La doppia vita della giudice: «Chiese soldi allo strozzino». I consulti dalle cartomanti
La gip Giorgia Castriota (spedita ai domiciliari) restituì a un «cravattaro» 1.500 euro in tre rate tramite la cameriera. Le chiamate alle maghe per ottenere conforto e aiuto.

Il Tribunale del riesame di Perugia ieri ha deciso di ammorbidire la misura cautelare applicata al giudice per le indagini preliminari di Latina Giorgia Castriota, quarantacinquenne cosentina, e al compagno Silvano Ferraro, entrambi arrestati il 20 aprile scorso su richiesta della Procura guidata da Raffaele Cantone.

Secondo l’accusa la gip assegnava e faceva dare incarichi al fidanzato, sessantaseienne commercialista romano, che sarebbe arrivato a incassare fino a 22.000 euro al mese più Iva, e questi le avrebbe restituito una «paghetta» da 1.800 euro. Nelle intercettazioni emergono le lamentele della donna che accusava l’uomo di stornare da quella cifra ogni acquisto fatto per lei: dai 120 euro spesi per un cappotto ai 36 per un pantaloncino da palestra.

L’impianto accusatorio è stato confermato, sono solo state attenuate le esigenze cautelari, in considerazione del fatto che lei è stata sospesa dal servizio e che lui si è dimesso dal ruolo di coadiutore dell’amministratore giudiziario. I due sono stati mandati agli arresti domiciliari con divieto di comunicazione con terze persone. I reati contestati sono la corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio, la corruzione in atti giudiziari e l’induzione indebita a dare o promettere utilità. Oltre al denaro contante la Procura e gli investigatori della Guardia di finanza di Perugia tra le suddette utilità hanno individuato gioielli, orologi (per esempio un Rolex Datejust d’oro usato del valore di 6.600 euro), viaggi e un abbonamento annuale per assistere all’Olimpico alle partite della Roma.

Chi ha letto l’ordinanza ha trovato questa frase pronunciata dalla Castriota: «Ancora deve venire chi mi si fotte». Il tutto mentre veniva intercettata.

La toga, durante le indagini, ha offerto agli inquirenti prove su prove, parlando tranquillamente al telefono e, quando ha saputo dell’inchiesta, insieme con l’amica Stefania e con il compagno, avrebbe iniziato a manifestare l’intenzione di sostituire il proprio telefono cellulare e «iniziato ad adottare maggiori accorgimenti, accordandosi per chiamarsi su Whatsapp, e di vedersi di persona».

Ma in realtà chi ha conosciuto la gip la racconta come una ragazza sensibile, persino fragile. L’abitazione, in zona Prati a Roma, non è un appartamento lussuoso, ma una casetta di tre stanze arredata in modo spartano e invasa da cucce e traversine per i bisogni degli amati animali domestici, due cani, Ettore e Cesare, e altrettanti gatti. E proprio questa passione le aveva fatto incontrare la coindagata Stefania Vitto, la quale nel 2022 è stata nominata rappresentante legale/amministratrice di otto società in amministrazione giudiziaria, dopo che il precedente responsabile, Stefano S., era stato costretto a dimettersi per una presunta incompatibilità.

La Vitto ha così incassato 10.000 euro al mese a partire dal 2 dicembre scorso e 3.000 di questi, sempre ogni mese, li avrebbe restituiti al giudice. Sino all’arresto di aprile.

Ma l’amministratrice chiamata a guidare le società sottoposte a sequestro più che esperta di aziende era specializzata nell’apparecchiare manicaretti per animali, per esempio, come socia e dipendente della Qibo srls. Nel 2016 La Repubblica annuncia: «Tra degustazioni, pasti personalizzati e biscotti artigianali arriva a Roma Qibo, il primo ristorante per cani e gatti, una novità assoluta per la Capitale».

La Vitto, sessantenne romana, racconta ai cronisti di essere diplomata alla scuola del Gambero Rosso e di aver lavorato in un ristorante nel settore della pasticceria per 12 anni. Poi dopo un incidente, aveva cambiato vita: «Non ho più potuto stare troppe ore in piedi. Così, con più calma, ho cominciato a fare torte e biscotti per i cani e i gatti degli amici». Un hobby che è successivamente diventato un lavoro. La Qibo produceva crocchette gourmet a due passi dal Tribunale di piazzale Clodio, nella stessa via di residenza di Ferraro. E qui, con ogni probabilità la Castriota incontrò sia il commercialista che la chef per animali. Dunque la Vitto è entrata in rapporti con il giudice non per le sue competenze professionali nel settore della gestione aziendale, ma in quanto produttrice di cibo per cani.

Ma questo, nel 2022, non le impedisce di trovarsi, all’improvviso, ad amministrare società sotto sequestro, per finire, pochi mesi dopo, agli arresti domiciliari.

In precedenza era stata dipendente anche di un’altra ditta amministrata da Ferraro.

Gli incarichi le sarebbero stati assegnati nella speranza di un ritorno. A dicembre «il giudice sollecita ripetutamente» la Vitto «a disporre, anzitempo, il pagamento del proprio compenso, quale amministratore, evidentemente per poterne beneficiare anche lei, in considerazione dei pregressi accordi riferibili alla corresponsione dell’illecita dazione» è scritto nell’ordinanza. In un’intercettazione la toga chiama trionfante l’amica: «Sei pronta al tuo primo bonifico ricco?». Quindi la sprona: «Io credo che tu ti possa pagare pure il 2».

In altre conversazioni la Castriota si duole delle proprie difficoltà finanziarie e di aver dovuto chiedere all’amica «qualcosa in più», ma la Vitto se la ride, pensando al nuovo stipendio: «So’ talmente tanti per me». A questo punto la gip sospira riconoscente: «È importante perché mi libero proprio da un ricatto». E aggiunge: «Chiaramente inutile dirti che tu non ha nessun obbligo». La cuoca-manager ribatte: «Ma stai scherzando, per me è un piacere, sono strafelice».

Ma a quale ricatto fa riferimento la Castriota? Probabilmente il riferimento è all’usura. La donna è entrata in magistratura nel 2012, a 34 anni, come uditrice con uno stipendio da circa 20.000 euro l’anno. All’epoca condivideva la casa con delle studentesse. Con il tempo gli emolumenti sono cresciuti sino a circa 90.000 euro, ma, assicura chi la conosce, su quel reddito pare pesino le rate dei prestiti e per questo ha dovuto cercare altre entrate. Anche rivolgendosi a personaggi ambigui. La domestica Ana Maftei, cinquantacinquenne romena, è la persona giusta per capirne di più. Infatti nelle intercettazioni dimostra di essere in grande confidenza con il giudice per cui presta servizio da una decina di anni. E a noi dice: «Lavoravo sia per lei che per Ferraro. Venti ore settimanali in tutto. Se lo facevo in nero? Sì, ma non mi ha mai messo in regola nessuno, mica solo loro». A questo punto la Maftei, che ha lavorato in una pizzeria, ci racconta una storia più inquietante.

Tra i clienti del ristorante aveva conosciuto un certo Raniero («il cognome non lo so, non ho contatti telefonici, non ho niente» svicola), che concedeva soldi a tassi usurari e anche Ana aveva dovuto ricorrervi. «Veniva, mangiava lì, quando serviva mi prestava del denaro, ma non è che fossimo in confidenza. Il rapporto finiva lì». Poi è toccato anche a Giorgia aver bisogno: «Raniero le ha prestato 1.000 euro. E lei gliene ha restituiti 1.500 in tre-quattro mesi».

Facciamo notare che 500 euro di interessi in 90 giorni su 1.000 euro rappresentano un tasso altissimo. Risposta: «Senti tesoro mio, in banca te li danno? No. E allora…».

Domandiamo se sia sicura della restituzione del prestito a Raniero da parte della Castriota e Ana replica: «Ma che scherzi? Glieli portavo io. Glieli ho restituiti tutti». In un’unica soluzione? «No, in tre volte. Ci incontravamo il 4 del mese». Vi accordavate al telefono? «Macché. Avevamo appuntamento davanti a una banca, gli davo i soldi e me ne andavo a lavorare». Ma se non sapeva come rintracciare Raniero, in che modo è riuscita a chiedergli il denaro per la Castriota? «L’avevo rincontrato per caso» ribatte la signora, senza troppa convinzione. E ipotizza perfino che il «cravattaro» possa essere morto: «Quando lo incontravo, quattro o cinque mesi fa, stava male, faceva la chemio. Poi non l’ho più visto, forse è defunto».

La Maftei ammette di aver raccontato anche questa storia agli inquirenti che certamente staranno cercando di capire chi sia questo «strozzino».

Chi la conosce bene ci racconta che Giorgia per risolvere i suoi problemi si sarebbe rivolta, almeno negli ultimi tempi, anche a delle cartomanti. Persino per provare a capire la piega che avrebbe preso l’inchiesta, se rischiasse il lavoro e lo stipendio, se gli inquirenti avessero prove solide contro di lei. Una «carta» della disperazione che rivela molto del carattere di questo giudice. Forse alle veggenti la Castriota si rivolgeva anche per lenire le pene d’amore. Al telefono Ferraro fa sapere che quando si erano messi insieme lui aveva 60 anni, lei 39. E, in una captazione, sbotta: «Sì, sì quella di Latina, non ce la faccio più, Stefano (il predecessore della Vitto, ndr) dice “statte bono, sta’ fermo, aspetta” […] Stefano la conosce bene e m’ha detto “Silva’ se sa, non è la donna per te. Questo è chiaro no? Adesso sta’ bono. Concludi le tue cose e poi, dopo prendi la decisione”». Prima, però, bisognava finire di spremere il Tribunale.

Quando un imprenditore, le cui imprese sono state sequestrate dal Tribunale di Latina, mangia la foglia, la Castriota prende coscienza di aver fatto «una figura di merda» e di essere stata esposta a «un rischio enorme». Ha l’impressione che, siccome Ferraro è il suo compagno, gli amministratori «facevano il bello e cattivo tempo». Sembra aver capito in che guaio si sia messa, ma non riesce a uscirne: «Il problema è il mio che non riesco a mandarlo a quel paese. Tutto qua. È una persona a cui uno vuole bene ed è legata, ma mi sta rendendo la vita un inferno».

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