Il dollaro è la prima vittima della guerra dei dazi. I mercati hanno perso fiducia nella moneta Usa cancellando i guadagni accumulati da quando Trump ha vinto le elezioni a inizio novembre 2024. L’euro al momento è scambiato a 1,1103 dollari (+2,23%) e non è escluso che questo sia l’effetto voluto dalla Casa Bianca. Secondo alcuni analisti il presidente vuole indebolire il dollaro per rilanciare le esportazioni statunitensi. Una strada da intraprendere con cautela perché potrebbe far salire l’inflazione e indebolire la crescita interna. E non solo. Gli investitori vedono ora dei rischi nell’economia statunitense, che potrebbe scivolare in recessione, e quindi l’euro e le altre valute si apprezzano. Secondo Deutsche Bank, la guerra commerciale combattuta fra dazi e contromisure potrebbe ridurre la crescita economica degli Stati Uniti di circa l’1,5% per quest’anno, portando a un aumento simile dell’inflazione che potrebbe arrivare intorno al 4%.
Proprio per scongiurare questa eventualità il segretario al Tesoro Scott Bessent, in un’intervista a Fox news, ha avvertito i partner commerciali che qualsiasi ritorsione porterà a un’ulteriore escalation nella guerra dei dazi: «Il mio consiglio a ogni Paese in questo momento è di non reagire. State calmi, vediamo come va».
Come osservato dal capo stratega di Deutsche Bank, George Saravelos, «il dollaro è a rischio di una crisi di fiducia più ampia» a causa dell’indebolimento della percezione della solidità economica degli Stati Uniti.
Questa sfiducia si riflette nei dati del Bloomberg dollar spot index, che segnano una caduta del 4,4% da inizio anno, con un ulteriore crollo ieri dell’1,5%. A guadagnare terreno sono anche le valute di altri paesi del G10, tra cui la corona svedese e lo yen giapponese, mentre il biglietto verde perde terreno nei confronti di valute emergenti, come il renminbi cinese. Se il calo non dovesse fermarsi la Fed si troverebbe in fortissimo imbarazzo: fermare la discesa dei tassi d’interesse o addirittura alzarli per combattere l’inflazione, oppure accompagnare i desideri del presidente Trump lasciando scivolare la moneta per fermare le importazioni. Insomma una bella svalutazione competitiva come accadeva in Italia fino all’arrivo dell’euro.
«Il biglietto verde si sta indebolendo proprio mentre gli Stati Uniti alzano le tariffe», puntualizza Gabriel Debach, market analyst di eToro. «Ma è nei dati della Federal reserve che si leggono i dettagli più significativi: il dollaro ha perso di più nei confronti dei Paesi avanzati e di meno verso i mercati emergenti. Una svalutazione selettiva, che non colpisce tutti allo stesso modo. Il dollaro scivola proprio dove la concorrenza industriale è più diretta. Non si tratta solo di dinamiche di mercato. Il rafforzamento delle valute avanzate (euro, yen, sterlina, franco svizzero) è tutt’altro che neutrale».
Giappone, Unione europea e Regno Unito sono economie che si trovano oggi a fare i conti non solo con barriere doganali, ma anche con un cambio sfavorevole. Secondo Debach, «in una fase di rallentamento globale e domanda debole, il rafforzamento del cambio rischia di compromettere la competitività. Al contrario, lo yuan cinese si è apprezzato. L’impatto valutario della strategia americana si sta scaricando più sugli alleati che sui competitor».
Come spiega il manager di eToro, «è una dinamica che ricorda il Plaza accord del 1985, ma senza accordo. Allora fu una scelta concertata, oggi è una mossa imposta forse. Ma le conseguenze sono le stesse: valute forti, export penalizzato, alleati industriali sotto pressione.
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