In fondo, non c’è domanda più importante per la politica, per la società e il futuro dell’Italia: perché i salari non crescono? Eppure non è così frequente sentire questa domanda, e tanto meno risposte convincenti. Una, già raccontata dalla Verità, è arrivata dal ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, intervistato da Maurizio Belpietro nel Giorno della Verità (da ieri, il video – come quelli degli altri protagonisti dell’iniziativa – è disponibile sul nostro sito, all’indirizzo t.ly/2NbSb).
Le frasi del ministro leghista, pronunciate in collegamento da Bruxelles e dette da uno degli esponenti considerati più «moderati» ed «europeisti» nel suo partito (qualsiasi cosa significhino queste etichette), meritano di essere ripetute. Perché i salari non crescono? «Perché di fatto attraverso questo strumento si compensa quello che è oramai impossibile: la svalutazione competitiva della moneta, che negli anni in cui la lira svalutava ripristinava condizioni di competitività. Questa è quella che io ritengo sia la spiegazione sotto il profilo oggettivo ed economico della vicenda. Effetto collaterale dell’euro? Certo. L’euro ha prodotto alcuni effetti, ad esempio sul differenziale dei tassi d’interesse (paghiamo meno rispetto all’ipotesi di una moneta solitaria), e altre conseguenze collaterali come quelle che ho descritto. E bisogna tener presente che queste, nel lungo termine, presentano anche dei risvolti drammatici, come l’emigrazione dei talenti verso Paesi che possono pagare di più. Questo ci taglia fuori dalla dinamica dell’innovazione a livello mondiale: è un tema su cui riflettere».
Raramente si è sentito un ministro in carica affrontare la questione con tale franchezza. Non possono non tornare alla mente le parole pronunciate un mese fa da Mario Draghi, come noto in ottimi rapporti con Giorgetti. A La Hulpe, in Belgio, l’ex premier ha tenuto un celebratissimo discorso in cui ha ribaltato di 180 gradi la sua stessa lettera inviata da capo entrante della Bce al governo Berlusconi nell’agosto 2011. Allora, Draghi e Jean-Claude Trichet «suggerivano» di raggiungere sostenibilità e competitività attraverso una «riduzione significativa dei costi del pubblico impiego, rafforzando le regole per il turnover e, se necessario, riducendo gli stipendi» (punto 2, capo a) . Tredici anni dopo, Draghi stesso ha spiegato senza nascondersi: «Abbiamo perseguito una strategia deliberata volta a ridurre i costi salariali gli uni rispetto agli altri e, combinando ciò con una politica fiscale prociclica, l’effetto netto è stato solo quello di indebolire la nostra domanda interna e minare il nostro modello sociale».
Esattamente ciò che ha detto Giorgetti: non potendo svalutare la moneta, la competitività viene ripristinata comprimendo i salari. Operazione tristemente riuscita, come mostrano indirettamente i dati esposti nella pagina a fianco, che stimano il Pil pro capite del nostro Paese faticosamente rientrato ai livelli del 2007. Certo, il confronto è fatto con Paesi anch’essi nell’euro: perché l’Italia avrebbe sofferto di più? C’entrano il debito pubblico, il Patto di stabilità e molte altre cose, ma il dato più impressionante è forse che domande di questo tipo occupano un posto infimo nel dibattito pubblico. Prima delle parole di Draghi e di quelle di Giorgetti in risposta al direttore di questo giornale, collegare la dinamica salariale alla politica economica imposta dalla struttura dei Trattati e dalle scelte Ue significava essere confinati nella gabbia dei matti «no euro», recinto prodromico a quella dei «no vax», dei «populisti», eccetera.
Ora che i massimi vertici del nostro sistema, un ex presidente della Bce, ex premier e futuro qualunque cosa, e il più «organico», cauto e mediamente apprezzato dei ministri leghisti dicono le stesse cose, è giusto sperare che su questi temi ci si interroghi di più, strappando le etichette polarizzanti e sceme.
Ad esempio, i sindacati – sostanzialmente e con poche eccezioni estremamente solidali con i governi tecnici e con gran parte delle riforme «indicate» dalla Bce, come mostrano i rapporti Susanna Camusso–Mario Monti e Maurizio Landini–Draghi – che ne pensano di un tema, gli stipendi, che dovrebbe pur riguardarli? Se condividono l’analisi del Draghi 2024 e di Giorgetti, sarebbe bene farlo sapere. Anche perché se ne desumerebbe un atteggiamento politico, per esempio, sull’entrata in vigore del nuovo Patto di stabilità. Da loro, dai partiti di maggioranza e opposizione, dall’opinione pubblica, sarebbe molto bello avere idee su come si possa fermare la «strategia deliberata» di compressione salariale senza mettere in discussione le regole Ue che frenano investimenti e corposi tagli di tasse. Ancora: quanto l’effetto descritto da Giorgetti pesa sulla possibilità (mancata) di attrarre talenti o trattenere giovani italiani cui altri Paesi possono offrire facilmente emolumenti migliori? La tanto invocata «innovazione» non si realizza anzitutto pagando quelli più bravi? E il sistema pensionistico, perennemente in affanno, quanto risente dell’asfissia salariale e delle conseguenze del meccanismo descritto da un ex premier e da un attuale importante membro del governo italiano? C’è da sperare che il sasso tirato da Giorgetti smuova lo stagno.
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