- Il sindacato dei bancari avverte: dopo cinque anni da formiche, il carovita asciuga i conti correnti al ritmo di 3,3 miliardi ogni 30 giorni. E i cittadini corrono a indebitarsi.
- Tra errori e ideologia la Lagarde alimenta l’incendio. La Bce non ha previsto la malattia e ha sbagliato la cura alzando i tassi. Teorizzando una missione green, che la Fed rifiuta.
Lo speciale comprende due articoli.
L’inflazione sta mangiando i soldi degli italiani. Quanti esattamente? Circa 20 miliardi di euro (in sei mesi, da giugno a novembre 2022). A dirlo è un’analisi della Fabi, il primo sindacato italiano dei bancari, secondo cui dopo cinque anni di costanti aumenti, nella seconda parte del 2022 il saldo totale dei conti correnti delle famiglie italiane è diminuito di 3,3 miliardi al mese.
Gran parte della colpa è da imputare alla scarsità di intervento da parte della Bce che, di fatto, non ha visto arrivare la tempesta inflattiva gestendola solo con un repentino aumento dei tassi.
Da agosto a novembre si è registrato, infatti, un calo di 18 miliardi da 1.177 miliardi a 1.159 miliardi, con una riduzione dell’1,5%. Già a giugno, rispetto a maggio, c’era stata una prima diminuzione di 10 miliardi.
Come spiega la Fabi, la vistosa inversione di tendenza sulla capacità di accumulo dei correntisti arriva dopo un lungo periodo di incremento dei saldi dei depositi bancari: a fine 2017 l’ammontare complessivo era a quota 967 miliardi, a fine 2018 a quota 990 miliardi (+23 miliardi), a fine 2019 a 1.044 miliardi (+54 miliardi), a fine 2020 a 1.110 miliardi (+66 miliardi) e a fine 2021 a 1.144 miliardi (+34 miliardi).
I dati evidenziano quasi cinque anni di risparmi (da dicembre 2017) da «formichine», ma con un preoccupante cambio di rotta nella seconda metà del 2022: i conti degli italiani sono infatti sempre cresciuti negli ultimi quattro anni superando quota 1.000 miliardi, con una tendenza all’accumulo che ha oltrepassato i 212 miliardi di euro (somma del risparmio accumulato dal 2017 al maggio 2022).
La variazione annuale è stata, quindi, sempre positiva e con un bilancio totale di 1.044 miliardi a fine 2019, a 1.110 miliardi a fine 2020, a 1.144 miliardi a fine 2021 e a 1.179 miliardi a maggio 2022. Poi, il declino.
Se nei primi sette mesi del 2022 la liquidità accumulata dalle famiglie ha quasi sfiorato i 1.180 miliardi di euro, con una crescita – seppur più lenta rispetto al passato – dello 0,9% da inizio anno, i dati dei quattro mesi successivi confermano i timori di un crollo di potere di acquisto che ha costretto gli italiani ad attingere alle loro riserve per far fronte ai maggiori costi.
Secondo i dati della Fabi, da luglio a novembre, il totale dei conti correnti è calato di poco meno di 20 miliardi di euro. Il valore complessivo era di 1.178 miliardi di euro a luglio e di 1.159 miliardi di euro a fine novembre, con una riduzione di quasi due punti percentuali (-1,53%), cifra che dimostra come il prezzo della crisi inizi a essere tutto nelle tasche degli italiani.
«L’inflazione resterà ancora a livelli particolarmente elevati per i prossimi due anni: un primo calo si registrerà solo alla fine di quest’anno, ma dovremo aspettare il 2025 per veder tornare l’indice dei prezzi al consumo al 2% medio nell’area euro», spiega il segretario generale della Fabi, Lando Maria Sileoni. «Vuol dire che nel 2023 e nel 2024 i prezzi continueranno a salire a un ritmo importante, con evidenti conseguenze negative per tutti gli italiani. La risposta non può essere soltanto l’aumento dei tassi di interesse da parte della Banca centrale europea che, anzi, corre il rischio di diventare un boomerang sul credito», puntualizza.
L’inflazione fuori controllo quindi sta purtroppo spingendo gli italiani a indebitarsi sempre più, con un incremento dei prestiti per il consumo e una tenuta dei finanziamenti a scopo personale. Nel complesso, a novembre l’ammontare dei prestiti per entrambe le categorie si è attestato a 256 miliardi, spiega la Fabi, in crescita rispetto a gennaio dello stesso anno (+1,5 %) e superando la tendenza al costante aumento dal 2017, pari all’1,2%.
Infine, continua la federazione guidata da Sileoni, l’aumento dei tassi d’interesse, causato dall’incremento del costo del denaro e innalzato dalla Bce al 2,5%, sta portando conseguenze sul mercato dei mutui: con i tassi più alti, sale anche l’importo delle rate e il maggior costo dell’indebitamento potrebbe frenare sia le richieste da parte dei consumatori sia le erogazioni da parte delle banche.
Come se non bastasse, poi, l’ossigeno manca anche per le imprese, come testimonia anche il centro studi di Confindustria. Anche in questo caso, a fare da zavorra è il forte rialzo dei tassi che toglie spazio a risorse, investimenti e consumi, colpiti chiaramente anche dall’inflazione.
In particolare, a novembre il costo del credito per le imprese italiane non ha smesso di salire a livelli preoccupanti. Nell’undicesimo mese del 2022 era al 3,37% per le pmi, quando a inizio dello scorso anno era all’1,74%. Lo stesso vale per le grandi aziende, il cui costo per finanziarsi è passato dallo 0,75% al 2,67%. A livello trimestrale la variazione negativa è dell’1,7%, valore che fa seguito alla flessione dello 0,6% nel terzo trimestre dell’anno.
È insomma la tempesta perfetta: gli ordini continuano a diminuire, le scorte ad aumentare con l’indice pmi (quello basato sui sondaggi ai manager che acquistano i materiali destinati alla produzione industriale) attorno alla parità (da 48,4 a 48,5) e la fiducia delle imprese di nuovo in discesa.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >