«Ho iniziato facendo il mimo. Ora porto il sesso a teatro»
Gigio Alberti (Ansa)
L’attore Gigio Alberti: «A lanciarmi sul palcoscenico fu Salvatores, che poi mi fece fare anche cinema. Ma il mio regista del cuore è Bellocchio. La politica? Il suo potere reale non è granché».

Che poi all’anagrafe sarebbe Luigi Alberti.

«A chiamarmi Gigio hanno iniziato gli amici al ginnasio, e fu il vero battesimo».

Anche in famiglia?

«Lì Gigi, senza la “o”».

È in tournée con Vicini di casa, commedia, con Amanda Sandrelli, Alberto Giusta, Alessandra Acciai. La regia di Antonio Zavatteri, il testo di di Cesc Gay, spagnolo.

«Sarà che hanno avuto Almodovar, sta di fatto che gli spagnoli sono più aperti di noi e hanno sdoganato il sesso come una parte normale della vita. Su cui è possibile confrontarsi liberamente e anche farci dell’ironia».

Lo dice perché il testo tocca anche temi pruriginosi? Le due coppie di vicini si confrontano sul tema dell’eros.

«L’autore è riuscito ad affrontare qualcosa di scandaloso con sapienza. È uno spettacolo mai volgare, lo apprezzano tutte le età. Anche quelle meno giovani delle repliche pomeridiane. Semplicemente, si mettono in crisi ipocrisie e tabù».

Se i connazionali si mettono a scrivere teatro sono invece un po’…

«Non mi piace generalizzare, ma noi si fa una gran fatica ad andare a fondo delle questioni, di tutti i problemi della vita. Sarà che siamo un po’ bacchettoni con il tema del sesso, sarà pure che il mercato privilegia quel che è già conosciuto ed è restio a innovare con testi contemporanei».

Lei scrive?

(Ride, ndr) «Diciamo di no. Mi diletto, ma non diciamolo in giro».

Vorrebbe più contemporaneità per svecchiare il panorama o per altro?

«La vorrei perché il teatro – come i libri, o il cinema – mette un filtro sulla vita che ci consente di riscoprirla. Come un microscopio: è necessario, per vedere le cellule. Così la lente della scrittura artistica serve per riuscire a rivedere sé stessi, ripensare a chi si è».

Terapia? Analisi?

«Beh no, dire analisi forse è troppo. È che tutti corriamo troppo e non abbiamo tempo e forse voglia di fermarci a pensare a quello che siamo o a quello che ci succede. Poi magari uno apre un libro o vede uno spettacolo o un film e capisce di sé cose che prima aveva solo sfiorato».

E a lei che i personaggi li interpreta? Che effetto fa?

«Dire parole che hanno scritto grandi artisti ti aiuta a crescere, ti arricchisce il sangue».

Facciamo un paio di nomi di questi grandi artisti?

«Harold Pinter, drammaturgo. E Samuel Beckett. Ma da ogni spettacolo che fai puoi prendere qualcosa che ti sarà utile nella vita di tutti i giorni».

I suoi personaggi le assomigliano spesso?

«Beh, quello attuale è molto divertente, ironico, con una capacità di battuta fulminante che io non possiedo naturalmente. Anche se è poco aperto di mentalità e ha reagito male a qualche bastonata che ha preso dalla vita. Ecco, forse la sua reazione è un po’ simile alla mia, o meglio non tanto diversa. Pure io mi chiudo. Per poi capire che lasciare passare qualcosa dalla cortina di ferro può essere anche molto bello».

Ho letto che alla recitazione è arrivato quasi per caso.

«Sempre che esista il caso nella vita, è più o meno così, sì».

Se non esistesse il caso…

«Intendevo dire che poi sono le scelte, a contare. E nel mio caso sono state molto importanti le conoscenze, gli amici oserei dire. Iniziai con Paolo Rossi alla scuola di mimo».

Scelta non usuale.

«All’inizio senza alcuna ambizione artistica, lo dico con sincerità (sorride, ndr). Mi attraeva, mi piaceva tutto quel movimento, volevo provare».

La sua calamita.

«Sì, forse. È andata poi che imbastimmo uno spettacolo divertentissimo, con Paolo. E poi c’era uno con cui giocavo a pallone, che ruotava anche lui intorno al teatro. E poi ancora molti inizi, molti indizi».

Anche alti e bassi?

«Ah, i bassi li ho frequentati parecchio, anche perché non sono uno che, come si dice, si sbatte più di tanto per brigare, chiamare, fare. Mi ha aiutato molto una collaborazione che è durata più di un decennio, con il Teatro Out Off di Milano, con Lorenzo Loris e Mario Sala. E lavorare in un posto piccolo mi ha formato».

Cioè?

«Quando si lavora con mezzi davvero esigui e un gruppetto di persone così affiatato, si vive la creazione. E in qualche modo ci si fa carico di una responsabilità non solo individuale. Sei una parte, certo, ma devi occuparti anche del tutto. Un onere e un piacere».

Ci manderebbe qualche politico a fare una formazione così?

«Avoja, ma ridendoci su».

Non la prende troppo sul serio, la politica?

«Credo semplicemente che sia sempre più difficile farla, in un mondo sempre più grande e allo stesso tempo sempre più piccolo. In cui ogni decisione presa è relativa, e per tante cose non c’è nemmeno un reale potere di cambiamento».

Complicato, insomma.

«La sensazione che ho è che tutto si muova sempre a livelli superiori, che le decisioni più grosse si prendano da lontano. Però non sono sfiduciato: la mia esperienza è che dal piccolo, forse anche dal basso, vengono cose positive. C’è sempre una possibilità se si lavora onestamente, con la voglia di creare qualcosa di nuovo».

Ho letto recensioni molto positive di Un altro ferragosto, ovvero del sequel di Ferie d’agosto di Paolo Virzì. Lei interpreta un personaggio sempre fuori dagli schemi.

«Una specie di don Giovanni di sinistra, che non trova un posto nella vita. E che persino a sinistra è considerato uno spostato. Uno che non si sa bene cosa faccia di lavoro né come riesca a tirare a campare. Uno che non ha mai un soldo e che non è certo un eroe. E però io penso che ci voglia una gran forza, ad andare avanti così: lo penso sempre quando incontro persone che vivono sull’orlo del baratro e mantengono forza e vitalità senza cascarci dentro».

Era il 1996 e il film di allora proponeva gli stereotipi di una famiglia di destra e di una di sinistra. Tra incoerenze e presunzioni.

«Un altro ferragosto è un film non cupo, ma con una nota di pessimismo. Nessuna delle due fazioni, in tutti questi anni, se l’è vissuta bene o ha avuto davvero una sorta di successo, di punto di arrivo. Diciamo che l’infelicità è in agguato da entrambe le parti e la prospettiva non c’è. Il mio personaggio poi c’è dentro fino al collo, in questa mancanza di visione sul futuro. Ma come tutti balla, fino al crollo continuerà a ballare».

A lui vorrebbe assomigliare?

«Sono molto più prudente, io. Meno eclettico. Meno “buttato” verso l’esterno».

Milanese, in fondo.

«Forse anche quello».

Concittadino di Claudio Bisio, che mi risulta essere suo grande amico.

«Uno dei migliori, sì. Conosciuto alla scuola del Piccolo, all’inizio a dire il vero non mi stava simpaticissimo. Ma poi iniziammo Comedians, con un cast che ci lanciò tutti: Antonio Catania, Silvio Orlando, Gianni Palladino. Tre anni in giro per i teatri di tutta Italia e diventammo amici per davvero».

Era l’86, a tenervi uniti anche la regia di Gabriele Salvatores. Che la portò fin sul red carpet dell’Academy con Mediterraneo.

«Non ci andai fisicamente, alla premiazione, ma è così come dice. Grazie a lui iniziai a lavorare nel cinema, e provo grande affetto per lui e anche grande ammirazione per la sua capacità di narrazione».

Speciale, perché?

«Basta farsi raccontare un qualsiasi aneddoto da lui e capisci come è capace di coinvolgerti dentro una storia. È una qualità innata, che ha trasferito anche dietro la cinepresa».

Dovevamo vincerlo, un Oscar quest’anno, con Io capitano?

«In passato abbiamo vinto e poi abbiamo perso anche con film validissimi. La competizione è però sempre più agguerrita, e si è allargata a tutto il mondo. Forse è vero che altri hanno risorse economiche e capacità di muoversi maggiore di noi italiani, e però direi che già essere tra i candidati è roba di altissimo livello e non c’è da restare offesi se manca il premio finale. Magari può spingerci a migliorare ancora».

Lei ha lavorato con tantissimi registi, forse le chiedo una cosa impossibile, ovvero parlarmi di uno solo di loro, perché è rimasto particolarmente nel cuore.

«Forse è meglio, perché non scontentiamo nessuno. Anche perché scelgo Marco Bellocchio. Due film con lui, due regali».

Ho qui la lunga lista dei suoi film. Fu diretto da Bellocchio in Esterno notte e ne L’ora di religione.

«Ricordo le mie perplessità quando leggevo la sceneggiatura di quest’ultima. Era una sceneggiatura aperta. Per molte scene scriveva: “Potrebbe esser così, ma non è ancora detto”».

Un testo aperto. Per voi attori?

«Un bell’esercizio. Ma poi quando arrivavi sul set ti si chiariva tutto. Era subito evidente che c’era una costruzione nitida, precisa della storia. Con ogni inquadratura studiata e creata come fosse un quadro. Che non passa, ma è destinato a durare».

Un incontro anche umano?

«Sì. Un vero piacere vederlo lavorare. Sempre in movimento, sempre in tensione per riuscire a dare alle scene le sfumature che voleva. Eppure sempre sereno, senza ansia. Senza comunicare la fatica, ma rendendo evidente il piacere di fare questo mestiere. Un bell’esempio per chi fa questo lavoro».

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