In Italia saranno almeno una decina le aziende di grandi dimensioni che nel settore del bianco hanno perso la loro italianità. A spiegarlo alla Verità è Francesco Casoli, presidente di Elica, una delle poche società del settore a essere rimasta a conduzione totalmente italiana. Il problema, spiega il manager, è che noi eravamo una eccellenza globale del settore e ora siamo stati via via fagocitati dai colossi turchi e polacchi che ci hanno reso il fanalino di coda di questo mondo con volumi di vendita spesso caratterizzati dal segno meno.
In che stato è il settore del bianco in Italia?
«Una fotografia istantanea del mio settore è che nel giro di pochi anni, di aziende ad azionariato italiano che lavorano sul grande elettrodomestico in maniera globale siamo rimasti noi e la Smeg. Di fatto, da leader indiscussi quali eravamo fino a una decina di anni fa, oggi siamo un fanalino di coda nel settore dell’elettrodomestico. Io ritengo che l’Italia abbia dimostrato negli anni che con il design, la tecnologia, la ricerca è stata in grado di essere leader di questo mercato. Sono convinto e sto lavorando per questo con la mia azienda, che noi possiamo tornare a dire la nostra nel mondo».
Quante aziende avremmo perso come capitale italiano?
«Una decina tra le grandi».
Come avete fatto a restare tra i pochi a capitale italiano?
«Abbiamo cercato di resistere all’ondata asiatica, turca in particolare e dell’est che indubbiamente ha travolto tante nostre realtà. Ne cito una come esempio. Noi avevamo a Fabriano la più grande azienda terzista di elettrodomestici del mondo, che era la Antonio Merloni. A un certo punto è nata un’azienda che si chiama Vestel, che viene dalla Turchia, che fa dei prodotti sicuramente di qualità anche discreta e che ha spazzato nel giro di pochissimi anni la Merloni che era la più grande per quanto riguarda le lavatrici conto terzi del mondo. Quello che abbiamo perso noi come Paese è stata una visione, anche perché c’è stato un momento in cui sicuramente l’elettrodomestico interessava pochissimo alla politica industriale».
Come abbiamo fatto ad arrivare a questa situazione?
«Quello che è mancato è stato in primis un disegno strategico. Nell’elettrodomestico c’è stato un momento in cui non si trovavano più gli ingegneri. La programmazione universitaria, ma anche proprio la cultura italiana ha perso attenzione verso le aziende del bianco che secondo me hanno dato tantissimo all’economia italiana e che, se rimettiamo un po’ in sesto, possono ancora dare tanto».
Quali sono le cose da rimettere in sesto?
«Sicuramente è da rifare un patto sociale tra noi che investiamo nel settore e lo Stato. Il governo deve capire che anche noi abbiamo bisogno di attenzione, di essere aiutati nella ricerca e sviluppo e di ingegneri di talento. Quindi le università di prossimità sono sicuramente importanti, così come il credito all’impresa e l’importanza di rinforzare ancora una volta i distretti. Una volta erano i distretti quelli che governavano questo tipo di economia, poi sono stati spazzati via. Oggi dobbiamo rifondare i distretti, quindi rimetterci a lavorare sui territori, ritornare a lavorare sui giovani e quindi far capire che lavorare in un’impresa che fa elettrodomestici non è disdicevole, anzi dobbiamo essere orgogliosi di quello che facciamo. Per fare questo noi di Elica non bastiamo, abbiamo bisogno che le istituzioni comincino ad ascoltarci».
Però, l’Italia è poco attrattiva per i giovani perché i salari sono bassi e le possibilità di carriera scarseggiano. Non è d’accordo?
«Sono molto d’accordo, sicuramente sul salario c’è tanto da fare. Bisogna muoversi, però, a livello normativo, perché sappiamo benissimo che il cuneo fiscale pesa tantissimo sulle aziende e sui giovani che iniziano a lavorare all’interno di queste società».
Come vi state muovendo, quindi, per combattere la concorrenza a basso costo. La soluzione è delocalizzare?
«Noi stiamo cercando di allargare la nostra gamma. Lo stiamo facendo mixando le fonti di produzione. Al Salone del Mobile stiamo facendo vedere la Ferrari del forno perché è una cosa molto sofisticata che produciamo in Italia. Poi abbiamo chiaramente dei prodotti anche di gamma più bassa, che si scontrano con la concorrenza estera. Noi stessi siamo dovuti andare in Polonia per fare una serie di prodotti di bassa e media gamma. Per competere dobbiamo lavorare sulla tecnologia. Basti pensare che, come azienda, abbiamo 180 brevetti che ci difendono un po’ dalla concorrenza. Tutto questo a noi deve servire per poter poi offrire, insieme al prodotto competitivo, quello di punta dove l’Italia ancora può fare qualcosa. È lì che noi dobbiamo riuscire, alziamoci di livello, facciamo sì che le aziende siano competitive sia sul medio-basso, che sul medio-alto di gamma. Se noi pensiamo di poter vincere facendo solamente prodotti di alta tecnologia, sicuramente saremo vincenti sul super alto, ma poi non riusciamo a crescere. E se non cresciamo fra due, tre, quattro, cinque anni i turchi e i polacchi ci mangeranno».
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