Piazzetta Cuccia difende l’Ops: «Crea valore per gli azionisti» Il Mef: «Sul golden power per Unicredit non si torna indietro».

Un tempo si parlava di «salotto buono», oggi è diventato un ring. Si tratta di Mediobanca, che da sempre è molto più di una banca d’affari. È l’epicentro finanziario italiano, crocevia di potere, controllo, strategie. Il 16 giugno l’assemblea degli azionisti sarà chiamata a decidere sull’offerta pubblica di scambio volontaria su Banca Generali. L’operazione si annuncia come uno dei momenti più rilevante nella ridefinizione degli equilibri nel sistema bancario italiano.

Il consiglio di amministrazione di Piazzetta Cuccia, guidato dall’amministratore delegato Alberto Nagel, non ha dubbi. Nella relazione illustrativa diffusa in vista dell’assemblea, l’offerta è definita «un progetto di significativa creazione di valore per tutti gli stakeholders». Sono tre i pilastri su cui si sorregge l’operazione: la forte valenza industriale e finanziaria, la valorizzazione delle professionalità delle due realtà coinvolte, e l’ampia riallocazione del capitale derivante dalla dismissione della partecipazione in Assicurazioni Generali. Tradotto: vendere un investimento puramente finanziario, per quanto ricco e prestigioso, per fare spazio a un’integrazione attiva nel wealth management è un affare per gli azionisti. Un’operazione «coerente con il piano strategico», e – soprattutto – presentata anche come antidoto a quella che viene vista come un’offensiva destabilizzante, promossa come l’Ops lanciata da Mps, definita «non concordata e fortemente distruttiva di valore». A sostenere l’offerta è anche il proxy advisor Pirc, che ha invitato gli azionisti a votare a favore dell’Ops su Banca Generali. Ma nel capitalismo italiano, si sa, non basta convincere il mercato. Bisogna anche fare i conti con gli azionisti di peso, soprattutto quelli che non hanno mai fatto mistero di considerarsi «costruttori», non «comprimari». Francesco Gaetano Caltagirone, azionista di peso (insieme a Delfin sfiora il 30%) , ha liquidato l’operazione con una sillaba: «No». Alla domanda se l’operazione su Banca Generali abbia senso industriale, ha risposto secco, a margine dell’assemblea di Banca d’Italia. «Non ha nessun senso». Nessuna apertura, nessun distinguo. Una valutazione che equivale a un atto di sfiducia verso la direzione strategica presa da Nagel.

E attenzione: Caltagirone non parla solo per sé. Il suo attivismo, già visto all’opera in Generali, si carica ora di una funzione più sistemica. Chiede il ripensamento della governance di Piazzetta Cuccia. Non è più un azionista silente: è un catalizzatore di malcontento interno.

Se Mediobanca è il cuore del capitalismo finanziario, Unicredit è l’arteria che alimenta il risiko. Il governo ha confermato che non resterà a guardare. Con una lettera formale alla banca di Piazza Aulenti, il Mef ha difeso l’uso del golden power sull’operazione potenziale tra Unicredit e Banco Bpm.

In particolare, il ministero, «oltre a soffermarsi sull’ambito delle singole prescrizioni contenute del dpcm approvato lo scorso 18 aprile, confermandone la piena legittimità e la possibilità di realizzazione concreta, ha comunque ricordato, il diritto da parte dell’istituto bancario di comunicare e comprovare le circostanze che non consentono, nel caso concreto, l’adempimento delle singole prescrizioni, da leggere alla luce dei principi di leale collaborazione e buona fede», conclude la nota.

Una mossa che ha fatto discutere, ma che ribadisce il ruolo dello Stato in partite percepite come «strategiche».

Il messaggio è chiaro: i grandi movimenti di consolidamento bancario non possono avvenire senza tenere conto degli interessi pubblici e della stabilità del sistema.

Il governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, nella relazione annuale, ha scelto la via della prudenza istituzionale. Nessuna ingerenza, nessun giudizio sugli episodi specifici. Ma una linea chiara: le fusioni devono creare valore, e spetta alla vigilanza garantire che le operazioni rispettino le regole e rafforzino la solidità del sistema.

L’assemblea di Mediobanca del 16 giugno sarà cruciale. Non solo per il futuro della più blasonata banca d’affari italiana, ma per gli equilibri del capitalismo domestico.

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