«Spirito di compromesso». Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha usato queste parole per spiegare la sua approvazione alla proposta sul Patto di stabilità che è più realistico di quello attuale. L’accordo è stato raggiunto all’unanimità ieri pomeriggio all’Ecofin. Di nuove regole «realistiche, equilibrate, adatte alle sfide presenti e future», ha parlato anche la presidenza di turno spagnola della Ue. La sensazione, in realtà, è che anche a questo giro ad apparecchiare la tavola siano stati soprattutto Parigi e Berlino. Cui si sono subito allineati i «frugali» (Olanda, Finlandia, Austria, Svezia), d’altra parte rappresentati egregiamente dalle posizioni tedesche, e infine anche l’Italia.
«Abbiamo partecipato all’accordo politico per il nuovo Patto di stabilità e crescita con lo spirito del compromesso inevitabile in un’Europa che richiede il consenso di 27 Paesi», ha commentato in una dichiarazione Giorgetti al termine dell’Ecofin. «Ci sono alcune cose positive e altre meno. L’Italia ha ottenuto però molto e soprattutto quello che sottoscriviamo è un accordo sostenibile per il nostro Paese volto da una parte a una realistica e graduale riduzione del debito mentre dall’altra guarda agli investimenti specialmente del Pnrr con spirito costruttivo». «Ci sono regole più realistiche», ha aggiunto, «di quelle attualmente in vigore. Le nuove regole naturalmente dovranno sottostare alla prova degli eventi dei prossimi anni che diranno se il sistema funziona realmente come ci aspettiamo. Consideriamo positivi il recepimento delle nostre iniziali richieste di estensione automatica del piano connessa agli investimenti del Pnrr, l’aver considerato un fattore rilevante la difesa, lo scomputo della spesa per interessi dal deficit strutturale fino al 2027», ha concluso il ministro. Lasciando intuire, dunque, una soddisfazione a metà. E, dietro a quello «spirito di compromesso», anche sacrifici. Che, a giudicare dai primi elementi dell’accordo, si potrebbe tradurre in tagli tra i cinque e gli otto miliardi, salvo il fatto che dal computo saranno esclusi i pagamenti per gli interessi, mentre sono previsti dei «premi» per gli investimenti del Pnrr e nella difesa.
La presidenza spagnola ha indicato che «il nuovo quadro rafforza il ruolo dei Paesi, che dovranno presentare i propri piani di bilancio quadriennali, con la possibilità di estendere il periodo di aggiustamento dei conti a 7 anni per consentire l’esecuzione di investimenti e riforme strategiche». È previsto «un trattamento speciale» per le riforme e gli investimenti dei Next Generation Recovery Plan, nonché per il cofinanziamento nazionale di altri fondi europei. Ci si concentra su un unico indicatore per l’intero periodo di aggiustamento: il percorso di spesa per ciascun Paese, raccogliendo le possibili deviazioni accumulate in un «conto di controllo». Sono previste salvaguardie per garantire la riduzione del debito e lo spazio di bilancio. In particolare si prevedono soglie di riferimento per tutti i Paesi al fine di garantire un’effettiva riduzione media annua del rapporto debito di 1 punto percentuale per i Paesi con debito superiore al 90% e dello 0,5% per quelli tra il 60% e il 90%; un margine di bilancio del disavanzo strutturale pari all’1,5% del pil inferiore al 3% nel «braccio preventivo» del Patto di stabilità (quando il deficit/pil è inferiore al 3%); una velocità di aggiustamento del deficit primario strutturale per questi paesi pari allo 0,4% del pil all’anno, che potrà ridursi allo 0,25% in caso di estensione da 4 a 7 anni. Le norme inoltre contemplano un regime transitorio fino al 2027 che attutisce l’impatto dell’aumento del peso degli interessi, tutelando la capacità di investimento. Insomma, non si prefigurerebbe un ritorno dell’austerità perché al posto dell’obiettivo di medio termine, i paesi avranno margini per la spesa per investimenti.
Il nuovo patto entrerà in vigore nella primavera del 2024 (con effetto dalla pianificazione di bilancio 2025) «se le tappe finali per la sua approvazione si concluderanno positivamente», ha dichiarato il commissario Ue agli Affari economici, Paolo Gentiloni sottolineando che «l’Italia ha contribuito in modo rilevante, direi decisivo, soprattutto nell’ultimissima fase insieme alla Francia e la Germania, a raggiungere questa intesa» ma che il viaggio «non è ancora finito» perché «a gennaio dovremo passare alla fase successiva, quella dei triloghi» con le riunione tra Consiglio Ue, Parlamento europeo e Commissione.
La riunione straordinaria dell’Ecofin è iniziata ieri poco dopo le 16 in videoconferenza, metodo criticato dallo stesso Giorgetti dal palco di Atreju. È finita a sera, alla vigilia del vertice di Bruxelles, con il ministro delle finanze francese Bruno Le Maire e il falco tedesco Christian Lindner che si sono incontrati a Parigi per negoziarlo di persona, e poi hanno telefonato a Giorgetti. E infine, prendendolo in contropiede, hanno comunicato ai cronisti l’intesa raggiunta («le probabilità dell’intesa sono vicine al 100%»). Silenzio, fino alla riunione di ieri, da parte del titolare del Mef dove però faceva filtrare un certo disappunto per il metodo. Ma l’accordo è arrivato.
Positivo anche il giudizio del premier Giorgia Meloni che ha parlato di «un compromesso di buonsenso». «Nonostante posizioni di partenza ed esigenze molto distanti», ha evidenziato, «il nuovo Patto risulta per l’Italia migliorativo rispetto alle condizioni del passato. Regole meno rigide e più realistiche di quelle attualmente in vigore, anche se resta il rammarico per la mancata automatica esclusione delle spese in investimenti strategici dall’equilibrio di deficit e debito da rispettare. Una battaglia che l’Italia intende comunque continuare a portare avanti in futuro».
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