Francesi in processione al Tesoro per il futuro (in perdita) di Mps
Pier Paolo Baretta (Ansa)
Diffusi i dati della semestrale della banca: si annunciano un nuovo piano industriale e, per via del Covid, bilanci in rosso fino al 2022. Intanto s’avvicina la vendita: manager di Bnp e Credit Agricole accolti al Mef.

Qualcosa si muove sul Monte (dei Paschi). Le prossime partite del risiko innescato dall’operazione Intesa-Ubi si giocheranno nei prossimi mesi e il Tesoro spera di liberarsi in fretta del controllo di Mps senza rimetterci troppi quattrini.

Certo, si fa sempre più ingombrante la «dote» di contenziosi legali (il totale delle richieste danni nei confronti di Rocca Salimbeni, ammonta a 10 miliardi) e prima di trovare un partner privato va chiusa la cessione dei crediti deteriorati ad Amco con il via libera della Bce. Intanto, però, alcuni soggetti sarebbero andati in avanscoperta al Mef. Secondo indiscrezioni raccolte da La Verità, nei giorni scorsi il sottosegretario al ministero dell’Economia, Pier Paolo Baretta, avebbe avuto contatti con rappresentanti di due big del credito francesi già presenti in Italia: Bnp Paribas e Credit Agricole. La prima controlla Bnl, mentre l’Agricole nel 2017 è arrivata in soccorso delle casse di risparmio di Rimini, Cesena e San Miniato e oggi opera nel nostro Paese attraverso la spa Credit Agricole Italia e guidata da Giampiero Maioli cui fanno capo anche Cariparma, Friuladria e Carispezia.

L’Italia rappresenta già il secondo mercato dopo la Francia ma il presidio potrebbe rafforzarsi ulteriormente. Tanto che nel mirino dell’Agricole, non sarebbe finita solo Mps ma anche il Creval (di cui è già azionista con il 5% oltreché partner bancassicurativo) e persino Carige. Tutte potenziali prede da considerare per fare da pivot nel match sulla creazione del terzo polo del credito, dopo quelli di Intesa e Unicredit, che potrebbe unire le reduci di quel mondo Popolare ancora rimasto in piedi come il BancoBpm.

Da Parigi hanno sempre smentito ma il vento ora potrebbe essere cambiato dopo che Intesa ha sparigliato le carte con la fusione con Ubi. Senza dimenticare che lo Stato dovrà uscire da Siena entro il 2021. E il conto alla rovescia è già iniziato. Tra l’altro, non necessariamente quelle dell’Agricole sul risiko bancario italiano sarebbero viste come mosse ostili. Anzi potrebbero essere proprio i «poteri forti» del nostro sistema a fare da garanti affinché la transizione verso il nuovo assetto del sistema avvenga in modo ordinato. I decani di Piazza Affari ricordano, infatti, l’alleanza decennale tra il gruppo transalpino e il grande vecchio della finanza cattolica Giovanni Bazoli, oggi presidente emerito di Intesa ai tempi delle sue battaglia contro la finanza laica di Enrico Cuccia. Alla fine degli anni Ottanta l’avvocato bresciano diventato banchiere per rilanciare il Nuovo Banco Ambrosiano chiamò in aiuto proprio les amis dell’Agricole per arginare l’avanzata della Gemina che mirava, sotto la regia di Mediobanca, a portare sotto l’egida della Comit l’istituto rinato dalle ceneri della banca di Roberto Calvi. Operazione che poi si farà, ma nella direzione opposta di quella immaginata da Cuccia, ovvero gettando le fondamenta di Intesa. Per altro oggi le squadre in campo sono assai diverse rispetto a quegli anni: Mediobanca si è schierata al fianco di Intesa nella sfida su Ubi ed è anche advisor finanziario del Monte dei Paschi per «valutare le alternative strategiche a disposizione della banca». Compresa la stesura di un nuovo piano industriale prevista «nel secondo semestre 2020» anche «al fine di rivalutare le opzioni strategiche e le leve industriali a disposizione del management», si legge nella semestrale della banca senese. In cui si evidenzia che il Mef ha concordato con la Ue di rinviare «la presentazione del piano di dismissione» della sua quota, inizialmente atteso a fine 2019, dopo il perfezionamento della scissione di 8,1 miliardi di sofferenze a favore di Amco, operazione (battezzata Hydra) il cui scopo è «creare le condizioni» per l’uscita del Tesoro. Il nuovo piano di Rocca Salimbeni potrebbe prevedere anche dei bond subordinati così da compensare in parte gli effetti della scissione dei crediti deteriorati.

Dalla relazione semestrale del Monte emergono però altri dettagli che complicano la partita: il Covid19 ha infatti frenato il rilancio dell’istituto senese che, alla luce «dell’evoluzione dello scenario macroeconomico» legato alla pandemia, si attende ora «un andamento in perdita» fino al 2022. L’aggiornamento delle stime interne al 2024, spiega la semestrale della banca, presentano «valori economici e patrimoniali» inferiori a quelli del piano di ristrutturazione concordato con la Ue, pur conservando ratios patrimoniali al di sopra dei requisiti regolamentari. Le stime non incorporano gli effetti della scissione degli Npl (non performing loans), perché «l’operazione non è ancora stata autorizzata da Bce». Il peggioramento dello scenario causato dal diffondersi dell’epidemia sul territorio italiano «potrà quindi avere conseguenze economico patrimoniali sul gruppo nonostante le misure adottate dal governo e dalle istituzioni europee», sottolinea Mps parlando della probabile evoluzione della gestione. A questo si aggiunge la mina delle cause legali. Dei 3,8 miliardi di euro di danni chiesti dalla Fondazione Mps nei confronti del Monte, 3,6 miliardi sono classificate a rischio di soccombenza «probabile» e 0,2 miliardi «a rischio di soccombenza possibile».

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