• Contestato l’abuso della legge sull’emergenza. Nella serata di ieri la Corte di Appello ha accolto le richieste della Casa Bianca, sospendendo temporaneamente la sentenza di primo grado e reintroducendo di fatto le tariffe.
  • I magistrati criticano le basi giuridiche di alcune delle imposte. Se il verdetto fosse confermato, il modo per aggirarlo ci sarebbe. Però i tempi si allungano: Trump non potrà più contare sull’effetto sorpresa.

Lo speciale contiene due articoli.

Come Davide contro Golia. Tre giudici della Corte del Commercio internazionale, hanno bloccato temporaneamente i dazi voluti da Donald Trump, definendoli illegali e stabilendo che il presidente non ha l’autorità di imporre tariffe globali. Tutto nasce da una causa intentata da cinque piccole imprese, tra cui un’azienda di importazione di vini, un rivenditore di abiti da yoga e uno di attrezzatura da pesca iperspecializzata, che si sono trovati, a causa dei dazi, a dover ritoccare i prezzi, non disponendo delle riserve di liquidità dei grandi importatori. A questi imprenditori si è unito un gruppo di 12 Stati, guidati dall’Oregon e governati dal Partito democratico. Nella guerra commerciale si apre quindi un altro fronte, questa volta all’interno degli Stati Uniti.

«È un golpe dei giudici» ha attaccato l’amministrazione Trump, che, tramite il Dipartimento di Giustizia, ha già presentato il ricorso contro il provvedimento, alla Corte d’Appello per il circuito federale. La Casa Bianca ha sottolineato che i «giudici non eletti» non hanno l’autorità per decidere come affrontare un’emergenza nazionale. Non solo. Il pronunciamento della Corte mette a rischio gli investimenti per oltre mille miliardi di dollari che imprese di tutto il mondo hanno fatto convergere negli Usa da quando è stata avviata la strategia dei dazi volta a rimpatriare produzioni nevralgiche per l’economia.

Secondo la Corte, Trump ha abusato dei poteri di emergenza garantiti dall’Emergency Economic Powers Act (Ieepa), la legge del 1977 finora mai usata da un presidente per imporre dazi, ma che si concentra principalmente su sanzioni ed embargo per motivi di sicurezza nazionale. «La Corte non ritiene che l’Ieepa conferisca un’autorità incontrollata», si legge nella sentenza, non consente di imporre «dazi illimitati su beni provenienti da quasi tutto il mondo».

Le tariffe ora sottoposte al blocco dei giudici federali, riguardano in primo luogo quelle globali, annunciate il 2 aprile durante il Liberation Day, quando è stato imposto un 10% sulle importazioni da quasi tutto il mondo. Inizialmente, Trump aveva detto che queste imposte doganali sarebbero state più alte per decine di Paesi. Poi c’è stato un rinvio per oltre 75 Paesi a luglio, per favorire i negoziati. E sono stati sempre i negoziati a far scendere i dazi molto più alti imposti alla Cina, che a un certo punto sono arrivati al 145%, dopo i colloqui tra Washington e Pechino di metà maggio. La sentenza blocca anche i dazi separati del 25% che Trump aveva imposto a Canada e Messico, per «sanzionarli» sull’immigrazione illegale e il traffico di droga ai confini, e quelli del 20% alla Cina per il suo ruolo nella produzione del fentanyl. Gli unici dazi imposti da Trump che non sono bloccati dalla Corte sono quelli su acciaio, alluminio e auto, perché non autorizzati con i poteri di emergenza, ma in base alla legge commerciale del 1962, e alcune tariffe sulla Cina.

Quali sono le conseguenze immediate? La sentenza della Corte ha emesso un’«ingiunzione permanente» contro le disposizioni tariffarie e ciò significa che il governo Usa è tenuto a interrompere l’applicazione dei dazi. Il tribunale ha dato all’amministrazione 10 giorni per completare il processo burocratico per fermare le imposte doganali. Entro sabato 7 giugno, considerata la data delle sentenza, i dazi dovrebbero essere formalmente fermi. Ma la Casa Bianca, oltre al ricorso, ha anche chiesto alla Corte del Commercio internazionale di emettere uno «stay» del suo giudizio, cioè la sospensione dell’esecuzione. Se tale richiesta venisse accolta, la riscossione dei dazi potrebbe continuare fino al termine del processo d’appello.

Lo scontro giudiziario potrebbe arrivare fino alla Corte Suprema, creando un precedente significativo per la politica commerciale americana. Data la rilevanza costituzionale del caso che riguarda i poteri del presidente e la divisione delle prerogative tra esecutivo e giudiziario è molto probabile che la questione finisca davanti alla massima corte americana. La Casa Bianca ha intenzione di cavalcare la tesi che la Corte del Commercio internazionale ha interpretato in modo errato l’International Emergency Economic Power Act del 1977 e che il presidente ha l’autorità di imporre i dazi in situazioni di emergenza nazionale per proteggere la sicurezza economica degli Usa.

Il blocco imposto dalla Corte rappresenta un duro colpo alla politica commerciale di Trump. Se la sentenza dovesse essere confermata in appello, il governo potrebbe essere obbligato a rimborsare alle aziende i dazi già pagati, con tanto di interessi. Ci sarebbe un impatto da miliardi di dollari sulle casse federali.

La sentenza rischia di indebolire la leva negoziale dell’amministrazione Trump nelle dispute commerciali. A questo punto si aprono due scenari: i negoziati aperti potrebbero essere impostati su basi diverse o gli Usai, prevede Goldman Sachs, troveranno «altri modi per imporre tariffe». Nel frattempo aziende e investitori si trovano in un limbo, sospesi tra la speranza di un ritorno a regole condivise e il timore di una nuova escalation. Per Pechino gli Stati Uniti «dovrebbero cancellare tutti i dazi unilaterali impropri» e la sentenza potrebbe essere vista come un’opportunità per riprendere i negoziati con un piede diverso.

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani raffredda gli animi: «L’Ue non cerca una guerra commerciale. Serve confronto, non scontro». Il presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola coglie l’occasione per un monito interno: senza semplificare il mercato unico, l’Ue resterà fragile davanti ai colossi globali.

Tuttavia, nella serata di ieri è giunta notizia che la Corte di Appello ha accolto le richieste della Casa Bianca, sospendendo temporaneamente la sentenza di primo grado e reintroducendo di fatto le tariffe.

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