14,1% su base annua e dell’1,1% su base mensile. Basti pensare che nei primi tre mesi del 2025, secondo un report di Fim-Cisl, la produzione di Stellantis si è mostrata in forte peggioramento rispetto allo stesso periodo del 2024, già considerato l’anno di maggiore difficoltà dal 1956; tra auto e furgoni commerciali sono state prodotte 109.900 unità, con un calo del 35,5%. In pratica, è stato detto addio a più di un terzo della produzione.

Non va meglio, purtroppo, per il resto dei comparti industriali. A febbraio 2025, l’indice destagionalizzato che misura la produttività delle nostre fabbriche ha registrato una diminuzione dello 0,9% rispetto a gennaio. Su base annua, l’indice generale, corretto per gli effetti di calendario, è sceso del 2,7%, con 20 giorni lavorativi rispetto ai 21 di febbraio 2024. L’Istat ha evidenziato che «la fase di flessione continua, con una dinamica negativa per tutti i principali raggruppamenti di industrie, ad eccezione dell’energia». Per intenderci, questo rappresenta il venticinquesimo calo consecutivo su base annua.

Con le bollette che salgono, non stupisce che tra i pochi settori in crescita nel secondo mese dell’anno ci sia l’energia (+4%), mentre sono state osservate flessioni per i beni strumentali (-3,3%), i beni intermedi (-2%) e i beni di consumo (-1,9%). Su base annua, solo l’energia ha registrato una crescita (+7,6%), mentre i beni strumentali (-9,8%), i beni intermedi (-4,6%) e i beni di consumo (-2%) hanno subito diminuzioni. I settori economici con incrementi tendenziali sono stati la fornitura di energia elettrica, gas, vapore e aria (+19,4%), l’industria del legno, della carta e stampa (+3,4%) e le industrie alimentari, bevande e tabacco (+1,6%). Le flessioni più marcate si sono verificate nella fabbricazione di mezzi di trasporto (-14,1%), nelle industrie tessili, abbigliamento, pelli e accessori (-12,9%) e nella fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (-12,0%).

«A febbraio la produzione industriale destagionalizzata diminuisce rispetto a gennaio», spiega una nota dell’Istat. «Il calo è diffuso ai principali raggruppamenti di industrie, con esclusione dell’energia. Risulta negativo anche l’andamento congiunturale complessivo nella media degli ultimi tre mesi. In termini tendenziali, al netto degli effetti di calendario, l’indice complessivo prosegue la lunga fase di flessione. La dinamica tendenziale è negativa per tutti i principali raggruppamenti di industrie, con l’eccezione dell’energia».

Va detto, poi, che la spinta che può arrivare dalla Germania, nostro principale partner commerciale, rimane molto limitata. A febbraio, la produzione industriale tedesca ha subito un nuovo calo del 4% su base annua (anche qui l’industria delle quattro ruote è in seria difficoltà). Le previsioni per il 2025 sono ancora meno promettenti rispetto a quelle italiane: l’istituto Ifo prevede per Berlino una crescita del Pil di appena due decimali. Del resto, le continue oscillazioni di Washington tra tariffe, merci e Paesi colpiti aggiungono incertezza all’incertezza. Il problema arriva tutto da Bruxelles, con l’Ue che sta puntando tutto sull’elettrico, una trazione dove l’Italia (e la Germania) hanno poca esperienza e che la clientela del Vecchio continente continua a non apprezzare a causa di una scarsa praticità di utilizzo e costi ancora troppo elevati.

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