L’infettivologo Massimo Galli è stato condannato a un anno e quattro mesi per falso ideologico nell’assegnazione di punteggi, con pena sospesa e non menzione. La decisione è stata presa dalla decima sezione penale del Tribunale di Milano, che invece ha assolto il professore di 73 anni, oggi in pensione, dall’accusa di turbativa d’asta.
L’orientamento della Cassazione, infatti, è di considerarlo un reato applicabile solo a procedure per l’acquisizione di beni o servizi, non in concorsi per l’accesso a impieghi pubblici, che era uno dei filoni dell’inchiesta milanese per la quale Galli era stato rinviato a giudizio nell’ottobre del 2023. All’ex primario dell’ospedale Sacco di Milano non era più contestabile nemmeno l’abuso d’ufficio, abolito con la legge Nordio.
Però il collegio giudicante, presieduto da Antonella Bertoja, ha ritenuto l’infettivologo colpevole di aver concordato in precedenza i punteggi da assegnare ai candidati del concorso universitario 2019 -2020, per un posto di professore di ruolo di seconda fascia all’Università Statale in malattie cutanee, infettive e dell’apparato digerente nel Dipartimento di scienze biomediche e cliniche dell’ospedale Sacco.
Punteggi che avevano penalizzato un candidato, Massimo Puoti, direttore della struttura complessa di malattie infettive dell’ospedale Niguarda di Milano, e favorito Agostino Riva ex collaboratore di Galli. I pm avevano chiesto un anno e sei mesi per il candidato vincente nel 2020, pure indagato per turbativa d’asta e falso ideologico, ma il tribunale ha assolto Riva. La condanna per falso ideologico è stata accolta dal professore con un tentativo di minimizzare le sue responsabilità. «Sul falso l’unica cosa che mi sento di ammettere è di aver dimenticato di correggere una data», ha commentato. Per poi aggiungere: «Se per chiudere la questione bisognava avere una condanna per qualcosa, evidentemente restava solo la possibilità del falso». Galli si è detto «assolutamente sereno» e ha annunciato che presenterà ricorso in appello.
A maggio, i pm di Milano Carlo Scalas e Bianca Maria Baj Macario avevano chiesto per il professore una condanna a un anno e dieci mesi per turbativa d’asta e falso ideologico. Era accusato di aver «truccato» un concorso universitario, in qualità di presidente di commissione avrebbe favorito un suo candidato, Riva, e penalizzato Puoti che si era poi ritirato.
La Procura aveva ritenuto il concorso «totalmente sporco, viziato dall’origine, perché quando sono stati buttati giù i criteri di valutazione della produzione scientifica dei futuri candidati, che devono essere stilati prima di prendere visione dei candidati, i commissari del concorso sapevano già chi aveva presentato domanda. E perché Galli, giudicando il suo allievo, giudicava di fatto la propria produzione scientifica, posto che il 56% delle pubblicazioni presentate da Riva avevano Galli come coautore».
Il silenzio del mondo accademico era comprensibile in quanto «andare contro Galli in quel momento, lo ricordiamo bene, non era andare contro uno qualunque nell’università della Papuasia, ma era andare contro una macchina mediatica, era come andare contro Maradona negli anni Ottanta», dichiarò il pm Scalas. In effetti, durante la pandemia l’infettivologo fu una presenza costante sui giornali e nei salotti televisivi, assieme ad altre virostar, per parlare di Covid e di vaccinazioni, per amplificare allarmi e rintuzzare critiche ai lockdown.
I punteggi attribuibili ai candidati furono concordati prima della riunione collegiale del 14 febbraio 2020 dei tre commissari, in collegamento telematico, e il verbale della gara sarebbe stato scritto in un secondo momento proprio da Riva e Galli.
Il professore ha più volte ripetuto che quello era l’inizio dell’emergenza sanitaria, un periodo convulso. «Il 14 febbraio 2020 stavo licenziando un lavoro che è stato accettato quattro giorni dopo ad una rivista internazionale con la prima datazione sulle sequenze del virus e la penetrazione umana del coronavirus».
Sosteneva: «Sono finito in questa storia per un’intercettazione di due persone a me ostili in cui mi si attribuiva l’intenzione di falsare concorsi».
In tribunale si era difeso dichiarando: «Venivo chiamato spesso come commissario ai concorsi perché avevo fama di essere imparziale». Dopo l’ultima arringa della difesa, Galli volle sottolineare: «Questa è una vicenda per me kafkiana, una situazione assai fastidiosa, perché io ho agito secondo scienza e coscienza e in quel concorso ha vinto la persona migliore per quella posizione».
Affermò: «Credo che il sistema dei concorsi universitari abbia dei seri problemi, che comunque dovranno essere affrontati, vanno stabilite quali siano le responsabilità e le possibilità che gli atenei possono avere per decidere gli arruolamenti. Ma non è comunque questo l’oggetto di questo processo».
L’ultima udienza era stata fissata per l’11 luglio, però il professore chiese con un sorriso di spostarla perché era il giorno del suo compleanno. Forse immaginava lo sgradito regalo, arrivato con la sentenza di ieri.
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