Il governo israeliano ha compiuto un ulteriore passo verso l’espansione dell’offensiva militare nella Striscia di Gaza. Nella giornata di ieri, il gabinetto di guerra (che mentre scriviamo è ancora in corso) si è riunito per esaminare un piano in due fasi finalizzato alla conquista progressiva del territorio, con particolare attenzione a Gaza City, epicentro del conflitto. «L’attuale strategia non ha portato alla liberazione degli ostaggi e non proseguiremo su questa strada», avrebbe detto il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, secondo quanto riferito dal canale israeliano Channel 12. Poi Netanyahu, rivolgendosi ai presenti, avrebbe anche sottolineato «di non voler far durare in eterno Hamas, ma di volerlo sconfiggere». Hamas ha accusato il primo ministro israeliano di voler sacrificare gli ostaggi per fini politici personali, dopo le sue dichiarazioni sull’intenzione di Israele di assumere il controllo dell’intera Striscia di Gaza: «Le parole del premier svelano i reali motivi del suo ritiro dall’ultimo round di negoziati, nonostante si fosse vicini a un accordo, ma l’espansione dell’aggressione contro il nostro popolo avrà un prezzo elevato». Poco prima dell’inizio del vertice, Netanyahu ha chiarito in un’intervista a Fox News le intenzioni dello Stato ebraico: «Israele vuole liberare Gaza da Hamas, non governarla: vogliamo creare un perimetro di sicurezza e vogliamo consegnare Gaza alle forze arabe che la governeranno correttamente». Il piano, secondo quanto riferito da Channel 12 News, prevede inizialmente la conquista militare di Gaza City, accompagnata da una massiccia operazione logistica per costruire infrastrutture civili nella zona centrale della Striscia. Sarebbero previsti avvisi di evacuazione per circa un milione di persone – metà della popolazione – allo scopo di facilitare la realizzazione di ospedali da campo e centri per sfollati. In parallelo, si mira ad ampliare le aree di distribuzione degli aiuti umanitari, attualmente ostaggio della presenza e del controllo di Hamas.
Una seconda fase includerebbe un’espansione militare su vasta scala, in coincidenza con un annuncio atteso del presidente statunitense Donald Trump. Quest’ultimo dovrebbe comunicare l’intenzione di triplicare il numero dei punti di distribuzione della Gaza humanitarian foundation, passandoli da quattro a 16, come rivelato dall’ambasciatore Usa Mike Huckabee a Bloomberg News. «La chiave è il finanziamento», ha dichiarato, stimando l’impegno necessario in circa un miliardo di dollari, da reperire tramite fondi statunitensi e alleati. L’operazione umanitaria sarebbe direttamente connessa ai progressi dell’esercito israeliano sul terreno. Secondo le emittenti Ynet, Kan e Channel 13, l’intera campagna potrebbe durare dai quattro ai cinque mesi, con l’impiego di almeno quattro o cinque divisioni delle Idf. Le operazioni si estenderebbero anche ai campi profughi della zona centrale, finora poco presidiati, con l’obiettivo di spingere ulteriormente la popolazione verso Sud, in particolare verso l’area di Mawasi. Secondo alcune fonti militari anonime, l’intenzione strategica non sarebbe solo quella di neutralizzare Hamas, ma anche di favorire un’emigrazione all’estero di parte della popolazione per ridurre la pressione sul controllo del territorio. Un alto funzionario americano, citato dal giornalista di Axios Barak Ravid, ha dichiarato che «l’amministrazione Trump non sostiene l’annessione israeliana di parti di Gaza». Un monito che sembra indirizzato direttamente a Netanyahu e ai falchi della sua coalizione, come il leader di Otzma Yehudit Itamar Ben Gvir, che ha ribadito via social la necessità di una piena riconquista della Striscia di Gaza. A fare da contraltare, il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar ha invece difeso il diritto dei vertici militari a esprimere pareri indipendenti. Le preoccupazioni maggiori restano quelle per la sorte degli ostaggi. Decine di manifestanti si sono radunati ieri fuori dal palazzo del governo per chiedere un accordo immediato e denunciare i rischi di un’escalation che potrebbe mettere in pericolo la vita dei prigionieri ancora trattenuti da Hamas. «Un’operazione di terra potrebbe compromettere ogni possibilità di rilascio», hanno detto alcuni parenti. All’interno delle Idf resta il dissenso. Secondo Channel 12, il capo di stato maggiore Eyal Zamir avrebbe espresso forti riserve, affermando che un’occupazione della Striscia comporterebbe «conseguenze catastrofiche», tra cui l’obbligo di governare due milioni di palestinesi e il rischio di una guerriglia continua. Un altro ufficiale ha evocato lo «scenario Vietnam», paventando un coinvolgimento militare prolungato e ad alto costo, con scarsi benefici. Il timore è che Israele si trovi intrappolato in una guerra di logoramento senza vie d’uscita. Le cifre già parlano da sole: dall’inizio dell’offensiva di terra Israele ha contato 459 caduti, tra cui due agenti di polizia e tre tecnici civili. Il ministero della Difesa stima che la nuova campagna potrebbe causare «decine» di morti tra i soldati e numerosi feriti.
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